lunedì 13 maggio 2013
E' difficile che la teoria morale di Hume possa salvarci dal postmodernismo. Una riflessione di Berardinelli sulla crisi del marxismo italiano ed altro
Alessio Vaccari: Le etiche della virtù.
La riflessione contemporanea a partire da Hume, Le Lettere, 320 pp.,
29 euro
Risvolto
Il dibattito più recente nella filosofia
morale ha rimesso al centro il ruolo del carattere e il lessico delle
virtù. Questo nuovo scenario viene generalmente considerato come un
ritorno ai temi dell'etica antica: l'assunzione è che per contrastare i
modelli teorici fondati sulla ragione e sui doveri è necessario tornare a
rileggere Aristotele o richiamarsi agli insegnamenti della filosofia
ellenistica. Attraverso un confronto diretto con i classici del pensiero
morale moderno (Hume, Kant, Mill, Nietzsche), l'autore sostiene invece
che questa svolta filosofica può essere condotta a partire da David
Hume. Incentrata su uno studio della natura simpatetica e relazionale
degli esseri umani e inserita sullo sfondo di una concezione nuova della
società costruita sui valori dell'uguaglianza e della libertà, la
filosofia di Hume rappresenta infatti non solo la prima e più importante
etica moderna della virtù, ma è in grado anche di proporsi come
un'alternativa teorica capace di offrire soluzioni feconde ai problemi
sollevati dall'etica filosofica contemporanea.
12 maggio 2013 - ore 08:00 © - FOGLIO QUOTIDIANO di Alfonso Berardinelli
Da diversi anni mi rallegro del lento ma sicuro declino della
filosofia cosiddetta “continentale” e del suo gergo, a vantaggio delle
correnti che dominano il pensiero anglosassone: empirismo, pragmatismo,
filosofia analitica. Quando trenta o quarant’anni fa gli ex marxisti
rivoluzionari hanno voltato le spalle alle teorie per avventurarsi nel
gran mare della Filosofia maiuscola, pur di saziare il loro estremismo
frustrato, scelsero l’ontologia, la metafisica, la teologia, le sapienze
esclusive e occulte. E’ stata, questa, una delle forme prevalenti di
quel fenomeno culturale da molti chiamato postmodernismo.
Avendo afferrato che l’idea di rivoluzione era ormai inutilizzabile
in occidente, ai loro occhi l’epoca moderna smise di avere il privilegio
della centralità. Non si ragionò più sul presente partendo
dall’illuminismo, dalla rivoluzione francese, dalle origini del
capitalismo industriale e ci si ritrovò a parafrasare Tommaso d’Aquino,
Meister Eckhart, Parmenide e Platone.
Naturalmente anche nei decenni dell’impegno politico, dal 1930 in
poi, filosofi e saggisti avevano continuato a riflettere sulla cultura
greca, come dimostrano gli scritti di Horkheimer e Adorno, Simone Weil,
Hannah Arendt, Nicola Chiaromonte, Albert Camus. Ma a un certo punto,
con la metà degli Settanta, qualcosa cambiò. In Francia, in Italia e non
solo, Nietzsche e Heidegger divennero, come testi sacri, l’oggetto di
un commento e di una rimuginazione ininterrotti. La teologia politica e
la mistica rivoluzionaria permettevano inoltre di conservare uno stile
ultimativo che aveva riferimenti solo allusivi e metaforici alla realtà
sociale. Le scorribande filosofiche che congiungevano l’origine e la
fine “di tutte le cose” si moltiplicarono. Un’orgia dionisiaca del
pensiero nella quale si precipitarono in folla la maggior parte dei
nuovi accademici, forniti di stipendio sicuro e fondi di ricerca.
In quei decenni ci si poteva chiedere dove fossero finiti filosofi e
storici della filosofia come Guido Calogero e Mario Dal Pra, che
partendo dal pensiero greco o medievale erano capaci di arrivare al
razionalismo di Bertrand Russell o al pragmatismo di John Dewey, autori
che le mode filosofiche europee hanno cancellato all’inizio degli anni
Sessanta. In Europa continentale la filosofia inglese e americana erano
sparite, mentre un retore della “mise en question” come Jacques Derrida
conquistava con i suoi vocalizzi alcune università negli Stati Uniti.
Questo breve prologo è diventato troppo lungo. Si tratta di
recriminazioni di cui mi scuso, ma che possono venire in mente a chi
legga oggi un eccellente libro di Alessio Vaccari, che va in tutt’altra
direzione con una competenza e lucidità di linguaggio ignota ai
postmodernisti: “Le etiche della virtù. La riflessione contemporanea a
partire da Hume” (Le Lettere, 320 pp., 29 euro). Uno dei primi meriti
del libro è che la ripresa e valorizzazione dell’etica secondo lo
scozzese David Hume, illuminista antimetafisico, benché si prolunghi
coinvolgendo l’individualismo di John Stuart Mill, non esclude filosofie
morali radicalmente diverse, come quelle di Kant e Nietzsche. Le cento
pagine finali del volume sono dedicate alla discussione inglese e
americana sull’etica, pagine dalle quali si può imparare qualcosa sul
pensiero di Bernard Williams, Michael Slote, Rosalind Hursthouse,
Philippa Foot, Elisabeth Anscombe e altri. “L’etica della virtù che si
ispira a David Hume è oggi in pieno svolgimento” scrive Vaccari. Cosa
che permette di relativizzare sia l’assolutismo trascendentale di Kant
che l’eroismo antimoralistico di Nietzsche.
Ma perché Hume è così prezioso? Anzitutto perché invece di concepire
l’azione morale in una purezza che va al di là dei sentimenti, pone i
sentimenti alla base dell’etica. Più che essere un puro dovere e un
imperativo svincolato dal carattere degli individui, dalle esperienze e
dalle circostanze sociali (come avviene nel categorico “devi perché
devi” di Kant), l’agire morale per Hume nasce dalla natura umana, da
sentimenti morali resi stabili dalla formazione del carattere e
dall’ampliamento dell’idea di bene al di là dei limiti individuali.
Si tratta di un’etica che non ha bisogno della teologia, perché si
produce gradualmente all’interno della socialità: “Il vizio e la virtù
sono ‘oggetti relazionali’ che esistono nel mondo solo in quanto ci sono
esseri umani costituiti in modo tale da approvare e disapprovare”. E’
necessario tuttavia avere un “punto di vista comune” e non solo
individuale: “L’esperienza condivisa mostra infatti come vi siano beni
elementari quali vivere in una società pacifica, raccogliere i frutti
della divisione del lavoro e dell’organizzazione sociale, o coltivare i
piaceri della vita privata”. Perciò senza “simpatia”, condivisione,
discussione e stabilità di comportamenti non c’è moralità.
Hume diffida delle virtù “monacali” e ascetiche che orientano al
silenzio, alla solitudine e al sacrificio di sé, perché le ritiene
socialmente dannose. E questo è comprensibile se si tiene conto che la
morale non ha per lui un fondamento metafisico (in Dio) o trascendentale
(nella Ragione) ma esclusivamente sociale. Più che la società come dato
e fatto organizzativo ciò che conta è piuttosto la socialità come
comportamento simpatetico.
Solo che una malintesa simpatia può ostacolare o impedire il giudizio
morale. Hume evita il rischio di conformismo sociale dell’etica della
simpatia distinguendo due tipi di virtù: quelle “eroiche” (grandezza e
nobiltà d’animo, orgoglio, onore) e quelle “benevole” (bontà,
delicatezza, tenerezza di sentimento). La virtù degli “eroi del
pensiero” contribuisce a mettere in discussione le norme comuni e
abituali.
Interessante è il fatto che John Stuart Mill, un secolo dopo, affermò
che alla felicità generale contribuiscono più i comportamenti abituali
moralmente “mediocri” che gli atti eroici e le azioni compiute in
circostanze eccezionali. Una critica dell’etica di Nietzsche potrebbe
partire proprio da qui, dal suo disprezzo della mediocrità. Il ruolo
educativo che Nietzsche attribuisce ai grandi artisti e ai grandi
filosofi è fondamentale: sono loro che aiutano di più a diventare
coraggiosamente “quello che siamo”, a scoprire, accettare e votare
fedeltà al proprio “vero io”, il che prevede un rifiuto e uno
smascheramento della morale comune, in particolare del cristianesimo.
L’etica di Nietzsche ha sedotto e seduce non a caso le élite
politiche e intellettuali antidemocratiche: chiede all’individuo di
realizzare se stesso e di ergersi al di sopra del “gregge” umano e
impone una creazione del proprio io che somiglia più alla creazione di
un’opera d’arte che all’invenzione quotidiana di una socialità migliore.
Nella cultura di una democratica società di massa, il destino del
pensiero di Nietzsche è inevitabilmente paradossale. L’estetica dell’io è
oggi pane quotidiano, non ha bisogno di Nietzsche eppure è il primo
comandamento di ogni produzione pubblicitaria. C’è poi il nostro caso
nazionale. Noi italiani siamo naturaliter nietzscheani in formato
minimale e non somigliamo affatto agli inglesi di Hume. Le nostre
simpatie vanno all’estetica dell’immediatezza. L’eroismo morale
antimoralistico di Nietzsche ci sfugge e la stabilità etica del
comportamento sociale ci deprime.
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