Testimoniare rispetto e ammirazione per l'uomo e il prete Andrea Gallo significa anche denunciare il carnevale della strumentalizzazione politica e della provocazione [SGA].
Bagnasco “salvato” da Lilli dà la comunione a Luxuria
La trans: “Guardandolo negli occhi ho capito che potevo”
di Elena Rosselli il Fatto 26.5.13
Lo
sguardo gelido fisso sul microfono. Gli occhi del cardinale Bagnasco
sembrano chiusi e invece sono solo abbassati. La bocca è stretta in una
smorfia. Non si scompone. Anche se migliaia di persone, accalcate fuori
dalla chiesa di Nostra Signora del Carmine a Genova per l’ultimo saluto a
don Gallo, lo stanno fischiando. I ripetitori hanno appena portato
all’esterno una frase che colpisce i presenti dritta nello stomaco come
un cazzotto. “Nel 1964 don Andrea bussò alla porta dell’arcivescovo di
Genova, il cardinale Giuseppe Siri – che ha sempre considerato un padre e
un benefattore – per chiedere di essere accolto come sacerdote
diocesano. E così avvenne”. “Vergogna, bugiardo, vattene”. Quello che
all’inizio dell’omelia è ancor meno del tipico mugugno genovese, dopo il
riferimento a Siri diventa un vero coro di sdegno.
IL PUNTO della
contesa risale al 1970 quando l’allora arcivescovo Siri, molto
conservatore, allontana don Gallo dal Carmine. Le sue prediche hanno
contenuti “non religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”, il
suo modo di fare è troppo sopra le righe. “La predicazione di Andrea
irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a
cominciare dallo stesso cardinale” si legge sulla biografia ufficiale di
don Gallo, sul sito della comunità di San Benedetto, il luogo che
accoglierà Andrea dopo la “cacciata” e dove lui rimarrà fino alla fine,
per 43 anni.
Bagnasco potrebbe evitare quel passaggio, sorvolare sul
rapporto tra il “Gallo” e Siri. E invece no. Non solo lo rievoca, ma ne
dà una lettura precisa, in verità già accennata il giorno prima: “Ho
letto – racconta il presidente della Cei – che il cardinale avrebbe
emarginato don Gallo, lo avrebbe punito, che sarebbe stato sulla strada
perché abbandonato: è tutto falso. Don Gallo era viceparroco alla chiesa
del Carmine e poi è stato spostato alla parrocchia di San Benedetto al
Porto, dove era parroco don Federico, e con lui ha impiantato e fatto
crescere la comunità di accoglienza”. Insomma, nessuno scontro di idee,
ma semplice avvicendamento. Bagnasco ci crede e lo ripete davanti al
popolo del Gallo. Che si rivolta e fischia.
Interviene “la Lilli”.
Liliana Zaccarelli, 73 anni, storica assistente del prete genovese,
chiede rispetto “per il vescovo”. Sale a fatica i due gradini che la
separano dall’altare, la voce rotta, le stampelle a sorreggere il passo
incerto. “Se vogliamo bene al Gallo, impariamo a rispettare tutte le
voci, come lui avrebbe ascoltato noi”. Dentro alla chiesa gli applausi,
fuori, ancora la ribellione. I ragazzi della comunità e i lavoratori del
porto continuano a cantare “Bella ciao”, a scandire cori – “Andrea uno
di noi” – qualche fischio osa coprire la voce della Lilli, un’autorità
alla pari del Don. Sembra che nemmeno le sue parole siano sufficienti a
stemperare la rabbia di chi è venuto a salutare Andrea.
IL CARDINALE
Bagnasco sorride, o come fa notare chi gli è vicino, ha uno sguardo
“sereno e appagato”. Dalla sommità della chiesa non può sentire le voci
della piazza. “Se ne andrà dal retro, come è venuto”, dice una signora
con i capelli scuri aggrappata alle transenne fuori dal sagrato. “Già,
non avrà il coraggio di mostrare la sua faccia qui fuori”, commenta la
donna a fianco. E in effetti nessuno vedrà uscire il cardinale Bagnasco,
scortato alla macchina dall’ingresso posteriore. Al suo posto, a fianco
alla bara un altro prete degli ultimi, don Luigi Ciotti. Non fa in
tempo ad accompagnare il feretro all’auto che il fondatore di Libera già
si è mescolato con la folla lasciando il microfono al ricordo degli
amici: il sindaco Marco Doria, ultimo miracolo politico del Gallo, Moni
Ovadia, eletto “consigliere spirituale” del Don benché ebreo. E i suoi
“drogati”, come li chiamava lui.
C’è Vladimir Luxuria: “Grazie don
Gallo di averci fatto sentire tutte noi creature transgender figlie di
Dio, volute da Dio e amate da Dio”. Il mascara sciolto dalle lacrime. I
lineamenti induriti dal dolore. Ma negli occhi un fondo di gioia. “Non
facevo la comunione da quando avevo 17 anni, ma ho guardato Bagnasco
negli occhi e ho sentito che era d’accordo anche lui”. Un piccolo
miracolo. Ripetuto con l’altra trans Regina pochi attimi dopo. Nel nome
di don Gallo.
Un prete «contro»
Giovanni Santambrogio Domenicale 26 maggio 2013
Il suo nome era popolare e la sua persona non passava inosservata con
quel toscano in bocca e il cappello blu a larghe tese che dava austerità
a un volto magro e spigoloso. Non era difficile vederlo con il pugno
chiuso levato. Lui, don Andrea Gallo, genovese classe 1928, vocazione
salesiana a vent'anni, voleva imitare don Bosco il grande costruttore di
opere sociali. Morto mercoledì 22 maggio a 85 anni, era per tutti amici
e nemici il «prete di strada». Nel 1975 aveva fondato la comunità di
San Benedetto al Porto «aperta a tutti gli ultimi del mondo». E qui gli
ultimi erano barboni, drogati, prostitute, trans, emarginati. Non poteva
essere diversamente. Tutta l'esistenza di don Gallo è trascorsa nella
scelta dei poveri per offrire loro uno spiraglio di luce e di riscatto. È
stato in Brasile, cappellano in un riformatorio per minori, cappellano
del carcere di Capraia, vice parroco al Carmine. Estromesso dopo tre
anni dalla congregazione salesiana entra in diocesi, ma nel 1970
l'allora cardinale Siri lo trasferirà. Irritanti la sua predicazione e i
giudizi politici mentre i metodi e le sue idee sono considerati troppo
di sinistra; così nasce la comunità di San Benedetto che farà conoscere
all'Italia il sacerdote controcorrente che è stato nella Resistenza e si
professa «partigiano di Gesù» (fece cantare in chiesa O bella ciao).
Don Gallo entra nella galleria dei tanti preti "scomodi" del secondo
Novecento italiano che ha tradotto con forti tratti personalistici la
«scelta dei poveri» discussa nel Vaticano II. Citando Isaia voleva
essere una «sentinella del mattino», ripensando al Concilio (Lumen
gentium) dopo l'elezione di papa Francesco auspicava una chiesa popolo
di Dio dove forti fossero la partecipazione attiva, la sinodalità,
l'ascolto e il dialogo.
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