mercoledì 8 maggio 2013
Cassano passa all'ala destra
Lo schema che imprigiona la sinistra
di Franco Cassano l’Unità 8.5.13
Sicuramente la mutilazione della «vittoria» del 25 febbraio è la madre
di quelle successive e di quelle, ancora più dolorose, che potrebbero
seguire. Credo che per evitare questa spirale sia necessario spostare il
piano della riflessione sul voto.
Collocandola all’interno di un arco temporale più lungo e sottraendosi
alla tentazione di una spiegazione iper-politicista. A dilettarsi in
questo gioco, infatti, c’è già un’enorme armata di specialisti, dai
politici ai giornalisti, tutti appassionati di tattica e strategia,
tutti seguaci di Sun Tzu o Machiavelli. Accade così che troppo spesso
gli insuccessi elettorali vengano imputati a limiti e difetti delle
strategie adottate, aprendo ciclicamente, all’indomani delle sconfitte,
l’antico gioco crudele delle rese dei conti e dei capri espiatori. Non
intendiamo certo negare che la dimensione soggettiva e le scelte fatte
abbiano avuto un ruolo rilevante nel determinare i rapporti di forza tra
gli schieramenti, ma pensiamo anche che troppo facilmente nella
costruzione del ragionamento sia stato rimosso un dato che, come
accadeva per la lettera rubata di Poe, abbiamo di fronte agli occhi, ma
ci rifiutiamo di vedere.
L’unico pregio del recente risultato elettorale è proprio quello di aver
reso ancor più evidente questo dato e impossibile la sua rimozione: da
tempo il centrosinistra possiede un bacino elettorale ristretto e non
espansivo, e il voto di febbraio dimostra che neanche i fenomeni di
radicalizzazione prodotti dalla crisi riescono a modificare tale
situazione a suo favore. Non si tratta certo di una novità: anche se
sistematicamente ignorato, questo convitato di pietra esiste da molti
anni, e tutte le ricerche sul comportamento elettorale degli italiani
hanno ripetutamente segnalato che la base sociale della coalizione di
centrosinistra è caratterizzata dalla sovra-rappresentazione di tre aree
sociali: quella del lavoro dipendente prevalentemente pubblico, e
sempre più quella dei pensionati (ben il 37 per cento il 25 febbraio!) e
quella delle figure dotate di un alto livello di istruzione.
Si tratta di una base sociale fortemente legata al sistema del welfare,
la cui composizione è in buona misura il riflesso dell’espansione della
sfera dei diritti che si produsse negli anni settanta. In altre parole
il centrosinistra rappresenta oggi quella vasta area sociale del lavoro
dipendente, che riuscì in quegli anni a costruire un complesso di
garanzie capace di sottrarla all’incertezza e alle intemperie del
mercato. Se ci si sofferma su questa composizione dell’elettorato del
centrosinistra non si può non cogliere lo scarto esistente tra
l’immagine che esso ha di sé e la sua condizione reale. In
contraddizione con la narrazione che gli è cara, esso si trova,
specialmente nel settore pubblico, in una condizione molto diversa da
quella ritratta nel «Quarto stato» del famoso quadro di Pellizza da
Volpedo. Certo, attraverso le sue lotte esso ha realizzato conquiste
cruciali per la civiltà di un popolo, ma non riesce neanche ad avvertire
come esse, in una situazione drammatica come quella che attraversa il
Paese, possano apparire ad altri come un privilegio, una sottrazione
corporativa all’incertezza generale.
La maggior parte di coloro che non vengono raccolti da questa rete
giocano infatti un’altra partita e finiscono per approdare altrove. La
figura dominante nell’area sociale esterna al centrosinistra è infatti
quella del lavoratore autonomo, che va dal padrone in senso classico al
professionista, all’artigiano, al commerciante: è il mondo delle partite
Iva e del capitalismo personale, un mondo spesso vitale, ma
sistematicamente allergico alle regole. La linea di demarcazione tra
lavoro dipendente e lavoro autonomo lascia quindi fuori del
centrosinistra la grande maggioranza di questo popolo, che in Italia è
particolarmente esteso. Non solo: anche l’area del lavoro dipendente
privato, molto più esposta di quello pubblico alle vicende del mercato,
sembra esodare almeno in parte dal bacino elettorale del centrosinistra e
assestarsi in quello del centrodestra.
Tutti sappiamo che in alcune aree del nord è esistita a lungo una sorta
di doppia militanza, iscrizione alla Cgil, voto alla Lega, e che da
tempo la classe operaia ha smesso di votare prevalentemente a sinistra.
All’interno dei due schieramenti lo Stato si configura in modo
diametralmente opposto: se dal lato del centrosinistra esso appare come
lo strumento per la difesa dei diritti e della legalità e per la
maturazione civile del Paese, dal lato del centrodestra esso appare
invece come un’entità nemica che, aumentando la pressione fiscale e i
controlli, viola la libertà della proprietà e dell’impresa. Questa
allergia unifica figure molto diverse, dai comitati di affari e le
fameliche cordate che si assiepano intorno agli appalti pubblici alle
imprese esposte sul mercato internazionale, al piccolo esercizio
commerciale, assillato dalla precarietà e dalla concorrenza «sleale»
degli ipermercati. Questo popolo si protegge con strategie ben diverse
da quelle codificate nel popolo di centrosinistra, e sogna una mobilità
sociale che, non essendo più garantita dal tradizionale canale
dell’istruzione, sembra potersi incarnare molto di più nel successo dei
divi dello sport e dello spettacolo. L’antistatalismo di questo popolo
viene da lontano, ma Berlusconi ha saputo utilizzarlo a lungo come
collante egemonico, occultando il proprio personale conflitto di
interessi nel quadro di un neoliberismo all’italiana, preoccupato molto
più di privatizzare e condonare che di mettere in grado di competere.
La Seconda Repubblica è fondata su questo bipolarismo prima sociale che
politico, sull’opposizione tra questi due popoli e sulla ridefinizione
della destra e della sinistra che si produce intorno a questo passaggio.
Si afferma così una composizione sociale dello scontro che non consente
mai al centrosinistra di conquistare una maggioranza stabile per
governare: esso rappresenta sicuramente la parte più «civile» e
presentabile del Paese, ma ne costituisce una minoranza.
È da questo scarto e da questa impotenza che è nata quella polemica
morale sulle tare civili del carattere degli italiani che ha
caratterizzato la lotta politica in modo sempre più acuto nell’ultimo
decennio e che ha fatto divenire un bestseller il Discorso di Leopardi
di quasi due secoli fa. Ma anche quando il cappio egemonico di
Berlusconi si allenta ed egli appare corrispondere sempre più
all’immagine morettiana del «caimano», la maggioranza degli italiani non
si fida dei suoi avversari politici. E anche quando la crisi strozza il
Paese, radicalizzando aree estese di entrambi i blocchi sociali, dai
giovani disoccupati o precari, estranei per sempre al sistema delle
garanzie, alle piccole imprese decimate dalla contrazione dei mercati e
del credito, questo inasprimento non incontra il centrosinistra, ma la
protesta avventurista ed ambigua del grillismo (il 37% degli studenti e
il 39% dei lavoratori autonomi).
Il corollario politico che si può ricavare dall’analisi proposta è molto
semplice: è necessario disincagliare lo scontro politico tra destra e
sinistra da una configurazione che è stata costantemente sfavorevole
alla sinistra. In questo gioco si corre il rischio di perdere sempre e
di frenare lo sviluppo stesso del Paese. Ma questo passaggio sarà
possibile solo a due condizioni: da un lato il centrodestra dovrà
mettersi alle spalle la leadership pesantemente personalistica che lo ha
dominato in questo ventennio, il vero ostacolo ad ogni stabile
collaborazione istituzionale, dall’altro il centrosinistra dovrà
prendere atto della limitatezza difensiva della propria base elettorale,
spingerla a mettersi in gioco e ripensare seriamente a quali sono le
condizioni necessarie per costruire un sistema di protezione sociale
capace di coprire tutti in modo più equo. Due missioni che allo stato
delle cose sembrano impossibili.
Riducendo la nostra idea ad una formula necessariamente sommaria
potremmo esprimerla così: è necessario riconnettere quanto prima e con
grande decisione cultura e produzione, ricerca scientifica e presenza
nello scenario globale, riconoscendo che un sistema di protezione
sociale non può conservarsi se un Paese sta declinando. La
contrapposizione che ha segnato la vita della Seconda Repubblica ha
impedito che impresa e cultura interagissero in modo fecondo: da un lato
un’impresa a basso contenuto tecnologico, incapace, tranne alcune
eccezioni, di inserirsi con successo nel regno delle lavorazioni di
punta, dall’altro una cultura diffidente e capace di vedere nella
produzione solo il pericolo della devastazione, come se per sperimentare
nuove forme di compatibilità sociali ed ambientali non fosse necessaria
più ricerca. Questa polarizzazione tra il mondo della produzione e
quello del sapere è stata sia la conseguenza, che la causa della
progressiva perifericizzazione del nostro Paese, di quello che non è
azzardato chiamare declino.
Solo partendo dal superamento di questa polarizzazione è possibile
rilanciare un’idea ambiziosa dell’Italia, sparigliare il gioco perverso
in cui essa sembra avvitata, facendone una protagonista dello scenario
politico europeo, un soggetto vitale del mondo globale. Ma per far
questo il Paese ha bisogno di innescare circoli virtuosi e non
contrapposizioni che balcanizzano le risorse. Questo scarto in avanti
non verrà certo dalle dinamiche spontanee dei mercati, ma solo se la
politica saprà pensarlo come una priorità assoluta. Non si tratterà di
schierarsi pro o contro il mercato, ma di indicare come stare nel
mercato, di produrre quelle decisioni forti che sono necessarie per
contrastare la perifericizzazione del Paese. Solo allora ci saremo
affacciati nella Terza Repubblica.
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