lunedì 13 maggio 2013
Tutti contro l'idea di progresso, ovvero tutti per la reazione
Non c'è più il progresso di una volta
Si è smarrita la fiducia in un miglioramento continuo All'uomo postmoderno non basta consumare di più
di Carlo Bordoni Corriere La Lettura 12.5.13
Ha ancora senso parlare di progresso? Siamo abituati a pensarlo come una
costante universale, la naturale propensione a migliorarsi. Invece è
un'idea relativamente recente, nata in funzione della modernità. Di
fronte alla scelta improponibile tra salute e lavoro, i cittadini di
Taranto hanno disertato il referendum consultivo sulla chiusura dello
stabilimento siderurgico dell'Ilva: in assenza di un futuro in cui
credere, l'idea di progresso diventa insostenibile.
Il problema semplicemente non si pone per i classici greci e latini, che
vedono nel futuro i segni di un peggioramento da evitare e invocano il
passato, l'età mitica dell'oro da cui l'uomo è precipitato. Platone
considera il presente un momento di decadenza, secondo una teoria della
degenerazione della politica, frutto di un conservatorismo che teme il
cambiamento e sogna il ritorno alla semplicità dell'esistenza. Orazio
può scrivere Damnosa quid non imminuit dies? («Che cosa non rovina il
passare dei giorni?»), nel convincimento che il tempo sia nemico
dell'uomo e il domani infausto. Il costante sguardo volto al passato
spiega la difficoltà di uscire dai limiti dell'esperienza umana,
guardare oltre e immaginare il futuro. Prevale un generale pessimismo e
persino in Lucrezio, dove per la prima volta appare il termine
progresso, è accettata la prospettiva apocalittica di un mondo destinato
a finire.
Per trovare un cambiamento bisogna attendere gli albori del XVII secolo e
il filosofo inglese Francis Bacon: nelle sue opere il metodo induttivo
nelle scienze rivela i primi sintomi dello spirito moderno e il fine
della conoscenza è l'utilità (Commodis humanis inservire, «Servire al
benessere dell'uomo»), concetti ripresi da Cartesio e poi da
Montesquieu, Voltaire e Turgot.
In un vecchio libro degli anni Venti, intitolato Storia dell'idea di
progresso (Feltrinelli), lo studioso irlandese John Bury illustra
l'origine dell'idea di progresso, collocandola nel Settecento, al
momento dello sviluppo delle scienze e dell'affermazione della
modernità: «L'idea di progresso umano è una teoria che comprende una
sintesi del passato e una profezia del futuro. Si basa su una
interpretazione storica secondo cui gli uomini avanzano lentamente in
una direzione definita e desiderabile, e ne deduce che l'avanzata
continuerà indefinitamente. Questo implica che si arriverà un giorno a
godere di una felicità generale, che giustificherà tutto il processo
della civiltà».
Partita da un'unica matrice illuminista, l'idea di progresso si viene
divaricando lungo il XIX secolo, al seguito di ideologie inconciliabili.
L'idea modernista più marcatamente liberista, sulla via indicata da
Adam Smith, si lega ai principi del mercato, volgendosi al consumismo.
L'altra, nel percorso da Hegel a Marx, radicandosi nel concetto di
storia, punta alla liberazione dal bisogno, all'uguaglianza e al
controllo statale. Entrambe le visioni entrano in crisi nella seconda
metà del secolo scorso: l'una si trova di fronte, oltre ai guasti della
mercificazione, il problema di salvaguardare il pianeta dall'esaurimento
delle risorse. L'altra perde credibilità in seguito al crollo dei
regimi comunisti.
La simultaneità di entrambi gli eventi fa sospettare una radice comune,
di fronte alla crisi della modernità e dei suoi principi fondamentali
(le «grandi narrazioni» di Jean-François Lyotard), su cui si basava
l'essenza del moderno: l'affidamento alla tecnica, la speranza di un
continuo miglioramento, le ideologie. In una parola, la fiducia nel
progresso. Che però viene perdendo consistenza di fronte all'incertezza e
all'assenza di riferimenti su cui contare. L'uomo contemporaneo sembra
così nuovamente incapace di andare oltre i limiti dell'esperienza e di
guardare con fiducia al futuro, proprio come i classici. Se non torna
con rammarico al passato, è perché ha smarrito il senso della storia ed è
troppo occupato a sopravvivere. La sua è piuttosto una nostalgia del
presente, il disagio indicato dall'antropologo Arjun Appadurai nel
saggio Modernità in polvere (Raffaello Cortina), provocato dal desiderio
per cose mai accadute, che si possono solo immaginare. Il progresso è
superato dal postmoderno, su cui si sono esercitati a lungo i filosofi
del pensiero debole, oppure siamo dinanzi a una diversa condizione del
moderno? Di modernità plurali parla il sociologo Peter Wagner in
Modernità (Einaudi), teorizzando un'idea di progresso che si adegua alle
diverse formulazioni della società attuale.
Le interpretazioni più recenti, molte delle quali tese a favorire la
ripresa di questa idea, ne testimoniano la crisi. Gli economisti Daron
Acemoglu e James Robinson, in Perché le nazioni falliscono (Il
Saggiatore), attribuiscono le ragioni della prosperità al progresso
produttivo di stampo liberista, purché all'interno di sistemi politici
democratici, confortati da Joseph Stiglitz, Amartya Sen e Jean-Paul
Fitoussi che, in uno studio commissionato dall'ex presidente francese
Nicolas Sarkozy, La misura sbagliata delle nostre vite (Etas),
propongono di superare il prodotto interno lordo come indicatore dello
sviluppo e di tener conto delle conseguenze ambientali della crescita.
Chi invece confida ancora nelle possibilità della scienza, come il
futurologo Byron Reese, autore del recente saggio Infinite Progress
(Greenleaf), crede che «la tecnologia e Internet pongano fine
all'ignoranza, alle malattie, alla fame, alla povertà e alla guerra».
Il concetto di progresso è tipico del linguaggio critico di matrice
socialista, mentre nel gergo economico occidentale (l'Ocse) si
preferisce il termine sviluppo, col rischio di misurare tutto in termini
quantitativi: tonnellate di merci e manufatti, petrolio estratto, kw di
energia elettrica. Lo stesso processo di acculturazione, secondo la
logica positivista, segue l'esempio dell'industria: il progresso si
misura dal numero di libri stampati o di giornali distribuiti, dalla
percentuale di diplomati e laureati, dal tasso di alfabetizzazione. Ma
il dato statistico non fotografa la realtà nella sua complessità e,
soprattutto, non rende conto delle ingiustizie. Il presente sarebbe
migliore del passato per il solo fatto che si consumano più merci e si
possiedono più oggetti.
Le «magnifiche sorti e progressive», che per tre secoli hanno
caratterizzato la storia dell'uomo, si sono arenate sulla soglia della
tarda modernità. L'idea di progresso, più che alimentare il «principio
speranza» di cui parlava il filosofo Ernst Bloch, assomiglia sempre più
alla fine dell'utopia.
Un concetto in crisi
Tra i saggi sulla crisi dell'idea di progresso spiccano «Modernità in
polvere» di Arjun Appadurai (Raffaello Cortina, a cura di Piero Vereni,
pp. 328, 26) e «Modernità» di Peter Wagner (Einaudi, traduzione di
Graziella Durante, pp. 240, 18)
Successi e fallimenti
In «Perché le nazioni falliscono» (Il Saggiatore, traduzione di Marco Allegra e Matteo Vegetti, pp. 527,
22) Daron Acemoglu e James A. Robinson indagano sui fattori della crescita economica e civile.
Il futurologo Byron Reese, nel libro «Infinite Progress» (Greenleaf, pp. 312,
$ 29.95) si mostra assai ottimista circa il futuro che attende l'umanità
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