sabato 29 giugno 2013

Editoria: grande rinnovamento al Corriere...

La Fiat si riprende il CorriereElkann rimpiazza gli azionisti contrari all’aumento di capitale e sale al 20% di RCSdi Marco Franchi il Fatto 29.6.13

Milano Fiat prende il controllo di Rcs. Tra breve in edicola il Chrysler della Sera. Sarà stampato direttamente a Detroit”, cinguettava ieri sera su Twitter Vittorio Zucconi, penna della concorrente Repubblica. Il controllo della società che edita il Corriere della Sera passa infatti alla famiglia Agnelli che negli ultimi giorni è stata molto attiva sul mercato. La Fiat ha acquistato ulteriori diritti relativi alla ricapitalizzazione della Rizzoli che porteranno la sua quota post aumento al 20,135 per cento del nuovo capitale ordinario. Quasi il doppio della quota oggi detenuta, 10,5 per cento. A riversare le opzioni sul mercato sono stati i soci che non hanno intenzione di mettere mano al portafoglio e sottoscrivere l'aumento di capitale da 400 milioni: i Benetton, Merloni, le Generali e la Pandette dell’imprenditore della sanità Giuseppe Rotelli, deceduto proprio ieri dopo oltre due anni di malattia che si è aggravata nelle ultime settimane. Dal Lingotto si ricorda in una nota che il gruppo torinese “si era già impegnato a sottoscrivere pro quota l'aumento di capitale del gruppo editoriale” e “ad acquistare ulteriori diritti di opzione offerti da altri partecipanti al patto di sindacato”. In questo modo, sarebbe salita fino al 13 per cento con un investimento complessivo di una cinquantina di milioni. Poi il blitz.
IERI FIAT HA ACQUISTATO altri 10.700.000 diritti di opzione che danno diritto alla sottoscrizione di 32.100.000 azioni ordinarie Rcs. Gli Agnelli saranno dunque il primo azionista di via Solferino, dove il primo socio uscente, Pandette, è al 16 per cento, seguito da Medio-banca (14,2). I riflettori sono però accesi su Diego Della Valle, che del gruppo editoriale ha l'8,7 per cento e che con il presidente di Fiat, John Elkann, si è più volte scontrato. La sua posizione sull'adesione all'aumento, fortemente criticato, resta incerta. Ieri il Sole 24 Ore, ha riportato indiscrezioni secondo cui mister Tod’s era indeciso se esercitare o meno i diritti. E in ogni caso l’imprenditore marchigiano difficilmente avrebbe sfruttato l’aumento per arrotondare la sua posizione attuale. La mossa di Torino complica la strategia seguita fin qui da Della Valle, un tira e molla, tra invettive nei confronti della gestione attuale del gruppo e aperture al dialogo dopo la ritrovata sintonia con alcuni degli altri grandi soci, a cominciare da Intesa Sanpaolo, che sembravano preludere a un rientro in grande stile di Tod’s tra i soci che contano in Rizzoli.
DELLA VALLE AVEVA anche dettato le sue condizioni, a cominciare dal cambio dei vertici del gruppo. Elkann, dal canto suo, ha rinnovato la sua fiducia all’amministratore delegato di Rcs Pietro Scott Jovane. E ieri ha fatto vedere che in Rizzoli comanda chi ci mette i soldi. A Torino ci si chiede cosa pensa del blitz Sergio Marchionne. Appena preso il timone della Fiat, il manager italocanadese definì come una sorta di dovere sociale il contributo a mantenere il Corriere della Sera immune dagli appetiti di parte. Strizzando l’occhio agli eredi di Gianni Agnelli che consideravano quella nel gruppo editoriale Rcs una partecipazione intoccabile del suo portafoglio. Oggi forse l’amministratore delegato del Lingotto, proiettato molto più su Detroit che su Torino, avrebbe già venduto le quote in Rcs da tempo. Ma via Solferino è una materia di Elkann, in questi anni attento alla carta almeno quanto alle automobili. Mentre Marchionne si prepara a pagare il conto della fusione con Chrysler, il presidente della Fiat sfoglia i suoi giornali. È stato anche chiamato di recente da Rupert Murdoch nel consiglio di amministrazione della nuova News Corp, “una società che ha fatto quello che noi abbiamo l’ambizione di fare: partiti come editori locali in Australia sono man mano diventati uno dei più grandi gruppi mondiali dei media”, ha detto lo stesso Elkann all’ultima assemblea della cassaforte di famiglia Exor. Parole risuonate nelle stanze di via Solferino, soprattutto in quella del direttore Ferruccio de Bortoli che con l’avanzata torinese potrebbe lasciare il posto al collega della Stampa, Ma-rio Calabresi, magari accontentandosi di diventare presidente della società editrice. Dal punto di vista industriale, si parla anche di un'operazione a più largo raggio che parta con la fusione fra Publikompass (concessionaria di pubblicità di proprietà Fiat) e Rcs Pubblicità e arrivi in futuro all’integrazione del Corriere della Sera e de La Stampa. Seguendo proprio il modello Murdoch che in questi giorni, ha completato lo spezzatino del suo impero: da una parte tutta la carta stampata e in un'altra scatola le tv e il cinema.

Controllo Fiat in Rcs
Le nozze Corriere-Stampa e l’ombra di Murdoch
di Massimo Mucchetti l’Unità 30.6.13

La Fiat torna ad avere oltre il 20% di Rcs Mediagroup, la società che edita il Corriere della Sera. Più o meno si tratta della stessa partecipazione che detenne fino al 1998, quando ne cedette una quota a Cesare Romiti a titolo di parziale liquidazione dei suoi 24 anni alla guida del gruppo torinese.
La storia si ripete, dunque? Probabilmente no. E non perché, quando si ripete, la storia lo fa in forma di farsa. È difficile che, questa volta, la storia si ripeta perché tutto è cambiato rispetto al 1984 allorché la Fiat divenne l’azionista di riferimento dell’ex gruppo Rizzoli-Corriere della Sera con l’aiuto di Mediobanca e l’avallo della Banca d’Italia. Il governatore Carlo Azeglio Ciampi, non dimentichiamolo, era fedele alla legge bancaria del 1936, che non ammetteva le banche nell’azionariato dei giornali e al tempo stesso non se la sentiva di favorire una proprietà diffusa in capo al Corriere come suggeriva Cesare Merzagora per il timore che i residui della loggia massonica deviata P2 potessero tentare di riprendersi il giornale con occulte scalate.
Nel 1984 l’Italia stava andando bene. La sua editoria si apriva a una stagione felice, inondata di pubblicità. La sfida della tv commerciale era agli albori. Internet interessava solo le università americane. Oggi l’editoria è al tracollo. E non ha un’idea chiara su che cosa fare per conquistarsi un nuovo destino in un mondo dove Google ha cambiato tutto: la comunicazione, la pubblicità e, attenzione, anche la politica come dimostra l’uso del microtargeting nella campagna elettorale di Obama.
NIENTE PIÙ FUNZIONE NAZIONALE
Allora la Fiat era l’Italia, grondava profitti e controllava il 60% del mercato dell’auto. Oggi è una multinazionale che insegue gli aiuti di Stato in giro per il mondo. Non ha più una funzione nazionale. Né la potrebbe avere nel momento in cui non chiude una o due delle sue fabbriche italiane solo perché, come ha scritto Andrea Malan sul 24 Ore, è al momento più conveniente approfittare della cassa integrazione. E se i numeri hanno ancora un senso, non saranno i 90 milioni investiti in via Solferino, anziché in ricerca e sviluppo nell’auto, a restituire il rango di un tempo.
La storia della presenza Fiat in Rcs Mediagroup, d’altra parte, non è priva di lati oscuri: l’avventura disastrosa nel cinema affidata a Montezemolo, protetto di Gianni Agnelli; la cessione ad alto prezzo del disastrato Gruppo editoriale Fabbri a Rcs da parte dell’Ifi o, per venire a tempi più recenti, il tentativo di affidare la direzione del Corriere a Carlo Rossella, allora presidente della berlusconiana Medusa, da parte dello stesso Montezemolo. Ciò detto, il raddoppio della Fiat sulla ruota del Corriere non può essere liquidato con i paragoni storici. Basterebbe, ad allontanarne l’ombra, che John Elkann dimostrasse nei fatti di essere diverso dal nonno e dallo «zio»... In ogni caso, non si comprende la questione Rcs restando, nel 2013, dentro i recinti del passato.
La soluzione ideale era e resta quella di costruire un veicolo finanziario che traghetti la Rcs, o almeno il Corriere, verso una proprietà diffusa protetta da una golden share in mano a un comitato di garanti sul modello dell’Economist e della Reuters. Ma la cultura politica e imprenditoriale italiana resta padronale sempre e comunque, la qual cosa non è un male nelle multinazionali tascabili del Quarto capitalismo, ma lo diventa nella grande editoria qualora questa sia strutturalmente priva, come accade in Italia, di editori puri.
Alla soluzione ideale si preferisce una soluzione realista. Senonché il realismo si rivela prezioso solo quando costruisce un ponte verso le soluzioni migliori. Viceversa, se diventa fine a se stesso, finisce con il lasciare incancrenire i problemi. E la storia di via Solferino lo dimostra oltre ogni ragionevole dubbio.
CON IL SOLO 20 % NON SI COMANDA
Stiamo dunque fuori dai recinti del passato, ma dentro quelli del realismo. Che cosa vediamo, per cominciare? Vediamo una Fiat che in prima battuta non sarà sola. Con il 20%, in presenza di altri azionisti rotondi, non si comanda. Si presiede. A meno che gli altri soci eccellenti non abdichino alle loro responsabilità, paghi di potersi nascondere dietro la figura di Elkann.
Tra questi soci eccellenti risaltano Mediobanca e Intesa Sanpaolo, ma anche Della Valle, Unipol, il Banco Popolare. Tranne che per il signor Tod’s, cito le ragioni sociali e non le persone deliberatamente: le responsabilità durano oltre i responsabili manageriali che cambiano. Quando si sarà consumata l’asta dei diritti post aumento di capitale, vedremo le diverse consistenze dei soci. Chi sta con chi e come. Ma è chiaro fin d’ora che le tre banche azioniste avranno una speciale responsabilità. Non foss’altro perché, specialmente Intesa, sono anche i soggetti creditori di una società sull’orlo dell’abisso.
In prospettiva è bene che le banche non abbiano azioni dei giornali. Questo, sia detto di passata, esige il Fondo monetario internazionale dalla Grecia. Ma noi non siamo greci e taluni industriali non tutti hanno dato prove al Corriere peggiori di quelle di taluni banchieri non tutti. Dunque, le banche devono fare adesso la loro parte, senza fuggire.
Alla Fiat viene attribuito un piano industriale che prevede lo spezzatino del gruppo Rcs. Niente di male, in teoria. In pratica, il diavolo si nasconde nei dettagli. E non basterà agitare il fantasma di Berlusconi per assolvere tutti i peccati della finanza, dell’imprenditoria e della politica sul fronte dell’informazione.
Anche perché il fantasma di Berlusconi non può onestamente fare paura a chi osservi i conti del Giornale e della Mondadori e pure quelli di Mediaset. Nell’anno di grazia 2013, l’ex premier non sarebbe tecnicamente in grado di accollarsi il rischio Rcs. I principali dettagli su cui si gioca il futuro del primo giornale italiano sono due: a) il destino aziendale del Corriere; b) la sua governance.
Il progetto più gettonato al momento prevede lo scorporo del quotidiano di via Solferino e il suo accoppiamento con la Stampa: una nuova società alla quale parteciperebbe, al 29%, la Newscorp di Rupert Murdoch. Potrebbe funzionare sul piano industriale o forse no. La Stampa si ridurrebbe a mero quotidiano regionale? A quali prezzi avverrebbe il conferimento, dopo l’amara esperienza del Gruppo editoriale Fabbri?
DICHIARAZIONE DI IMPOTENZA
Certo, Murdoch ha forse le spalle abbastanza larghe per contrastare il predominio di Google. Ma il grande imprenditore Murdoch è anche un signore che esercita il potere in modi assai discutibili, e fa accordi sopra e sotto il banco con la politica. In ogni caso, per l’establishment italiano, sarebbe una dichiarazione di impotenza, un esito triste. Il cedimento a una concentrazione di potere editoriale analoga, se non superiore, a quella che esiste in capo a Berlusconi e per giunta in capo a un signore straniero che fa la “sua” politica estera. Ma forse, di fronte al microtargeting di Google, i criteri antitrust tradizionali e pure i confini storici delle diplomazie rivelano l’usura del tempo. Quando Eric Schmidt dà a Barack Obama l’organizzazione manageriale e le risorse informative di Google che consentono di raggiungere - a lui che è amico di Schimdtenon al rivale tutte le persone con messaggi mirati perforandone la privacy, non c’è più nemmeno un Murdoch che tenga. E allora la seconda questione la governance del Corriere, ma questo vale in generale per tutti i media che hanno una capacita di influenza sull’opinione pubblica diventa centrale.
Chi detterà la linea del Corriere sul ruolo dell’Italia nelle battaglie della pace e della guerra? Murdoch? I suoi amici cinesi o americani o inglesi? O si faranno sentire i Bazoli, gli Elkann, i Nagel, i Della Valle? E come?
Il Corriere ha oggi un direttore che, da figlio della tradizione migliore (c’è anche una tradizione scadente in certe stanze), ha saputo in diverse occasioni tenere la schiena diritta, ma che da parecchi mesi è sottoposto a un’azione di logoramento proprio dalla Fiat.
Fatto l’aumento di capitale, sta oggi a chi ha preso l'iniziativa sciogliere le incertezze: dica se intende procedere da solo o con altri e a quali condizioni e poi confermi, se crede, la fiducia a Ferruccio de Bortoli, ovvero indichi un nuovo timoniere che sia garante del nuovo corso e con ciò inizi a farsi misurare. Non vorremmo che il conferimento della Stampa al Corriere fosse come quello delle centrali elettriche Fiat alla Montedison, che fu il pesante pedaggio pagato dall’Electricité de France per potersi mangiare per intero Foro Bonaparte.

Giornali, la Fiat brucia 120 milioni di euro
La conquista del Corriere costa almeno 90 milioni La Stampa ne ha appena richisti altri 35di Gaia Scacciavillani il Fatto 30.6.13

Milano Bella domanda”, aveva risposto a denti stretti l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, il 9 aprile al giornalista del Fatto Quotidiano che gli chiedeva se in Italia convenga investire sull’editoria, piuttosto che sull’automobile. Il tema era, allora come oggi, la partecipazione del Lingotto all'aumento di capitale di Rcs, il gruppo che edita il Corriere della Sera. Dopo meno di tre mesi la posizione della Fiat sull'auto è cambiata poco, anche perché c'è ancora pendente la trattativa oltreoceanica sul prezzo da pagare per rilevare la quota di Chrysler ancora in mano al fondo del sindacato dei metalmeccanici Usa. Il cui esito, viste le cifre in gioco, avrà ripercussioni sui piani di tutto il gruppo.
Sul fronte dell'editoria, invece, le cose stanno cambiando rapidamente per il Lingotto che venerdì scorso, proprio mentre la Fiom di Maurizio Landini tornava ad attaccare la progressiva “scomparsa” del gruppo dalla Penisola, annunciava la scalata al Corriere della Sera con un consistente rilancio degli investimenti sulla carta stampata. Un settore tanto amato, quanto caro, visto che sta già costando parecchio al gruppo torinese. Tra Corsera e Stampa, infatti, il conto pagato negli ultimi 12 mesi è già salito ben oltre quota 120 milioni di euro, mentre l'ultimo bilancio della casa, quello del primo trimestre 2013, ha evidenziato un crollo degli utili a 31 milioni di euro - cioè 231 milioni in meno del 2012 - e un debito che in soli tre mesi è lievitato di oltre 800 milioni a quota 10,412 miliardi di euro. Naturale, quindi, lo stupore suscitato dall'ultima mossa dell'erede di Gianni Agnelli, lo stesso che nel 1984 aveva partecipato da protagonista a quello che avrebbe dovuto essere il salvataggio del primo quotidiano italiano dopo lo scandalo del Banco Ambrosiano giustificando l'ingresso in via Solferino con il fatto che gliel'avevano chiesto, quindi quasi per rendere un servizio al Paese.
Giorgio Airaudo, che da ex numero uno dei metalmeccanici auto della Fiom conosce bene sia la Fiat che gli Agnelli e Sergio Marchionne dice: “Mi sembra che voglia coprirsi la ritirata. Mentre la politica l'ha in un modo o nell'altro assecondata, la Fiat in questi anni ha patito molto l'opinione pubblica italiana che non è riuscita a convincere”. Airaudo, oggi parlamentare di Sel, aggiunge: “Che si preoccupi della stampa, quindi, non mi stupisce affatto. Tanto più se si tratta del Corriere della Sera che le ha dato non pochi problemi. E poco conta che la penna più critica, Massimo Mucchetti, si sia data proprio alla politica, i principali detrattori anche in via Solferino, restano”. Come Diego Della Valle che negli ultimi tempi non ha fatto mancare i suoi strali anche alle scelte industriali dell'erede dell'Avvocato e del suo manager di fiducia. Ed è per giunta lo stesso Della Valle a sostenere che l'operazione Rcs è destinata ad ben più costosa di quanto non sembri se l'editrice perseguirà la strada tracciata dal tandem Fiat-Mediobanca supportato da Intesa. “Gli obiettivi del piano Rcs pudicamente chiamato di sviluppo oltre ad essere già difficilmente raggiungibili risultano chiaramente irrealizzabili alla luce dei risultati del primo trimestre”, aveva chiaramente dichiarato il 30 maggio scorso ai soci Rcs in assemblea il rappresentante dell'imprenditore marchigiano, Sergio Erede, facendo chiaramente intendere che così facendo secondo i suoi consulenti si arriverà a breve a nuovi esborsi da parte dei soci per evitare di arrivare in Tribunale. Allungando così il potenziale conto di soci come la Fiat che sul quotidiano sta puntando 93 milioni di euro che si aggiungono ai 35 milioni appena versati nell'Editoriale La Stampa in conto capitale. Senza quel versamento che è stato quasi tutto mangiato dalle perdite 2012 (circa 27 milioni), del resto, l'editrice del quotidiano di Torino che in cinque anni ha perso 45,8 milioni di euro, difficilmente avrebbe potuto garantirsi la continuità aziendale nonostante la fusione tra Itedi e l'Editoriale La Stampa abbia portato un benificio finanziario di 13 milioni.

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