lunedì 13 maggio 2013
Un saggio inedito di René Girard su "Vita e Pensiero"
Un saggio dell’antropologo su “Vita e Pensiero”
di René Girard Repubblica 13.5.13
Pubblichiamo parte di uno dei testi del nuovo numero della rivista Vita e Pensiero
La
vendetta non è un’istituzione, è un fenomeno di cui non si sa se sia
biologico o culturale, ma è specifico dell’uomo. Non c’è vendetta tra
gli animali. Se la vendetta esiste, se è infinita, è evidente che la
specie umana dovrebbe distruggersi da sé, subito, in partenza, prima
ancora di esistere in quanto umanità. È in quel momento che avvengono
crisi di rivalità mimetica, quelle crisi che si ritrovano, nei miti
relativamente moderni, ma di cui devono esserci antecedenti molto
antichi. Come si risolvono tali crisi? Sicuramente per motivi puramente
meccanici, perché dal momento in cui gli uomini si disputano gli oggetti
che desiderano non potranno mai capirsi. Ma la lotta diventerà così
intensa che gli oggetti spariranno e resteranno solo i rivali. E dal
momento in cui in un gruppo ci sono solo antagonisti si può essere certi
che ci saranno forme di riconciliazione. Si creeranno alleanze contro
un nemico comune che polarizzerà sempre più avversari, mimeticamente. È
quella che si chiama “politica” ed è anche il fenomeno del “capro
espiatorio”.
A partire dal momento in cui restano solo
antagonisti, il flusso mimetico invece di dividere e frammentare, si
polarizzerà sempre più contro e alla fine si dirigerà su un individuo
qualsiasi, che appare come il colpevole della crisi. Se guardiamo i miti
troviamo un numero notevole di casi in cui la violenza è collettiva
contro un’unica vittima. C’è un passaggio dal “tutti contro tutti” al
“tutti contro uno”. È quello che chiamiamo fenomeno del “capro
espiatorio”. Penso che nelle società arcaiche questo tipo di fenomeno
svolga un ruolo capitale; il sacrificio rituale diventa molto
comprensibile. Le comunità riconciliate dalla vittima cambieranno
atteggiamento nei suoi confronti. La vedono sempre come responsabile
della crisi, in altre parole Edipo ha realmente commesso parricidio e
incesto, attirando così la peste su Tebe, ma pensano anche che ora la
vittima sia responsabile della riconciliazione. Di conseguenza, la
vittima colpevole diventerà una divinità. Nel caso di Edipo è
semplicissimo, si tratta di una divinità del matrimonio, delle regole
del matrimonio che ha infranto lui stesso e che in qualche modo ha
istituito infrangendole, cosa certo assurda ma che nondimeno svolge un
ruolo essenziale nella genesi del religioso e dello stesso sociale.
Le
somiglianze con il cristianesimo sono più forti che mai. Se osserviamo
la crocifissione e la Passione, subito notiamo che è un fenomeno
estremamente, incredibilmente mimetico. Ad esempio, il rinnegamento di
Pietro: è evidente che interpretarlo in maniera psicologica come si fa
sempre vuol dire insinuare che al suo posto noi avremmo resistito alla
tentazione di rivoltarci a Cristo, e non è soddisfacente. In realtà
avviene che quando Pietro si trova in mezzo a una folla ostile a Gesù,
diventa ostile anche lui. È mimeticamente contagiato. E vi si trova in
quanto il migliore tra i discepoli, li rappresenta tutti. Nessuno è in
grado di resistere al mimetismo omicida della folla. Un’altra prova è
Pilato: vorrebbe salvare Gesù, ma in quanto politico ha talmente paura
della folla che le obbedisce fingendo di guidarla. Ma l’imitazione più
caricaturale sono i due uomini crocifissi con Gesù che si voltano verso
la folla e cercano di imitarla, vociferano con la folla, in fondo per
far credere a se stessi di non essere crocifissi.
È il mito
completamente spiegato e svelato. A questo punto gli antropologi vanno
in visibilio, perché in fondo conoscono solo la logica del concetto. E
si dicono che perché il cristianesimo fosse davvero diverso dalle altre
religioni bisognerebbe che parlasse di altro. Ebbene, non è così. Il
cristianesimo parla di quello che è essenziale nell’uomo, ossia del
fondamento religioso delle società, che è anche il fondamento della
cultura: il mimetismo violento. Deve parlare della stessa cosa dei miti.
È dal momento in cui si vede quest’identità di argomento, questi
rapporti estremamente vicini tra mitologia e cristianesimo, che di colpo
dovrebbe apparire la differenza: nei miti i colpevoli, anche se alla
fine vengono divinizzati, sono anzitutto colpevoli. Quando si parla del
mito di Edipo si pensa al parricidio e all’incesto e oggi ci sembrano
più veri che mai, il che è la prova che ci troviamo nel mito, perché
quasi tutti credono nella psicanalisi, che non è altro che credere al
parricidio e all’incesto invece di credere a una certa innocenza
dell’uomo che là è reale. La differenza essenziale di Gesù è che la
Passione presenta la vittima non come colpevole, ma come innocente. In
altre parole, la Passione è l’unico mito che sa e proclama quello che i
miti dissimulano perché non lo sanno: la vittima è un capro espiatorio
innocente.
(Traduzione Anna Maria Brogi)
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