lunedì 13 maggio 2013
Appena hanno sentito che Vendola voleva entrare, i socialisti sciolgono l'Internazionale
Addio Internazionale socialista: l'Spd si prepara a lanciare una nuova Alleanza progressista
di Paolo Lepri Corriere 11.5.13
L'Internazionale
socialista ha i giorni contati, almeno nella sua versione storica, che
si identifica soprattutto con l'immagine, e la forza, di Willy Brandt,
suo presidente dal 1976 al 1992. Erano altri tempi, e proprio dalla Spd,
che ha avuto nell'architetto della Ostpolitik il suo leader
carismatico, viene l'impulso ad aprire una pagina nuova.
I dirigenti
socialdemocratici tedeschi sono spesso divisi su molte questioni —
ultimamente, perfino, sul limite di velocità di 120 chilometri all'ora
nelle autostrade — ma su questo argomento la pensano allo stesso modo. A
parlare per tutti è stato il presidente Sigmar Gabriel, in
un'intervista a Focus: «Bisogna rendersi realisticamente conto che
l'Internazionale socialista non ha saputo negli ultimi anni dare un
contributo sostanziale per limitare gli eccessi del mercato finanziario o
per affrontare le altre sfide globali». Gli ha fatto eco Hans-Jochen
Vogel, candidato cancelliere nel 1983, deplorando il «silenzio»
dell'organizzazione fondata nel 1889 che riunisce oggi ben 150 partiti.
C'è
anche già una data per promuovere questo cambiamento: è quella del 23
maggio, quando la Spd festeggerà a Lipsia il proprio centocinquantesimo
anniversario alla presenza del presidente francese François Hollande e
di decine di leader socialisti di tutto il mondo. Sarà l'occasione
giusta — si pensa al Willy-Brandt-Haus, il quartier generale berlinese
del partito — per promuovere a tutti gli effetti una nuova «cosa» che si
chiamerà «Alleanza progressista». D'accordo, anche se con qualche
prudenza, i socialisti francesi. Molto interessato il Partito
democratico italiano, che ha promosso a Roma in dicembre una riunione
internazionale per la quale era stata scelta proprio quella etichetta.
Il Pd, tra l'altro, non ha aderito dopo la sua fondazione
all'Internazionale socialista. Coinvolti nelle discussioni di queste
settimane anche i laburisti britannici.
La percezione di un
logoramento del ruolo dell'Internazionale socialista era ben chiara da
tempo. Non è un caso che i dirigenti della Spd abbiano deciso all'inizio
di quest'anno di ridurre il contributo annuale da 100.000 a 5.000
sterline (il segretariato dell'organizzazione è a Londra) e di
«retrocedersi», come il partito di Miliband, ad osservatori. Ma già due
anni fa Gabriel aveva toccato il tasto più delicato, quello riguardante
la presenza di forze politiche e di leader che niente avevano a che fare
con la tradizione del socialismo democratico. È stato il caso del raìs
egiziano Hosni Moubarak, del presidente tunisino Ben Ali, del numero uno
del Nicaragua Daniel Ortega. Un'etichetta buona, insomma, per dare
copertura a tiranni.
I socialdemocratici tedeschi vogliono invece
costruire una «rete» che possa rafforzare l'elaborazione collettiva
dello schieramento progressista. Aperta al mondo, ma senza nostalgie e
concessioni al passato. Il successo o meno di questo progetto, però, non
può non essere determinato anche e soprattutto da una forte prospettiva
europea, in cui le idee siano il punto di partenza per un dialogo a
tutto campo sulle soluzioni più efficaci per superare la crisi.
Un'alleanza per l'Europa, senza contrapposizioni schematiche, potrebbe
essere il risultato più importante della svolta di Lipsia.
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