Tre fedi, due continenti, cinque paesi. Ebreo di origini spagnole nato a Fez, Samuel Pallache fu ambasciatore del re del Marocco, poi spia e agente segreto a servizio degli spagnoli, mercante e agente doppio ad Amsterdam e infine prigioniero a Londra, accusato di pirateria. Ebreo ma anche "barbaro" e africano e cattolico in Spagna, Samuel seguì le strade della diaspora sefardita senza mai integrarsi davvero nella comunità ebraica olandese, e attraversò più volte i confini di un'Europa in guerra, divisa tra cattolici e protestanti, cambiando fede lingua e identità con la stessa facilità con cui cambiò abiti e protettori. Acclamato dal pubblico e dalla critica spagnola e americana, "L'uomo dei tre mondi" è un riuscito esperimento di "microstoria globale", un'appassionante biografia individuale che si apre ai grandi temi della "global" e "connected history", restituendoci un'immagine vivace e sorprendentemente cosmopolita dell'Europa del Seicento, dei suoi scontri di potere e delle sue alleanze. Sullo sfondo il Marocco dei sultanati, nel punto più alto della sua ricchezza e influenza in Europa, la Spagna di Filippo III, le comunità ebraiche di Fez e di Amsterdam, l'Inghilterra che si scopre potenza mercantile e tutto un mondo di mercanti, spie, contrabbandieri che si muove lungo l'asse atlantico dall'Africa all'Europa.
lunedì 13 maggio 2013
Intrecci di civiltà nel Mediterraneo moderno
Risvolto
Tre fedi, due continenti, cinque paesi. Ebreo di origini spagnole nato a Fez, Samuel Pallache fu ambasciatore del re del Marocco, poi spia e agente segreto a servizio degli spagnoli, mercante e agente doppio ad Amsterdam e infine prigioniero a Londra, accusato di pirateria. Ebreo ma anche "barbaro" e africano e cattolico in Spagna, Samuel seguì le strade della diaspora sefardita senza mai integrarsi davvero nella comunità ebraica olandese, e attraversò più volte i confini di un'Europa in guerra, divisa tra cattolici e protestanti, cambiando fede lingua e identità con la stessa facilità con cui cambiò abiti e protettori. Acclamato dal pubblico e dalla critica spagnola e americana, "L'uomo dei tre mondi" è un riuscito esperimento di "microstoria globale", un'appassionante biografia individuale che si apre ai grandi temi della "global" e "connected history", restituendoci un'immagine vivace e sorprendentemente cosmopolita dell'Europa del Seicento, dei suoi scontri di potere e delle sue alleanze. Sullo sfondo il Marocco dei sultanati, nel punto più alto della sua ricchezza e influenza in Europa, la Spagna di Filippo III, le comunità ebraiche di Fez e di Amsterdam, l'Inghilterra che si scopre potenza mercantile e tutto un mondo di mercanti, spie, contrabbandieri che si muove lungo l'asse atlantico dall'Africa all'Europa.
Tre fedi, due continenti, cinque paesi. Ebreo di origini spagnole nato a Fez, Samuel Pallache fu ambasciatore del re del Marocco, poi spia e agente segreto a servizio degli spagnoli, mercante e agente doppio ad Amsterdam e infine prigioniero a Londra, accusato di pirateria. Ebreo ma anche "barbaro" e africano e cattolico in Spagna, Samuel seguì le strade della diaspora sefardita senza mai integrarsi davvero nella comunità ebraica olandese, e attraversò più volte i confini di un'Europa in guerra, divisa tra cattolici e protestanti, cambiando fede lingua e identità con la stessa facilità con cui cambiò abiti e protettori. Acclamato dal pubblico e dalla critica spagnola e americana, "L'uomo dei tre mondi" è un riuscito esperimento di "microstoria globale", un'appassionante biografia individuale che si apre ai grandi temi della "global" e "connected history", restituendoci un'immagine vivace e sorprendentemente cosmopolita dell'Europa del Seicento, dei suoi scontri di potere e delle sue alleanze. Sullo sfondo il Marocco dei sultanati, nel punto più alto della sua ricchezza e influenza in Europa, la Spagna di Filippo III, le comunità ebraiche di Fez e di Amsterdam, l'Inghilterra che si scopre potenza mercantile e tutto un mondo di mercanti, spie, contrabbandieri che si muove lungo l'asse atlantico dall'Africa all'Europa.
Pallache, doppiogiochista per necessità e per virtù
La strana vita di un ebreo nato a Fez, ambasciatore per il re del Marocco, cattolico in Spagna e poi spia
APERTURA - Marina Montesano il manifesto 2013.05.10 - 11 CULTURA
Il Mediterraneo è, nelle parole di Fernand
Braudel, «mille cose alla volta. Non un paesaggio, ma innumerevoli
paesaggi. Non un mare, ma una successione di mari. Non una civiltà, ma
più civiltà sovrapposte... Il Mediterraneo è un crocevia antico. Da
millenni, tutto confluisce verso questo mare, sconvolgendo e arricchendo
la sua storia» (La Méditerranée - espace et histoire).
La storia
del Mediterraneo, secondo lo spirito braudeliano, è dunque da intendersi
come la storia dei processi di incontro, scontro, scambi ed influenze
reciproche creatisi tra le varie civiltà nate e cresciute sulle sue
sponde; un enorme crogiolo al cui interno si sono fuse tradizioni
provenienti dall'Oriente e dall'estremo nord. Se tale approccio appare
doveroso quando si parla delle prime grandi civiltà del mondo antico,
dal momento che esse si irradiarono dall'area inclusa fra l'Anatolia, il
Tigri e l'Eufrate verso il bacino del Mediterraneo, nel caso dell'epoca
che siamo soliti chiamar medioevo, e tantomeno in quella moderna, esso
non è altrettanto immediato: nel senso che, per la formazione
dell'Europa all'indomani della «caduta» dell'impero romano nella sua
parte occidentale, sono state fondamentali le grandi migrazioni dal nord
e dall'est. La matrice «nordica» della civiltà europea è stata per
questo considerata talvolta prevalente rispetto alla facies
mediterranea. Si tratta tuttavia di una visione che, al limite e sempre
in modo parziale, potrebbe essere opportuna per i secoli altomedievali,
che videro il continente europeo prevalentemente ripiegato su se stesso.
A partire dal X-XI secolo, tuttavia, il rapporto con il
Mediterraneo tornò a essere al centro della vita europea e di quella
«rivoluzione commerciale», per utilizzare l'espressione cara ad alcuni
storici, che divenne evidente in tutta la sua pienezza nel corso del
Duecento.
Con la scoperta del Nuovo Mondo, l'apertura delle rotte
atlantiche e l'affermazione di potenze europee che sull'Atlantico e sui
mari del nord si affacciano (a partire da Olanda e Inghilterra), molti
tendono a considerare decaduta o estinta la centralità del Mediterraneo.
Se uno spostamento delle rotte commerciali certo vi fu, nondimento il
Mare nostrum rimase a lungo uno scenario interessante, se non altro
sotto il profilo culturale. Qui il confronto tra mondo arabo, impero
ottomano e stati euromediterranei continuò a esser vitale e a render
vero il paradigma braudeliano. In modo particolare, il Mediterraneo
rimase teatro di molte vicende umane peculiari, di vite vissute al
confine tra mondi, culture e religioni differenti, di identità liquide
in un mondo lacerato dalle guerre di religione (non quelle contro i
musulmani, ma quelle fra cristiani cattolici e riformati) e che quindi
si immaginerebbe tetragono ai passaggi da una sponda all'altra. La
realtà, però, è ben diversa: ce lo dice la vicenda cinquecentesca di
Leone l'Africano, resa nota dal romanzo di Amin Maalouf e poi ripresa in
un saggio (ma con qualche dose di fiction) di Natalie Zemon Davies. Ma
non si tratta certo di un episodio unico: per esempio, le fonti sono
piene di marinai o pescatori cristiani finiti nelle mani dei turchi,
convertitisi all'Islam e poi resisi protagonisti di avventurose scalate
al potere nei ranghi della flotta ottomana. Insomma, di persone che
hanno costruito le proprie esistenze cambiando identità.
Tuttavia,
non sappiamo quante possano essere le vite simili a quella di Samuel
Pallache, ebreo di origini spagnole nato a Fez, ambasciatore per il re
del Marocco, poi cattolico in Spagna e spia per gli spagnoli, o ancora
mercante e doppiogiochista (nonché nuovamente ebreo) ad Amsterdam. La
sua storia è raccontata con criteri metodologici di grande precisione,
ma anche con la verve che essa decisamente richiede, da Mercedes
García-Arenal e Gerard Wiegers nel libro L'uomo dei tre mondi. Storia di
Samuel Pallache, ebreo marocchino nell'Europa del Seicento (Viella, 26
euro, 262 pp).
I due autori mettono in guardia, però, dal
considerare l'intricata e intrigante storia di Pallache come un caso
unico, perché soprattutto tra i moriscos cacciati dalla Spagna e
costretti a un'esistenza in esilio, le strategie messe in atto per
assicurare la sopravvivenza e magari la prosperità alla propria famiglia
prevedevano l'assunzione di identità culturali e religiose assai varie
e, a volte, apparentemente in contraddizione fra loro. Il che consente
almeno una duplice constatazione: da una parte, queste figure di
marginalizzati sembrano davvero aver costituito un preludio alle
identità cangianti della modernità.
Dall'altra, però, ci portano a
riflettere sul concetto di identità individuale e collettiva così come
viene discusso anche per il passato. Scrivono infatti García-Arenal e
Wiegers: «Molti degli studiosi del giudaismo iberico dopo il 1492 (data
dell'espulsione degli ebrei dalla Spagna, e della conseguente diaspora)
hanno deciso di utilizzare categorie forti come quella di 'nazione' o
'popolo ebraico'. E tuttavia la varietà e l'alternanza, non solo delle
biografie personali e delle scelte individuali di ogni membro di un
gruppo religioso seppur minoritario, ma anche i diversi gradi di
adesione interna ed esterna a una confessione religiosa, e l'infinita
possibilità di combinazioni in cui un'appartenenza confessionale e
culturale si coniuga con circostanze politiche e sociali determinate, ci
lasciano scettici sulla validità ermeneutica di categorie così generali
e così caratterizzanti nella definizione di un gruppo. In ogni caso per
noi non sono state utili o sufficienti...». In questo modo, quella che
parte come la vicenda di un individuo o di una famiglia diviene anche
una lezione di metodo storico, un modo per guardare a temi globali
attraverso storie particolari.
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