sabato 4 maggio 2013
Abbandonata quella informativa (troppo difficile), il Corriere della Sera scopre la propria vocazione pastorale
«Io sono il Signore Dio tuo» inizia così il buon cammino
Il primo imperativo del Decalogo fonda la via della salvezza
di Armando Torno Corriere 3.4.13
Tavole
della Legge, Comandamenti, Decalogo: sono espressioni diverse per
indicare i precetti che Mosè ricevette sul Sinai, base dell'alleanza tra
Dio e Israele. Il termine più usato in dizionari e repertori, Decalogo,
in greco significa dieci (déka) parole (lógos). Una consuetudine,
accettata anche se non filologicamente ineccepibile, ama tradurlo con la
locuzione «I Dieci Comandamenti»; tuttavia una ragione c'è, e va
cercata nel fatto che in ebraico «parola», davar, è sinonimo di
comandamento. Mosè rimase «con il Signore quaranta giorni e quaranta
notti senza mangiar pane e senza bere acqua» (Esodo 34,28). Oggi sono
considerati riferimenti giuridici ed etici, oltre che religiosi;
costituiscono il codice morale di gran parte dell'umanità. O, per dirla
con Hermann Cohen, fondatore della scuola di Marburgo e figura di spicco
del neokantismo, si possono intendere come una sorta di equazione
assoluta donata all'uomo (in Scritti ebraici, Berlino 1924).
Nella
Bibbia si trovano due versioni con lievi varianti delle «dieci parole».
Si leggono nell'Esodo (20,1-17) e nel Deuteronomio (5,6-21). La
tradizione cattolica nel presentarle si discosta da ebrei ed evangelici.
Già Agostino operò una distinzione nel Decalogo che lasciò una duratura
traccia: divise i tre Comandamenti iniziali dai successivi sette,
attribuendo ai primi i doveri verso Dio e ai successivi quelli verso gli
uomini. Ma tali considerazioni continuarono per secoli. Per offrirne un
esempio, diremo che un filosofo e teologo quale Duns Scoto, il Doctor
Subtilis morto a Colonia nel 1308, sostiene che i Comandamenti della
seconda tavola, ovvero dal quarto al decimo, non si dovrebbero ritenere
inerenti alla legge naturale (in Reportata parisiensa; ribadisce in
Scriptus Oxoniense). Di contro Tommaso d'Aquino, che affronta
l'argomento nella Summa Theologiae, è convinto che tutti i precetti del
Decalogo appartengano alla legge di natura.
La trascrizione del testo
delle Tavole riportato nei catechismi cattolici è frutto di interventi
maturati nel tempo. Significativo è il contributo di Alfonso Maria de'
Liguori e l'influenza che esercitò dal XVIII secolo. Il santo partenopeo
intese i Comandamenti come il sommario della teologia morale: per tale
motivo cercò di compendiare in ogni proposizione un aspetto di vita. Il
caso più evidente è nel sesto precetto, «non commettere adulterio»; egli
preferì il più ampio «non commettere atti impuri». Sant'Alfonso
desiderava investire tutta la sessualità. Lui stesso, d'altra parte,
osservò regole rigidissime per trattare codesta materia: è noto che le
pagine sulla morale matrimoniale, presenti nella sua opera, le vergò in
ginocchio per non cadere in tentazione.
Si può affermare che ogni
epoca abbia bisogno di ripensare e far rivivere nel proprio tempo i
Comandamenti. Gianantonio Borgonovo, biblista e autore del saggio Torah e
storiografie dell'Antico Testamento (Elledici 2012), ci confidava a
proposito delle attuali riletture: «La ripresa di queste riflessioni
trova significato nel valore di mitzwà, ovvero una tensione di mezzo tra
l'amore di Dio che precede ("Io sono il Signore Dio tuo che ti ha fatto
uscire dalla terra d'Egitto, dalla casa degli schiavi...") e l'amore
che segue il Comandamento stesso e che diventa legge, sentenza,
decreto». Per questo ebraista il Decalogo ha in sé una sorta di energia
infinita, che «da una parte va all'originaria rivelazione del Sinai
(Horeb) e dall'altra chiede di essere ogni volta attualizzata
nell'oggi».
Ora tornano in distribuzione I Comandamenti editi dal
2010 (Il Mulino). Sono commentati, chiosati, fatti rivivere da teologi,
filosofi, biblisti ma anche da economisti e giuristi (Non rubare, ottavo
volume, è trattato da Paolo Prodi e Guido Rossi). Il primo di essi, Io
sono il Signore Dio tuo, parole che introducono le Tavole della Legge, è
firmato da Piero Coda e Massimo Cacciari. Il percorso tracciato parte
dalla semantica del Nome per giungere alle riflessioni sul
Deus-Trinitas. Da un lato si esamina, tra l'altro, l'autopresentazione
di Dio di Esodo 3,14 «Io sono colui che sono» (ehjeh asher ehjeh), e che
Piero Coda mostra nelle diverse interpretazioni non escludendo quella
nata dalla versione greca della Bibbia dei Settanta (ego eimi ho on: si
potrebbe addirittura tradurre «Io sono l'Essente»); dall'altro ci si
chiede chi sia «l'Uno dell'Esodo». In tal caso Massimo Cacciari indica
percorsi che aiutano il lettore ad avvicinarsi al «segreto del Nome
divino», anche se resta «inafferrabile e ineffabile». «Non interessa
tanto il Nome — scrive — ma ciò che l'Essere di Dio può. La sua natura è
di essere, non di essere nominato, e di essere ponendo "fuori" di sé
tutta la propria potenza».
In margine a Coda e Cacciari notiamo che
per meglio cogliere il significato della frase «Non avere altri dèi di
fronte a me» (Esodo 20,3; Deuteronomio 5,7), il primo ordine di Dio del
Decalogo, è consigliabile affidarsi a una considerazione di Martin
Buber: «La dottrina della unicità ha la sua ragione vitale non nel fatto
che ci si formi un giudizio sul numero di dèi che ci sono e si cerchi
magari di verificarlo, bensì nella esclusività che regge il rapporto di
fede, come esso regge il vero amore tra uomo e uomo; più esattamente:
nel valore e nella capacità totale insiti nel carattere esclusivo...
L'unicità nel "monoteismo" non è, dunque, quella di un "esemplare", ma è
quella del partner nella relazione interpersonale, finché questa non
viene rinnegata nell'insieme della vita vissuta» (Königtum Gottes, Opere
II, Monaco di Baviera 1964). Non è dunque avventato credere che il
concetto fondamentale espresso da questo primo Comandamento sia di
carattere esistenziale: è una scelta radicale che guida la vita. D'altra
parte, il suggerimento di Buber ci aiuta a meglio comprendere la
traduzione delle parole 'al-panaj, che si potrebbero rendere «oltre a
me», «di fronte a me», «al mio fianco», «contro di me», «a mia onta» e
altro, portandoci anche lontano dal comando di Dio.
Ricordiamo infine
che questa serie di commenti alle Tavole della Legge è di undici volumi
e non dieci. L'ultimo, Ama il prossimo tuo (Enzo Bianchi e Massimo
Cacciari), è dedicato al Comandamento cristiano per eccellenza, già
comunque presente nel Levitico: «Non ti vendicherai e non serberai
rancore contro i figli del tuo popolo, ma amerai il tuo prossimo come te
stesso» (19,18). Con Cristo diventa la sintesi delle leggi che parlano
della relazione con l'altro. Il Vangelo di Giovanni riporta: «Questo è
il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho
amati» (15,12); Paolo, nell'Epistola ai Romani, precisa: «Infatti il
precetto: non commettere adulterio, non uccidere, non rubare, non
desiderare e qualsiasi altro comandamento, si riassume in queste parole:
amerai il prossimo tuo come te stesso» (13,9).
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