
Wendy Brown:
Stati murati, sovranità in declino, a cura di Federica Giardini, Laterza, pp. 169, euro 16
Risvolto
Nuovi muri rigano il globo, muri icone degli Stati. Possono sembrare
simboli iperbolici ma, come ogni iperbole, proprio nel cuore di ciò che
intendono esprimere rivelano timore, vulnerabilità, dubbio o
instabilità.
I più noti sono quello americano, gigantesco, che corre lungo il
confine meridionale degli Stati Uniti e quello israeliano che si snoda
attraverso la Cisgiordania. Ma di muri ve ne sono molti altri. Il Sud
Africa del post-apartheid mantiene una barriera elettrificata di
sicurezza lungo il confine con lo Zimbabwe. L’Arabia Saudita ha ultimato
la costruzione di una struttura di pilastri in cemento alti più di tre
metri sul confine con lo Yemen e sta per iniziare quella di un muro
lungo il confine con l’Iraq. L’India ha costruito barriere che ‘murano
fuori’ il Pakistan, il Bangladesh e Burma e ‘murano dentro’ il
territorio che contende al Kashmir. La Cina sta murando fuori la Corea
del Nord, ma anche i nord coreani stanno costruendo un muro, parallelo a
un tratto di quello cinese, per tenere fuori la Cina. E altri muri
stanno nascendo. Ma perché gli Stati-nazione manifestano una vera e
propria passione per la costruzione dei muri? Cosa nasconde quella
paradossale, dura, ottusa fisicità dei muri?
FORTIFICAZIONI GLOBALI
Una geografia dei murati vivi
Un libro di Wendy Brown, pubblicato da Laterza, racconta gli Stati delle recinzioni e la fallimentare politica delle barriere. Rinserrarsi non serve, le identità si corrodono e le minacce penetrano
APERTURA - Sandro Mezzadra il manifesto 2013.05.11 - 10 CULTURA
C'è anche il muro di via Anelli, fortemente
voluto dal neo-ministro Pd Flavio Zanonato a Padova, nell'impressionante
catalogo di muri e palizzate, reticolati di filo spinato e barriere in
cemento e acciaio, con cui si apre il libro di Wendy Brown, Stati
murati, sovranità in declino (edizione italiana a cura di Federica
Giardini, Laterza, pp. 169, euro 16). È una vera e propria geografia
della fortificazione su scala globale quella che ne emerge: dall'India
alla Palestina, dal confine meridionale degli Stati Uniti
all'Uzbekistan, dall'enclave spagnola di Melilla in Marocco all'Arabia
Saudita, dal Kashmir al Botswana vecchi e nuovi confini si cingono di
minacciosi dispositivi di contenimento e chiusura. Ma anche all'interno
degli spazi che questi confini dovrebbero delimitare si moltiplicano i
muri, a delimitare ghetti e slum o a filtrare l'accesso alle gated
communities , gli spazi recintati e sorvegliati in cui - in un numero
crescente di Paesi - si rinserrano a vivere i ricchi. «Murare fuori» e
«murare dentro»: sono questi i due momenti essenziali, secondo Brown, di
una sorta di dialettica dei muri, che nel momento in cui pretendono di
proteggere dall'infiltrazione di minacce esterne (i migranti, la
povertà, i terroristi, o un'epidemia di afta epizootica) puntano ad
assicurare la stabilità e la sicurezza dell'identità murata.
Occupazioni di territorio
Vi
è un che di arcaico, annota Brown, nella «costruzione, lenta e
manifesta, di muri fatti di cemento, di mattoni, di ferro, d'acciaio, di
filo spinato o anche di fibre sintetiche». Le foto che illustrano il
volume restituiscono in modo molto efficace questa irriducibile
materialità del muro (la sua pesantezza spesso monumentale), che pare in
contraddizione - anche laddove si ricordi la sua articolazione con
altre tecnologie di controllo - con la pretesa natura reticolare e di
flusso, se non con la «liquidità», del potere contemporaneo. E del
resto: il fatto stesso che si debba registrare la proliferazione globale
dei muri a oltre vent'anni dal crollo di quello di Berlino non ci
costringe a rivedere criticamente le retoriche a lungo dominanti sulla
globalizzazione, su quel «mondo senza confini» che esse annunciavano?
Non dovremmo forse considerare niente più che una retorica la stessa
«globalizzazione»? E vedere nei muri il segno inequivocabile del
«ritorno» (se non dell'intramontabile presenza) dello Stato e della
sovranità? Come annuncia il titolo stesso del libro di Wendy Brown, la
sua risposta a quest'ultima domanda è decisamente negativa. I nuovi
muri, scrive, «sono iconografie della recinzione di un territorio
sovrano e del potere sovrano di proteggere e contenere, proprio nel
momento in cui questi poteri si vanno dissolvendo». Brown sa di che cosa
parla: teorica politica di grande finezza, lavora da anni - in
particolare sullo sfondo dei dibattiti femministi e dei movimenti delle
donne - sui concetti politici fondamentali che hanno articolato
l'esperienza storica dello Stato moderno. Il suo precedente libro
tradotto in italiano ( La politica fuori dalla storia , a cura di Paola
Rudan, Laterza, 2012) dà conto egregiamente di questo percorso di
ricerca, che è giunto a investire criticamente, a partire da una
combinazione di Marx e Foucault, il discorso dei diritti, il nesso tra
potere e libertà e le metamorfosi della soggettività nel contesto della
transizione neo-liberale. A venire ora in primo piano, nell'analisi di
Brown, è appunto il concetto di sovranità, di cui è sottolineata - sulle
tracce dello Schmitt del Nomos della terra - l'originaria connessione
con un gesto di «occupazione» e «appropriazione» di terra, dunque con
una «recinzione» ( enclosure ). Sovranità, secondo questa prospettiva, è
concetto per eccellenza liminare: essa «demarca infatti non solo i
limiti di un'entità, ma, attraverso questa demarcazione, istituisce le
condizioni e ne organizza lo spazio interno ed esterno». Non si potrebbe
meglio indicare il nesso costitutivo che stringe la sovranità
all'istituto del confine. Ma è il caso di aggiungere, per introdurre la
tesi di Brown a proposito della moltiplicazione dei muri come segno
della «dissolvenza» della sovranità, che quest'ultima costruisce la
propria stabilità sulla neutralizzazione (per usare un termine
schmittiano) del rapporto fondativo che intrattiene con la «recinzione».
In altri termini, la sovranità è tanto più salda quanto più i confini
sono sospinti ai margini dell'esperienza politica, quanto più cioè
corrispondono alla loro rappresentazione cartografica e sono assunti
come qualcosa di scontato. Oggi non è più così: come notava oltre dieci
anni fa Étienne Balibar i confini tendono piuttosto a essere
«dappertutto», a riemergere al centro stesso degli spazi che dovrebbero
delimitare. I muri, proprio per il loro carattere arcaico ed eccessivo,
«iperbolico», appaiono a Brown il paradossale sigillo di questo
vacillare dei confini e della sovranità. È bene aggiungere che a questo
vacillare e a questa «dissolvenza» non corrisponde certo un lineare
superamento dei confini: quella che Brown descrive è piuttosto una loro
scomposizione e ricomposizione, nonché l'irradiazione dei loro effetti
di potere (spesso letali, nel Mediterraneo non meno che nelle
borderlands desertiche tra Stati Uniti e Messico) al di là delle linee
di confine. Più in generale, Brown propone in questo libro la tesi, per
certi versi simile a quella di Saskia Sassen ( Territorio, autorità,
diritti , Bruno Mondadori, 2008), secondo cui vivremmo oggi in un
«ordine postvestfaliano» (il riferimento è alla pace di Vestfalia del
1648, a cui convenzionalmente si associa l'imporsi dello Stato
territoriale sovrano in Europa) senza che ciò determini la fine o
l'irrilevanza dello Stato e della sovranità. «Anzi - scrive Brown - il
prefisso 'post' indica un processo che è temporalmente successivo ma non
supera il termine che accompagna».
Inutilità delle «dighe»
In
questa condizione assai particolare di «posteriorità», Stato e
sovranità continuano a svolgere funzioni essenziali, ma hanno ormai
perduto la capacità di organizzare attorno a sé un ordine coerente e
sistematico. E soprattutto: i due ambiti dalla cui neutralizzazione -
ancora secondo un tracciato schmittiano - era emerso lo Stato sovrano
alle origini della modernità, ovvero l'economia e la teologia, si
riappropriano oggi di caratteristiche essenziali della sovranità: la
«dominazione oppressiva del capitale» e la «violenza politica
autorizzata per via divina» appaiono a Brown figure di una sovranità
ormai disgiunta dallo Stato nazione. Che il proliferare di muri
descritto in questo libro non sia di per sé in contraddizione con le
pretese della prima di queste figure (del capitale) Brown lo mostra in
particolare a proposito del muro in costruzione sul confine meridionale
degli Stati Uniti (che è, insieme a quello israeliano che si snoda
attorno alla Cisgiordania, quello su cui la sua analisi si concentra).
Senza indulgere ad alcun determinismo economico, il fatto che la Golden
State Fence Company - l'impresa che ha realizzato un ampio tratto della
barriera di confine in California - sia stata multata tre volte per aver
ingaggiato centinaia di lavoratori migranti privi di documenti mostra
in modo fin troppo chiaro come la fortificazione del confine
contribuisca a un processo di produzione di una forza lavoro senza
diritti e con debole potere contrattuale. I nuovi muri appaiono spesso
delle «dighe, costruite per regolare più che per bloccare i flussi».
Sono sostanzialmente inefficaci rispetto agli obiettivi dichiarati per
la loro costruzione e agiscono piuttosto, come Brown scrive riprendendo
le analisi di Eyal Weizman sul muro israeliano e quelle di Peter
Andreas, Mike Davis e Nicholas De Genova su quello statunitense, sul
terreno della spettacolarizzazione e dell'iconografia: mettono cioè in
scena «una performance rituale», attivando e mobilitando nazionalismo e
razzismo assai più di quanto non rispondano a essi. È in fondo una
funzione di rassicurazione simbolica quella svolta dai nuovi muri,
«soluzioni politiche sospese» che nell'incerto presente postvestfaliano
agiscono nel rovescio di una sovranità in dissolvenza assai più di
quanto non concorrano a riaffermarla. Nell'ultimo capitolo del libro,
Wendy Brown lavora sul versante psicanalitico del «desiderio di muri» e
delle fantasie che lo nutrono (fantasie di impermeabilità, purezza,
innocenza e di virtù). All'incrocio tra le teorie della «difesa» di
Sigmund e Anna Freud i muri emergono come dispositivi di restaurazione
dell'« imago del sovrano e delle sue capacità protettive», come «templi
moderni in cui dimora lo spettro della sovranità»: «forniscono
magicamente protezione contro forze incomprensibilmente enormi,
corrosive e umanamente incontrollabili», ammantandosi di un'aura
teologica.
I confini mutanti
Stati murati, sovranità
in declino è un bel libro, si legge d'un fiato e appassiona per la
ricchezza dei riferimenti teorici, sempre padroneggiati con sicurezza ed
eleganza, e dei materiali «empirici» analizzati. È indubbiamente un
contributo importante al ricco dibattito internazionale sulle
trasformazioni della sovranità e dei confini nel contesto dei processi
globali contemporanei. Voltata l'ultima pagina del libro, tuttavia,
resta al lettore un senso di inappagamento. Il percorso psicoanalitico
proposto da Brown finisce infatti per mostrare la forza dei muri, per
consolidare l'impressione (il timore) che non vi siano alternative a
quella dialettica tra il «murare fuori» e il «murare dentro» che
vorremmo invece (con l'autrice) scardinare. Verrebbe da dire che a
questo libro manca un capitolo: quello dedicato alla ricerca sulla
fragilità dei nuovi muri, sulle lotte che già ora - negli spazi di
confine e ovunque si irradino gli effetti di questo istituto - stanno
minando le basi materiali di quella dialettica.
JAVIER TELLEZ
L'uomo cannone in volo verso gli Usa
BREVE il manifesto 2013.05.11 - 10 CULTURA
Se nessuna recinzione può servire a
difendere lo status quo e il muro di «fuori» diventa prigione di
«dentro», ci sono vari modi per aggirare l'ostacolo di una
fortificazione che nega il libero passaggio. La più eccentrica l'ha
senz'altro inventata l'artista venezuelano Javier Tellez con la sua
performance (divenuta video). Nel 2005, infatti, ha organizzato
un'azione spettacolare con l'aiuto di un uomo cannone, David Smith, per
superare il confine tra il Messico e gli Stati Uniti. In «Bala perdida»
(One Flew Over the Void), la staccionata che proibisce di sperimentare
l'American Dream viene saltata da un prodigioso volo in cielo dell'uomo
proiettile. Con buona pace della polizia.
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