giovedì 2 maggio 2013
Nuove teorie sulle migrazioni dei popoli preistorici
È scritta nel Dna l’invasione che mutò la storia d’Europa
“Così crollò la prima civiltà continentale dei signori dell’agricoltura, 4500 anni fa” I
vincitori Il popolo che conquistò l’Europa ha lasciato molte tracce: da
qui la definizione di «Cultura del vaso campaniforme»
di Gabriele Beccaria La Stampa TuttoScienze 1.5.13
Trentanove
scheletri possono bastare per riscrivere la storia degli europei?
Wolfgang Haak, genetista della University of Adelaide, in Australia, è
convinto di sì. Sequenziando il Dna di questo gruppo di progenitori, ha
scoperto che le nostre origini sono molto più recenti di quanto
pensassero gli archeologi della
scuola classica, non ancora in
simbiosi con le provette. Gli europei - sostiene - sono figli di un
popolo relativamente giovane, oltre che sofisticato e aggressivo, anche
se molti misteri rimangono.
Il Vecchio Continente - ripete la vulgata
- è da sempre una terra di lente migrazioni e invasioni repentine. Fin
dal passato più ancestrale. Si sa che una prima ondata decisiva si
verificò tra 40 e 35 mila anni fa, quando dall’Africa si
materializzarono tante tribù di cacciatori-raccoglitori. La calma
apparente della storia che non conosceva ancora testimonianze scritte
sarebbe stata rotta solo da un altro tsunami, quello scatenato dai primi
agricoltori. Settemila anni fa, provenienti dal Medio Oriente,
scalzarono dalla scena i vecchi padroni e introdussero i primi regni
centralizzati, approfittando della loro conoscenza della natura e di
inedite competenze tecnologiche e militari. Finora molti studiosi
pensavano che il «Grande gioco» dei popoli rivali si riassumesse così. E
invece Haak - racconta su «Nature Communications» - ha introdotto un
ulteriore colpo di scena.
Dai suoi scheletri - veri e propri archivi
biologici, rinvenuti nella Germania orientale e appartenenti a
un’epocachiave che va dal Neolitico antico all’Età del Ferro - è
arrivato alla conclusione che nel periodo tra 6 mila e 4 mila anni fa si
verifica un cambiamento genetico improvviso: bastano alcuni secoli (un
soffio in base ai tempi dilatati del Genoma) e una serie di geni che
erano «standard» negli organismi degli europei tendono a estinguersi e
lasciano spazio ad altri. Concentrandosi sul Dna mitocondriale - le
informazioni che fanno funzionare le batterie delle cellule e che si
trasmettono, inalterate, per linea materna - Haak ha annunciato che si
tratta del cosiddetto aplogruppo H.
Detta così, può sembrare una
notizia da super-specialisti, ma fa impressione anche a chi non ha
familiarità con i laboratori che quel pacchetto di mutazioni, rimasto
relativamente raro per millenni, di colpo, diventi predominante. E non
molla più la presa nel Genoma. Tanto che nel XXI secolo è ancora
presente in quasi il 45% degli abitanti del Continente. Il che significa
- ragiona il gruppo guidato da Haak - che milioni e milioni di
individui discendono da un ristretto clan genetico che avrebbe preso il
sopravvento intorno a 4500 mila anni fa, all’incirca quando in Egitto
prendeva forma la piramide di Cheope. E non è un caso che l’epopea della
grande invasione che il Dna custodisce nella sua doppia elica si
incastri con numerose evidenze archeologiche. La prevalenza
dell’aplogruppo H è infatti contemporanea con la fine della civiltà
degli agricoltori - nota tra gli addetti ai lavori come «Cultura della
ceramica lineare» - e con l’affermazione di quella che gli anglosassoni
definiscono «Beaker culture», la «Cultura del vaso campaniforme».
In
poche centinaia di anni i signori dei vasi si espandono dagli altipiani
della Penisola Iberica e dilagano nelle foreste della Germania. Tanto
che l’archeologo Vere Gordon Childe, già negli Anni 50 del secolo
scorso, li aveva definiti «una popolazione di invasori dediti alla
guerra, dalle abitudini autoritarie e con una predilezione per le armi
di metallo e gli ornamenti». Oggi gli studiosi australiani ammettono che
c’è ancora molto da capire. Quella popolazione che, probabilmente,
cancellò la prima civiltà paneuropea, è in realtà un concentrato di
enigmi, i cui successi si intrecciarono con veloci metamorfosi sia nella
cultura materiale sia in quella immateriale, dagli utensili al
linguaggio. E anche con una presunta serie di catastrofi, indotte sia da
mutazioni climatiche sia da pandemie. Il collega di Haak, Alan Cooper,
sogna di riportare alla luce altre firme genetiche e chiosa così: «La
caccia a ciò che accadde veramente resta aperta».
Wolfgang Haak Paleobiologo: È RICERCATORE PRESSO LA UNIVERSITY OF ADELAIDE (AUSTRALIA)"
IL SITO : WWW.ADELAIDE.EDU.AU/DIRECTOR Y/WOLFGANG.HAAK
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento