Paul Verlaine: Viaggio in Francia di un francese, Medusa, pagg. 80, euro 11
Risvolto
"Non
è difficile, aprendo a caso questo volumetto postumo di Verlaine,
pubblicato per la prima volta poco più di un secolo fa, nel 1907, e in
realtà composto intorno agli anni Ottanta del XIX secolo, ritrovare lo
stesso clima, incandescente ed enfatico - degno più dell'apocalittico
Commodiano che di un indignato Giovenale (un "Giovenale cristiano", come
ebbe a scrivere Jacques Borel nel volume della Plèiade) -, che aveva
dato vita ai componimenti di "Sagesse" (1881). Fin dall'esordio,
Verlaine svela la sua unica Musa: la mistica Francia, monarchica e
cattolica, la Francia di Luigi IX e di Giovanna d'Arco, alla quale si
sono abbeverati tanti dei più impetuosi, e generosi, scrittori francesi
del suo secolo, da Chateaubriand a Joseph de Maistre, da Barbey
d'Aurevilly a Leon Bloy. Una Francia, nondimeno, che pare ai suoi occhi
non esistere più, e per questo - confessa subito l'autore - ormai "quasi
impossibile da amare", spazzata via dai colpi di troppe Rivoluzioni,
tutte fondate (non pare già di sprofondare in una pagina febbrile,
frastornante, apocalittica, di un Céline?) su un unico principio:
organizzare il caos e regolarizzare l'anarchia. Eccola, la Francia che
Verlaine denuncia, nel capitolo iniziale di questo libro, con la prosa
irruente e tumultuosa di chi ha ritrovato, dopo i traviamenti della
giovinezza, enfin, una fede: empietà, scetticismo, demagogia,
opportunismo." (Giancarlo Pontiggia)
Verlaine. Quella furia conservatrice che lo separò da Rimbaud
Escono i saggi politici del poeta “maledetto”, ma anche monarchico e ostile alle rivoluzioni
Le sue idee furono causa di violenti litigi con il compagno che lo chiamava “Loyola”
di Giuseppe Montesano Repubblica 3.4.13
Che
siano state le dispute politiche a separare gli amanti e poeti Paul
Verlaine e Arthur Rimbaud? Verlaine chiamava l’adorato Rimbaud il suo
“micetto biondo”, gli scriveva cose come: «ancora indegno striscio verso
di te, montami sopra e calpestami…», si era fatto trafiggere il polso
con un coltello da Arthur, aveva scritto con lui poesie oscene
irriferibili, e, per mantenere il ragazzo dagli occhi azzurri che si
rifiutava categoricamente di lavorare, il lussurioso Paul aveva
costretto sua madre a dissipare in pochi anni qualcosa come settantamila
euro di oggi: un amore così poteva finire per delle noiose discussioni
sul suffragio universale e la Rivoluzione francese? Impossibile.
Ma a
leggere Viaggio in Francia di un francese, un libro di Verlaine inedito
in Italia, curato magnificamente da Giancarlo Pontiggia e pubblicato da
Medusa, si direbbe proprio di sì: il soprannome di “Loyola” che Rimbaud
dette a Verlaine non era affatto un gioco. In queste pagine accese e
ritmate Verlaine sostiene che la decadenza della Francia è dovuta alla
fine del potere dei Gesuiti; sostiene che la Rivoluzione del 1789 è la
massima sciagura del Paese; sostiene che i comunardi sono pazzi; e
predica non solo il “ritorno” alle radici cristiane, ma proprio alla
monarchia cattolica e legittimista. Figurarsi che discussioni tra i due
innamorati! Paul e Arthur, per la noia, facevano un gioco: coprivano due
coltelli con degli asciugamani bagnati lasciandone scoperte le punte, e
poi si colpivano finché non usciva sangue, proprio come amanti sadomaso
in anticipo sui tempi. Dopo, naturalmente, finivano a letto, e, con la
regolarità di un orologio, Verlaine era afferrato dal pentimento.
Rimbaud gli gridava allora che era solo un gesuita infame e ipocrita,
Verlaine gli chiedeva di convertirsi alla fede degli avi e di Giovanna
D’Arco, Rimbaud gli rispondeva con qualche atroce bestemmia, Verlaine lo
accusava di essere un comunardo incendiario e un amico del suffragio
universale, e alla fine i due, tra ingiurie e sbattere di porte, colpi
di coltello e qualche colpo di pistola, ritornavano a sacrificare al dio
Eros, a Parigi, a Bruxelles, a Londra e dovunque li portava il loro
tentativo di trovare un luogo adatto ai loro sogni di poeti.
Una
convivenza per niente facile, tra il ragazzo che voleva il massacro dei
borghesi ricchi nella Comune e aveva elogiato i rivoltosi dell’89 per
aver ucciso il Re e il Verlaine che sosteneva che la democrazia è il
male assoluto della modernità e che si deve ritornare alla santità del
passato. Senza qualche piccola ipocrisia come andare d’accordo con il
ragazzo dagli occhi blu che la Francia ultracattolica sognata da
Verlaine-Loyola la detestava al punto da andarsene tra gli arabi a
vendere armi e a leggere il Corano? Verlaine scrisse il Viaggio in
Francia solo quando Rimbaud partì per l’Africa, e probabilmente ci mise
tutta la rabbia del deluso e del tradito, e tutto quello che da “Loyola”
innamorato aveva in parte dovuto dissimulare per farsi accettare dal
suo micio biondo e anarchico. Ma il manoscritto delle confessioni
politiche di Verlaine restò tale, persino una rivista cattolica lo
rifiutò, e il libro fu pubblicato dopo la morte di Verlaine: peccato,
perché la prosa risentita e anomala di Verlaine, il suo furore dolce e
la sua frivolezza retorica sono affascinanti. Del resto allora tutti
sapevano che Verlaine, che scriveva poesie cristianissime e panegirici
della Ver- gine, era però sempre l’uomo che conviveva con prostitute e
ragazzi, e che pochi anni prima aveva sbattuto il figlio nato da poco
con la testa sul muro e tentato di strangolare sua moglie perché si
rifiutava di dargli i soldi da sperperare con Arthur.
Verlaine era
questo, una contraddizione vivente e un cuore tortuoso, e a tratti un
poeta che cantava come nessuno aveva cantato prima la vita “semplice e
tranquilla” che è vicinissima ma che sempre sfugge, la leggerezza ebbra
degli amanti vagabondi in fuga dal mondo, i trasalimenti magici e
impercettibili della natura: «Nell’erba nera i Kobolds vanno; il vento
profondo piange, si direbbe… ». E il suo inimitabile tono, come il
brivido vocale di una Callas erotica, ci arriva al di là della sua
catastrofe personale: e trafigge con dolcezza, ancora.
La Francia repubblicana è rimasta senza Dio
Parigi 1871: ritratto di un Paese dopo la fine dell’Impero
di Paul Verlaine Repubblica 3.4.13
Ahimè!
tutto sembra finito, strafinito per la Francia di oggi! Le disfatte,
così eloquenti, del 1870-71 sembrano aver parlato ai sordi ed è da
allora che fa data questa recrudescenza del male e del peggio, che
segnalerà la nostra epoca all’orrore della posterità. L’empietà fa
progressi spaventosi, di concerto con l’idea repubblicana, come l’hanno
intesa i più perduti uomini della prima rivoluzione; e mai la demagogia,
per un attimo repressa – ferocemente e male – con la poca energia che
restava alla borghesia, personificata da quel deplorevole Thiers, mai la
bassa demagogia è stata sull’orlo di una tale vittoria. L’egoismo di
chi ne gode attualmente al potere, in tutta l’irresponsabilità di un
potere che disonora in primo luogo l’idea di autorità, la duplicità di
giorno in giorno, la menzogna della moderazione e la sfrontatezza nelle
contraddizioni (d’altronde tutte arbitrarie e dispotiche) che vanno
sotto il nome impertinente di opportunismo, la violenza codarda,
l’esitazione brutale, tutta la paccottiglia del machiavellismo, mentre
terminano la distruzione degli ultimi avamposti di una società per tre
quarti precipitata, snervando, stordendo, irritando un corpo elettorale
formato tutto d’inferiori, mascherano per la massa degli stolidi, degli
stanchi e degli infatuati, l’abisso ormai vicino, addormentano la
memoria, uccidono la preveggenza, e infine perdono, corrompono,
contaminano ogni facoltà, ogni spirito di condotta e ogni vestigio
dell’antica virtù! Non c’è più rispetto, non c’è più famiglia, il
piacere sfrontato – che dico, la deboscia è al vertice; nessun
patriottismo, nessun ideale neppure negativo; nemmeno, se non presso
certi diseredati, l’eroismo empio della barricata; lo studente
“orgiastico”, l’operaio senz’altro “dissoluto”; la vile scheda
elettorale che sostituisce, per le necessità della sommossa, il fucile
infame, ma almeno franco; il denaro come unico argomento, come unica
obiezione, come unica vittoria; la pigrizia e gli espedienti arraffano
il pane dell’antico lavoro – e Dio tutti i giorni è bestemmiato,
sfidato, crocifisso nella sua Chiesa, schiaffeggiato nel suo Cristo,
espropriato, cacciato, negato, provocato! Che tribuna e che stampa! Che
gioventù e che donne –, e che paese!
Tuttavia, dato che vive ancora
questa Francia orribile che hanno creato per noi, questa Francia
difficile, quasi impossibile da amare, finché c’è, perché vive ancora,
anche con questi capi che non fanno una testa, anche con le membra in
cancrena e il sangue marcio, anche in questa atmosfera pestilenziale che
le fa male, perché ha ancora forma di nazione, perché il suo nome
sussiste e la sua lingua è ancora la prima d’Europa, finché, grazie a
Dio, c’è il cuore, e finché questo cuore batte, finché batterà, ci sarà
una Francia che può tornare la beniamina tra le nazioni e il soldato di
Dio, che le ha fatto promesse quasi altrettanto solenni come quelle alla
sua Chiesa. Dunque si tratta di andare verso quel cuore, non solo con
la memoria e l’immaginazione; al francese geloso dell’antico onore e
della speranza sempre concessa, serve il coraggio di penetrare
attraverso tutti gli ostacoli odiosi e crudeli, fino alla fonte pura e
forte da cui esce questo bel sangue blu e rosso, nobili e popolo, la cui
storia fu così bella, che batteva sulle tempie del genio come nei piedi
della carità, come sul fianco del martire, e che poté scorrere su tutti
i campi di battaglia e ovunque Dio voleva essere glorificato con una
morte preziosa.
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