sabato 1 giugno 2013
Ancora sulla crisi del Grande Spazio europeo
Da nazione a vocazione europeista dopo la catastrofe nazionalsocialista all'egemonia esercitata sugli altri paesi dell'Europa per allontanare dal paese gli effetti della crisi. L'ultimo libro di Ulrich Beck per LaterzaMarco Bascetta il manifesto 2013.05.31 - 10 CULTURA
La macchina del consenso
Nel
clima della guerra fredda e con alle spalle la catastrofe
nazionalsocialista, la Repubblica federale non avrebbe potuto respirare
altra aria che quella di un europeismo deciso, rispettoso e
rigorosamente atlantico. Ma dopo la riunificazione le cose cambiano. Non
che la Germania unita potesse fare a meno dell'Europa, ma poteva
guardarvi con altri occhi e adottare un diverso linguaggio. L'intero
spazio dell'est europeo si apriva alla sua influenza e penetrazione
economica. Ma, soprattutto, la riunificazione stessa avrebbe finito col
fare da modello al rapporto tra la Germania, forte dei suoi successi
economici, e i paesi più fragili dell'eurozona. Beck lo scrive senza
mezzi termini: «il modello della politica tedesca di crisi in Europa è
dato dalla unificazione con la Rdt in bancarotta. Ma con la differenza
sostanziale che nell'Europa della crisi la parola solidarietà è
diventata una parola senza senso».
La riunificazione della Germania
fu condotta in stile coloniale, con piglio severamente pedagogico e con
l'idea che i tedeschi orientali dovessero scontare, in termini di
sicurezza sociale e di livelli salariali, le colpe accumulate in più di
mezzo secolo di economia pianificata. Non senza suscitare una buona dose
di risentimento nella popolazione della ex-Rdt e perfino nostalgie del
passato regime. In quel frangente l'accusa non fu di «aver vissuto al di
sopra dei propri mezzi», ma di aver lavorato al di sotto delle proprie
possibilità in ossequio a un sistema sociale aberrante e soprattutto
inefficiente. I professorini occidentali avrebbero dunque assegnato i
compiti da svolgere ai somari prodotti dallo «stato degli operai e dei
contadini» e sorvegliato che venissero eseguiti a puntino. Tuttavia,
poiché gli Ossis, i cittadini dell'Est, erano pur sempre tedeschi e si
erano liberati da un regime di oppressione, meritavano anche un po' di
solidarietà. Merito che non spetta invece ai governi dei paesi
indebitati dell'area mediterranea che, pur godendo di tutti i vantaggi
della democrazia parlamentare e dell'economia di mercato, ne avrebbero
dissipato le potenzialità non essendo stati capaci di tenere a freno gli
appetiti dei governati nel timore di perderne il consenso. Ciò che
nell'un caso come nell'altro non è in discussione è il valore esemplare
del modello tedesco. Certificato dal successo economico della Germania.
Il cui governo fa del paragone stesso tra la solidità economica della
Germania e la fragilità (relativa) di altre economie europee un motivo
di autocelebrazione e una poderosa macchina di cattura del consenso. La
quale, stando ai sondaggi e alla voce dei media, sembra funzionare
egregiamente. Tutto questo produce qualcosa di assai simile a una forma
di nazionalismo che consiste nel difendere a oltranza e rafforzare
quelle regole e forme dell'Unione europea che consacrano l'ossessione
dei tedeschi per la stabilità monetaria e la competitività, conquistate a
scapito dei salari e dei sistemi di Welfare state. Ma tutto questo non è
a costo zero e anche nella Bundesrepublik in molti cominciano ad
accorgersene. Mentre in molti paesi europei crescono rapidamente le
forze euroscettiche, quando non schiettamente nazionaliste, e sentimenti
antitedeschi si diffondono con toni sempre più aspri, in Germania
comincia a svilupparsi e ad assumere dimensioni rilevanti un fronte
antieuropeo che considera l'Unione più una zavorra che una opportunità,
un peso indebitamente caricato sulle spalle dei virtuosi lavoratori
tedeschi.
Tuttavia resta una incognita, sia sul piano economico che,
soprattutto, su quello politico, se e fino a che punto la Germania
possa trarre vantaggio dalla fine dell'euro, da un suo eventuale
distacco dalla moneta unica o dall'implosione generale dell'Unione
europea. Gli industriali non nascondono crescenti preoccupazioni per la
contrazione dei mercati europei. Per questa ragione, ci spiega Beck, la
cancelliera Angela Merkel avrebbe messo a punto una strategia
dell'esitazione e del rinvio, che colloca la Germania non al centro ma
sulla soglia di una Unione che potrebbe anche essere abbandonata
repentinamente e comunque costantemente ricattata.
Il ricatto di Berlino
Una
strategia che centellina la disponibilità di Berlino a mettere in gioco
il suo peso e le sue risorse nel tentativo di superare in avanti e più o
meno unitariamente la crisi europea. Questo gioco che fa pendere
l'intero continente dalle labbra del governo berlinese, da quelle del
Bundestag e della corte costituzionale di Karlsruhe, ha una forte presa
sull'opinione pubblica tedesca e rafforza il consenso interno al governo
di Berlino. Nonostante il fatto che sul piano continentale le ricette
made in Germany non producano altro che un drammatico aggravamento della
crisi e una minaccia sempre più incombente di instabilità sociale. È
sotto gli occhi di tutti il fatto che la recessione prodotta dalle
politiche europee di stabilità e di austerità aggravi l'indebitamento
pubblico in un circolo vizioso senza fine, che l'abbassamento degli
spread nei paesi mediterranei si accompagni alla crescita della
disoccupazione (anche per quanto riguarda il lavoro intermittente e
precario), alla perdita di innovazione e capacità produttiva. Detto in
forma sintetica, la politica interna tedesca ha un riverbero europeo che
ostacola la politica interna e la ripresa economica di altri paesi
membri e dell'unione in generale. È il brodo di coltura più propizio per
il ritorno nefasto dei nazionalismi. A testimonianza del fatto che
l'Europa politica è, in larghissima misura, ostaggio delle sovranità
nazionali che si affrontano, si dividono e si accordano secondo gli
schemi più classici della diplomazia. Dall'interpretazione dei trattati
internazionali alle alleanze tattiche tra stati, dal ricatto alla
concessione di condizioni di favore. E la diplomazia è notoriamente una
sfera al riparo da ogni «interferenza democratica» e interamente
condizionata dai rapporti di forza internazionali e dalla loro
asimmetria. Il punto di vista tedesco dimostra, aldilà dalla pretesa di
rappresentare un modello continentale, come la politica europea degli
stati membri dell'Unione si dia oggi nelle forme di una «politica
estera». Aspetto che l'inasprimento della crisi non ha fatto che
accentuare sempre di più, accrescendo lo squilibrio tra i paesi più
forti e quelli più deboli.
Beck fa ricorso, come è noto, al paradigma
della «società del rischio». Una condizione nella quale la modernità è
chiamata a confrontarsi con le criticità che essa stessa ha prodotto e
di cui finisce col perdere il controllo. La crisi consisterebbe insomma
in un esempio di quelle catastrofi sistemiche, di quelle minacce
incombenti, che, contrariamente allo scontro amico-nemico, solo la
cooperazione tra stati e istituzioni è in grado di fronteggiare.
Ricondotto alle politiche interne dei singoli stati - e il caso italiano
ne costituisce un esempio tra i più chiari - questo punto di vista
condurrebbe a privilegiare le grandi coalizioni e le «larghe intese».
Ciò che il paradigma del «rischio» mette in ombra è il fatto che la
crisi globale, diversamente dalle catastrofi naturali, è attraversata da
linee di divisione e di conflitto non ricomponibili. Il processo di
accumulazione del capitale finanziario non può scendere a patti, almeno
fino a quando i rapporti di forze glielo consentiranno, con il livello
di vita e le libertà dei cittadini europei. E questo accade anche in
Germania dove il segno più (ma fino a quando?) degli indicatori
economici si accompagna a un workfare severo per non dire spietato e a
un enorme potere di ricatto sul lavoro vivo che si traduce nel potere di
ricatto esercitato dal governo di Berlino sull'intero continente. Che a
sua volta funziona, in chiave nazionalista, come principio di
legittimazione dello sfruttamento interno e conferma del modello
tedesco. Queste linee di conflitto non passano solo tra europeisti e
difensori delle sovranità nazionali, ma le attraversano e le confondono.
Nei secondi la strada non conduce altro che verso destra in una
velenosa combinazione di protezionismo (più o meno finto) e di
autoritarismo (decisamente vero) o nel perseguimento di una egemonia
nazionale sul processo di integrazione europea, l'«Europa tedesca»
appunto. Nel campo dei primi la partita è difficile, ma aperta.
Ostaggio delle oligarchie
Ci
troviamo di fronte una unione sempre più ostaggio di un negoziato tra
governi delegittimati dall'implosione dei dispositivi della
rappresentanza e accomunati da una indiscussa fede neoliberista,
comunque logorati dalla stretta di una crisi di cui non riescono a
venire a capo. La costruzione dell'Europa politica non può essere
lasciata nelle mani di questi attori, affiancati da una burocrazia
imperscrutabile e compromessa. Ma faticano ancora a prendere forma
soggetti transnazionali capaci di contrastarli e di affermare una
propria politica europea, nei singoli paesi e nelle istituzioni
comunitarie, che muova verso una radicale redistribuzione del reddito e
delle risorse e sappia aggredire efficacemente il potere delle
oligarchie. Senza sottovalutare i rischi del caso forse dovremo passare
attraverso una fase di «ingovernabilità» dell'Europa che imponga
l'affermarsi di una nuova «agenda» le cui voci, disperse e ancora troppo
flebili, si fanno comunque sentire in varie parti del continente. Le
uniche voci possibili di quella lingua comune di cui abbiamo
massimamente bisogno.
Valerio Castronovo Domenicale 02 giugno 2013
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