giovedì 2 maggio 2013
Grave attacco di Rushdie e Repubblica alla memoria di Gandhi e all'onorabilità di Chomsky
Elogio del coraggio da Gandhi alle Pussy Riot
di Salman Rushdie Repubblica 1.5.13
TROVIAMO
più semplice, in questi tempi confusi, ammirare la prodezza fisica che
il coraggio morale, cioè il coraggio del pensiero o dei personaggi
pubblici. Un uomo, con il cappello da cowboy, scavalca una transenna per
aiutare le vittime dell’attentato di Boston mentre gli altri fuggono, e
noi acclamiamo il suo coraggio, come acclamiamo il coraggio dei
militari che tornano dal fronte, o di quegli uomini e donne che lottano
per sconfiggere malattie o infortuni invalidanti.
Si fa fatica a
vedere politici coraggiosi di questi tempi, con l’eccezione di Nelson
Mandela e Daw Aung San Suu Kyi. Forse ne abbiamo viste troppe, forse
siamo diventati troppo cinici sugli inevitabili compromessi del potere.
Non ci sono più Gandhi o Lincoln in circolazione. Gli eroi degli uni
(Hugo Chávez, Fidel Castro), sono gli spauracchi degli altri. Non
concordiamo più così facilmente su cosa significhi essere buoni, avere
principi, essere coraggiosi. Quando un leader politico prende decisioni
coraggiose – come ha fatto l’allora presidente francese Nicolas Sarkozy
quando ha deciso di intervenire militarmente in Libia per sostenere gli
insorti contro il regime di Gheddafi – quelli che dubitano sono numerosi
quanto quelli che approvano. Il coraggio politico, oggigiorno, è quasi
sempre ambiguo.
Cosa ancora più strana, siamo diventati diffidenti
verso coloro che prendono posizione contro gli abusi del potere o contro
i dogmi.
Non è sempre stato così. Gli scrittori e gli intellettuali
che si opponevano al comunismo, Solzenicyn, Sakharov e gli altri, erano
tenuti in altissima considerazione. Il poeta Osip Mandel’shtam fu
ammiratissimo per il suo Epigramma di Stalin del 1933, in cui descriveva
senza timori il temuto leader – «gli enormi scarafaggi che ridono sul
labbro superiore» – anche perché quella poesia provocò il suo arresto e
successivamente la sua morte in un Gulag.
Più di recente, nel 1989,
l’immagine di un uomo con due buste della spesa che sfidava i carri
armati di piazza Tien An Men diventò quasi istantaneamente un simbolo
mondiale di coraggio.
Poi, a quanto sembra, le cose cambiarono.
L’«uomo del carro armato» è stato quasi completamente dimenticato in
Cina, e i manifestanti filodemocratici, anche quelli che morirono nel
massacro del 3 e 4 giugno, sono stati ridefiniti successivamente dalle
autorità cinesi come una massa di controrivoluzionari. La battaglia per
la ridefinizione continua, oscurando o almeno confondendo le nostre idee
sul giudizio da dare delle persone «coraggiose». È il trattamento che
usano le autorità cinesi nei confronti dei loro contestatori più famosi:
le accuse di «sovversione» contro Liu Xiaobo e di presunta evasione
fiscale contro Ai Weiwei sono un tentativo deliberato per occultare il
loro coraggio e dipingerli come criminali.
L’influenza della Chiesa
ortodossa che in Russia è tale che le ragazze del collettivo Pussy Riot
condannate al carcere sono percepite da gran parte della popolazione
russa come delle piantagrane immorali perché hanno inscenato la loro
famosa protesta dentro una chiesa. La ragione di quella protesta –
l’eccessiva vicinanza della Chiesa ortodossa russa al presidente
Vladimir Putin – è passata inosservata agli occhi dei loro numerosi
detrattori e la loro iniziativa non è stata vista come un atto di
coraggio, bensì come un’azione sconveniente.
Due anni fa, in
Pakistan, l’ex governatore del Punjab, Salman Taseer, difese una donna
cristiana, Asia Bibi, condannata ingiustamente a morte in virtù della
severissima legge contro la blasfemia del Paese asiatico; per questa
presa di posizione Taseer è stato assassinato da una delle sue guardie
del corpo. L’assassino, Mumtaz Qadri, ha avuto grandi elogi ed è stato
inondato di petali di rosa quando è comparso in tribunale.
L’assassinato, Taseer, ha ricevuto grandi critiche e l’opinione pubblica
si è schierata contro di lui. Il suo coraggio è stato cancellato dalle
passioni religiose. L’assassino è stato definito eroe.
Nel febbraio
del 2012 un poeta e giornalista saudita, Hamza Kashgari, ha pubblicato
tre tweet sul profeta Maometto: «Il giorno del tuo compleanno, dirò che
ho amato il ribelle che è in te, sei sempre stato fonte di ispirazione
per me e che non mi piace l’alone di divinità che ti circonda. Non
pregherò per te». «Il giorno del tuo compleanno, ti trovo dovunque mi
giri. Dirò che amo degli aspetti di te, che ne odio altri, e che molti
altri ancora non li capisco». «Il giorno del tuo compleanno, non mi
inchinerò a te. Non ti bacerò la mano, ma la stringerò come si fa fra
eguali, e ti sorriderò come tu sorriderai a me. Ti parlerò come a un
amico, niente di più».
In seguito Kashagari ha dichiarato che quei
tweet avevano lo scopo di «rivendicare il suo diritto» alla libertà di
parola e di pensiero. Ha trovato scarso supporto nell’opinione pubblica,
è stato condannato per apostasia e molte voci si sono levate a chiedere
che venga giustiziato. È ancora in galera.
Anche gli scrittori e
intellettuali dell’Illuminismo francese sfidarono l’ortodossia religiosa
del loro tempo, creando il concetto moderno di libero pensiero.
Consideriamo Voltaire, Diderot, Rousseau e gli altri come eroi
intellettuali. Tristemente, pochissime persone nel mondo islamico
direbbero la stessa cosa di Hamza Kashgari.
Questa nuova idea –
l’idea che gli scrittori, gli studiosi e gli artisti che si schierano
contro l’ortodossia o il bigottismo siano da biasimare perché turbano la
popolazione – si sta diffondendo rapidamente, perfino in Paesi come
l’India, che un tempo andavano fieri delle loro libertà.
Negli ultimi
anni il grande pittore indiano Maqbool Fida Husain è stato costretto a
esiliarsi a Dubai e a Londra, dove è morto, per aver dipinto nuda la dea
indù Saraswati (anche se basta guardare le antiche sculture indù della
dea per vedere che viene spesso raffigurata con gioielli e ornamenti, ma
altrettanto spesso senza vestiti).
L’acclamato romanzo di Rohinton
Mistry Un lungo viaggio è stato eliminato dai programmi di studio
dell’Università di Mumbai perché gli estremisti locali contestavano il
suo contenuto. Lo studioso Ashis Nandy è stato attaccato per aver
espresso opinioni non ortodosse sulla corruzione delle caste inferiori. E
in tutti questi casi l’opinione ufficiale – con cui molti commentatori e
una fetta sostanziosa della cittadinanza sono d’accordo, a quanto
sembra – è stata sostanzialmente che gli artisti e gli studiosi in
questione erano causa del loro male. Persone che in altre epoche
sarebbero state celebrate per la loro originalità e la loro indipendenza
di pensiero, si sentono dire sempre più spesso: «Mettetevi seduti che
fate oscillare la barca».
Nemmeno gli Stati Uniti sono immuni a
questa tendenza. I giovani militanti del movimento Occupy sono stati
denigrati da più parti (anche se le critiche si sono un po’ stemperate
dopo il lavoro efficacissimo lavoro di soccorso in seguito all’Uragano
Sandy). Intellettuali controcorrente come Noam Chomsky e il defunto
Edward Said sono spesso stati liquidati come pazzi estremisti, individui
«antiamericani» e nel caso di Said perfino, in modo assurdo, apologeti
del «terrorismo» palestinese. (Si può essere in disaccordo con le
critiche di Chomsky agli Stati Uniti, ma si deve riconoscere che ci
vuole coraggio per alzarsi in piedi e urlare queste critiche in faccia
al potere. Si può non essere filopalestinesi, ma non si può chiudere gli
occhi sul fatto che Said ha criticato Yasser Arafat con la stessa
veemenza con cui ha criticato gli Stati Uniti).
È un periodo
sgradevole per chi, come noi, crede nel diritto di artisti,
intellettuali e semplici cittadini indignati di spingersi oltre il
limite e prendersi dei rischi, riuscendo a volte a cambiare il nostro
modo di vedere il mondo. L’unica cosa che possiamo fare è riaffermare
l’importanza di questo tipo di coraggio e cercare di fare in modo che
queste persone oppresse – Ai Weiwei, le ragazze delle Pussy Riot, Hamza
Kashgari – siano giudicate per quello che sono: uomini e donne in prima
linea per la libertà. Come farlo? Firmando petizioni contro il
trattamento a cui vengono sottoposte, partecipando alle proteste.
Dichiarando pubblicamente la nostra posizione. Ogni piccolo frammento è
importante.
© 2013, (Traduzione di Fabio Galimberti)
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