Solo il venti per cento degli italiani comprende il senso di un testo complesso
martedì 2 aprile 2013
Le vere ragioni della crisi italiana 2
L’analfabetismo di ritorno fa male anche alla democrazia
Solo il venti per cento degli italiani comprende il senso di un testo complesso
NELL’ERA
DELLA COMUNICAZIONE IN TEMPO REALE, DELLA DEMOCRAZIA DIGITALE, DEL CHI
NON SA O SI FERMA -, È PERDUTO, i dati sull’analfabetismo di ritorno
emersi dall’indagine All -Adult Litercyand LifeSkills promossa
dall’Ocse, aiutano a capire le radici della crisi politica italiana più
di molti editoriali delle ultime settimane.
Solo il venti per cento degli italiani comprende il senso di un testo complesso
di Fabrizia Giuliani l’Unità 2.4.13
La ricerca conferma
ciò che già da tempo si sa: più di due terzi della popolazione non è in
grado di leggere e capire a fondo ciò che legge, solo il 20% degli
italiani comprende il senso di un testo complicato dalla presenza di
subordinate, cifre o grafici. Oltre le frasi elementari, l’italiano, per
gli italiani, è una lingua in gran parte straniera, e i numeri, oltre
le operazioni semplici, sono per molti un continente sconosciuto. Se la
regressione delle competenze è un fenomeno che attraversa tutti i Paesi
in quanti ricordano i residui alogenici o le irregolarità delle
desinenze del latino usciti dai licei? in Italia la qualità e la
quantità di questo arretramento ha avuto conseguenze catastrofiche, come
da tempo afferma e argomenta De Mauro.
La dealfabetizzazione
caratteristica dei Paesi più ricchi si somma da noi alla passata mancata
scolarità, propria di un Paese segnato da un processo di
modernizzazione senza sviluppo, come scriveva Franco De Felice. Questo
nuovo analfabetismo ha caratteristiche inedite: chi oggi legge senza
capire, non sempre ne è consapevole, mentre chi ieri firmava segnando
era invece ben conscio della propria condizione, lottava per conoscere o
per consentire ai propri figli di farlo. I nuovi analfabeti sono
lontani dai cliché per età, appartenenza sociale e abitudine. Molti di
essi hanno redditi elevati, accedono alla rete e usano i social network.
Non sono dunque solo gli anziani privati delle opportunità, ma anche i
giovani che stentano a trovarle, a sviluppare nel lavoro le conoscenze
acquisite a scuola e all’università. Non stupisce che questo massiccio
«analfabetismo funzionale» non venga vissuto, collettivamente ed
individualmente, come problema. Gli inciampi dati da ciò che non si sa
vengono superati delegando alle risorse tecnologiche. La rete aiuta ad
orientarsi, offre appigli immediati e soprattutto semplifica. Il tempo
necessario alla fatica della conoscenza fatica del corpo e della mente è
respinto: superfluo rispetto alle necessità del qui e ora. Stupisce
invece come quest’ordine di considerazioni da porre accanto alla
verifica sul calo delle immatricolazioni, sui giovani con laurea ma
senza lavoro, sul numero di libri e giornali letti in Italia resti
sostanzialmente fuori dal ragionamento politico. Il nuovo analfabetismo
non è un fenomeno circoscritto. Pesa nella formazione della vita
associata, nella costruzione del senso comune, della cultura e della
lingua. Condiziona le forme della comunicazione e della politica. Riduce
la lingua all’osso e combatte l’argomentazione. Non capire cosa si
legge significa essere privi degli strumenti per orientarsi in una
società complessa, del controllo sulle decisioni pubbliche e sulle
deliberazioni; in altre parole ancora, vuol dire affidarsi. Leggere
senza capire vuol dire spesso comunicare senza ragionare.
Sta qui
una parte cruciale della nostra crisi democratica, e da qui si dovrebbe
partire, oggi, per distinguere tra le risposte doverose alle istanze di
cambiamento e le illusioni regressive di un «nuovo» senza volto. La
politica non può rassegnarsi allo spirito e alla lingua del tempo: ciò
che oggi i cittadini richiedono, se si ha l’attenzione di considerare
non solo le grida e i blog più seguiti, è un atto di responsabilità e di
scelta. Combattere l’analfabetismo funzionale non vuol dire solo un
robusto e finanziato programma per la scuola e l’università, vuol dire
combattere il dileggio verso le forme strutturate e reali della vita
associata, le istituzioni, l’informazione. La casta non c’entra: è in
gioco il rifiuto per il dialogo, la mediazione tra diversi, il senso del
limite, l’accordo senza il quale non c’è, prima ancora di ogni
equilibrio politico, assetto civile che tenga.
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