domenica 26 maggio 2013

La Chiesa cattolica impartisce una lezione di dignità a quel poco della sinistra italiana che purtroppo non è ancora scomparso


Testimoniare rispetto e ammirazione per l'uomo e il prete Andrea Gallo significa anche denunciare il carnevale della strumentalizzazione politica e della provocazione [SGA].

Bagnasco “salvato” da Lilli dà la comunione a Luxuria
La trans: “Guardandolo negli occhi ho capito che potevo”

di Elena Rosselli il Fatto 26.5.13

Lo sguardo gelido fisso sul microfono. Gli occhi del cardinale Bagnasco sembrano chiusi e invece sono solo abbassati. La bocca è stretta in una smorfia. Non si scompone. Anche se migliaia di persone, accalcate fuori dalla chiesa di Nostra Signora del Carmine a Genova per l’ultimo saluto a don Gallo, lo stanno fischiando. I ripetitori hanno appena portato all’esterno una frase che colpisce i presenti dritta nello stomaco come un cazzotto. “Nel 1964 don Andrea bussò alla porta dell’arcivescovo di Genova, il cardinale Giuseppe Siri – che ha sempre considerato un padre e un benefattore – per chiedere di essere accolto come sacerdote diocesano. E così avvenne”. “Vergogna, bugiardo, vattene”. Quello che all’inizio dell’omelia è ancor meno del tipico mugugno genovese, dopo il riferimento a Siri diventa un vero coro di sdegno.
IL PUNTO della contesa risale al 1970 quando l’allora arcivescovo Siri, molto conservatore, allontana don Gallo dal Carmine. Le sue prediche hanno contenuti “non religiosi ma politici, non cristiani ma comunisti”, il suo modo di fare è troppo sopra le righe. “La predicazione di Andrea irritava una parte di fedeli e preoccupava i teologi della Curia, a cominciare dallo stesso cardinale” si legge sulla biografia ufficiale di don Gallo, sul sito della comunità di San Benedetto, il luogo che accoglierà Andrea dopo la “cacciata” e dove lui rimarrà fino alla fine, per 43 anni.
Bagnasco potrebbe evitare quel passaggio, sorvolare sul rapporto tra il “Gallo” e Siri. E invece no. Non solo lo rievoca, ma ne dà una lettura precisa, in verità già accennata il giorno prima: “Ho letto – racconta il presidente della Cei – che il cardinale avrebbe emarginato don Gallo, lo avrebbe punito, che sarebbe stato sulla strada perché abbandonato: è tutto falso. Don Gallo era viceparroco alla chiesa del Carmine e poi è stato spostato alla parrocchia di San Benedetto al Porto, dove era parroco don Federico, e con lui ha impiantato e fatto crescere la comunità di accoglienza”. Insomma, nessuno scontro di idee, ma semplice avvicendamento. Bagnasco ci crede e lo ripete davanti al popolo del Gallo. Che si rivolta e fischia.
Interviene “la Lilli”. Liliana Zaccarelli, 73 anni, storica assistente del prete genovese, chiede rispetto “per il vescovo”. Sale a fatica i due gradini che la separano dall’altare, la voce rotta, le stampelle a sorreggere il passo incerto. “Se vogliamo bene al Gallo, impariamo a rispettare tutte le voci, come lui avrebbe ascoltato noi”. Dentro alla chiesa gli applausi, fuori, ancora la ribellione. I ragazzi della comunità e i lavoratori del porto continuano a cantare “Bella ciao”, a scandire cori – “Andrea uno di noi” – qualche fischio osa coprire la voce della Lilli, un’autorità alla pari del Don. Sembra che nemmeno le sue parole siano sufficienti a stemperare la rabbia di chi è venuto a salutare Andrea.
IL CARDINALE Bagnasco sorride, o come fa notare chi gli è vicino, ha uno sguardo “sereno e appagato”. Dalla sommità della chiesa non può sentire le voci della piazza. “Se ne andrà dal retro, come è venuto”, dice una signora con i capelli scuri aggrappata alle transenne fuori dal sagrato. “Già, non avrà il coraggio di mostrare la sua faccia qui fuori”, commenta la donna a fianco. E in effetti nessuno vedrà uscire il cardinale Bagnasco, scortato alla macchina dall’ingresso posteriore. Al suo posto, a fianco alla bara un altro prete degli ultimi, don Luigi Ciotti. Non fa in tempo ad accompagnare il feretro all’auto che il fondatore di Libera già si è mescolato con la folla lasciando il microfono al ricordo degli amici: il sindaco Marco Doria, ultimo miracolo politico del Gallo, Moni Ovadia, eletto “consigliere spirituale” del Don benché ebreo. E i suoi “drogati”, come li chiamava lui.
C’è Vladimir Luxuria: “Grazie don Gallo di averci fatto sentire tutte noi creature transgender figlie di Dio, volute da Dio e amate da Dio”. Il mascara sciolto dalle lacrime. I lineamenti induriti dal dolore. Ma negli occhi un fondo di gioia. “Non facevo la comunione da quando avevo 17 anni, ma ho guardato Bagnasco negli occhi e ho sentito che era d’accordo anche lui”. Un piccolo miracolo. Ripetuto con l’altra trans Regina pochi attimi dopo. Nel nome di don Gallo. 

Un prete «contro»

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