venerdì 5 aprile 2013
Perché Canfora non cerca tra le carte di Simonidis il Quaderno mancante di Gramsci?
Un libro rilancia argomenti smentiti da tempo. Ma i trucchi si possono smascherare
di Luciano Canfora Corriere 5.4.13
Circola
da qualche settimana un libro bluff. Doveva contenere gli atti di un
convegno sulla cosiddetta «mappa» del falso Artemidoro (Guadalquivir?
Rodano? Cipro capovolta? Delta del Nilo?). Invece il libretto è uscito,
dopo tre anni, farcito di pezzi nati dopo, e che con la materia del
convegno poco hanno a che fare (Intorno al Papiro di Artemidoro. II.
Geografia e Cartografia, curato da C. Gallazzi, B. Kramer, S. Settis,
edizioni Led, pp. 304, € 38). E fin qui pazienza. Ma il bello è che le
parti nuove rifilano al lettore menzogne vecchie. Ciò al solo fine di
resuscitare un morto: il papiro, appunto, del falso Artemidoro. Queste
parti nuove, più che un bluff, sono dunque uno scandalo.
Peccato che
una collaboratrice dell'«Espresso» giorni fa sia caduta in trappola e
abbia preso il tutto per buono, compresa la falsa notizia secondo cui un
consenso generale, ben oltre le Alpi e fin quasi alle Piramidi,
innalzerebbe osanna al falso papiro. Questa falsità fu già smentita
nella seduta dedicata al falso Artemidoro nel congresso papirologico di
Ginevra (agosto 2010), allorché risuonarono i nomi dei seguenti studiosi
che sulla autenticità avevano dichiarato il loro scetticismo: G. Aujac,
N. Wilson, H. Maehler, R. Janko, S. Colvin, P. Van Minnen, G. Cruz
Andreotti, etc.
A tacer della grafite, riscontrata nell'inchiostro e
autentico macigno contro la presunta autenticità, due fenomeni
condannano senza appello il gramo papiro (già liquidato in verità da
Maurizio Calvesi su questo giornale, il 7 aprile 2008, quando scoprì che
il proemio di Karl Ritter, 1817, era la fonte diretta della prima
colonna di testo): il fotomontaggio dell'agglomerato di partenza da cui
il papiro sarebbe stato estratto, come Atena dalla testa di Zeus (il
famigerato Konvolut), e l'imbarazzante prassi del falsario di scrivere e
disegnare intorno ai buchi dei pezzi di papiro che aveva ramazzato e
messo insieme. Entrambi i disastri meritano un breve racconto.
Partiamo
dal fotomontaggio. I lettori di questo giornale sanno — grazie ad un
risolutivo intervento del dottor Silio Bozzi — che la carta fotografica
Fujicolor su cui è sviluppata l'unica immagine esistente del Konvolut fu
prodotta a partire dal 1985, mentre il papirologo Grimm e il compianto
Shelton videro il papiro disteso e in pezzi separati già nel 1980/81.
Come dire che l'improbabile agglomerato (Konvolut) composto di pezzi
ancora impastati e brutalmente accorpati è nato dopo che il papiro era
già stato tirato fuori dal «Konvolut»! Il fenomeno si spiegherebbe solo
se il tutto fosse avvenuto a velocità superiore a quella della luce onde
riuscire a marciare, magari in astronave, a ritroso nel tempo. Oltre
tutto è stato dimostrato da qualche anno che le lettere alfabetiche
occhieggianti sul Konvolut e miranti a far credere agli sprovveduti che
quello è l'involucro-matrice del falso Artemidoro sono state aggiunte
dopo sulla foto dell'informe ammasso e perciò travalicano allegramente
le sottostanti fratture (si veda Fotografia e falsificazione, Aiep,
Repubblica di San Marino, 2011, pp. 15-21). Nel nuovo libro-bluff della
Led, un Baumann, esperto in Photoshop, solleva perplessità e però ignora
del tutto gli studi risolutivi contenuti nel citato volume Fotografia e
falsificazione. Orbene, chi è Baumann e perché è stato tirato in questa
storia a rischio della sua reputazione? Fu uno studioso di Colonia a
convocarlo, dopo aver tentato invano di coinvolgere la polizia
scientifica tedesca. Risultato: il Baumann, in sostanza, se la cava
dicendo di non avere una chiara opinione al proposito e candidamente
ostenta di non aver letto la bibliografia principale.
E veniamo alla
«bucologia». Quello che un dì fu presentato come esemplare «de luxe»
proveniente recta via da Alessandria è diventato — via via che lo
smascheramento del falso si attuava — dapprima un prodotto scadente
pieno di errori, poi l'opera di uno che non conosceva bene il greco
(come se in Egitto il greco non fosse la lingua dominante negli ambienti
interessati a far copiare testi greci!), infine un oggettaccio su cui
l'ignorantissimo copista si ostinò a vergare lettere saltellando tra un
buco e l'altro. Un tempo risuonava lo slogan: «Una risata vi
seppellirà». Ma qui si tratterebbe di riseppellire un già trapassato,
tirato fuori dal meritato sepolcro come papa Formoso.
La teoria
bucologica del recentissimo volume-bluff Led si scontra con un dato
ancor più distruttivo: il fatto è che anche numerosi disegni che
vorrebbero rappresentare arti umani girano intorno alle lacune e ai
danneggiamenti del supporto. Se uno completasse l'arto seguendo le linee
del disegno abbozzato ne risulterebbero zamponi, o meglio caviglioni
immani e colli taurini dalla dirompente comicità.
L'accanimento
terapeutico, si sa, è una pratica iniqua. Ma applicata ad un papiro già
svergognato e già sotterrato fa venire alla mente raffronti esilaranti.
Vien da pensare a quel film in cui il principe De Curtis svolgeva il
ruolo di un vecchietto ormai suonato, ma testardo, refrattario, dopo la
guerra, a prendere atto del tracollo della moneta, e che perciò,
tetragono, continuava a pagare in centesimi il suo paziente
barbitonsore; si incaricavano i congiunti, per giusta pietas, di
rifondere il benemerito artigiano della somma a lui spettante. Chi sa se
questa barba avrà termine, una buona volta.
Dubbi e certezze sullo strano rotolo
di Antonio Carioti Corriere 5.4.13
Il
«papiro di Artemidoro» è un reperto lungo due metri e mezzo e largo
32,5 cm, di cui abbiamo circa 50 frammenti. Su un lato (il recto)
contiene un testo greco, una carta geografica e alcune raffigurazioni di
mani, piedi e volti. Sull'altro lato (il verso) troviamo immagini di
animali. Ne parlarono per la prima volta Claudio Gallazzi e Bärbel
Kramer nel 1998 sulla rivista «Archiv für Papyrusforschung». Gli stessi
due studiosi, insieme a Salvatore Settis, ne attestarono l'autenticità,
datando il reperto intorno al I secolo a.C. e attribuendo il testo
all'antico geografo Artemidoro di Efeso. Sulla base di queste
conclusioni, la Fondazione per l'Arte della Compagnia di San Paolo di
Torino acquistò il papiro nel 2004 per 2.750.000 euro. Nel 2006 si tenne
una mostra del reperto a Palazzo Bricherasio (Torino), ma vennero
sollevati forti dubbi circa la sua autenticità dalla rivista «Quaderni
di Storia», il cui direttore Luciano Canfora avanzò la tesi che si
trattasse di una contraffazione realizzata da un abile falsario greco
dell'Ottocento, Costantino Simonidis. Da allora si è sviluppato un
vivace dibattito. Oltre a una serie di incongruenze linguistiche del
testo, Canfora ha messo in luce la mancanza di documentazione circa lo
smontaggio dell'ammasso papiraceo (il Konvolut), da cui sono stati
tratti i vari pezzi del rotolo. Inoltre alcuni storici dell'arte, come
Maurizio Calvesi, hanno eccepito che i disegni raffigurati sul papiro
non possono essere di autori antichi, rilevando anche l'assonanza tra
una parte del testo e un'opera di Karl Ritter, geografo tedesco
dell'Ottocento. Altri elementi riguardanti l'unica foto esistente del
Konvolut, resa pubblica nel 2008, fanno ritenere che si tratti di una
manipolazione. Tali obiezioni però non convincono i fautori
dell'autenticità del papiro, che confermano la loro tesi nel libro di
cui Canfora si occupa nell'articolo qui accanto.
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