E' possibile coniugare serietà e produttività con i tempi della riflessione e della ricerca ed è anche possibile coniugarle con la solidarietà e il lavoro comunitario, evitando una ridicola competizione per assicurarsi 50 euro in più all'anno di fondi di ricerca [SGA].
sabato 1 giugno 2013
Il neoliberismo nell'Università
L'Università italiana, per nulla attrezzata per questo genere di cose, scimmiotta con zelo da neofita un modello sbagliato che qui da noi - basta frequentare un qualsiasi istituto che abbia preso il pomposo ma finto nome di "Dipartimento" - ha già prodotto un'infinità di conseguenze comiche. Improvvisamente sembrano diventati tutti dei grandi scienziati, impegnati a discettare di riviste di fascia A e a sfornare pubblicazioni a raffica. Invece sono sempre gli stessi di ieri.
E' possibile coniugare serietà e produttività con i tempi della riflessione e della ricerca ed è anche possibile coniugarle con la solidarietà e il lavoro comunitario, evitando una ridicola competizione per assicurarsi 50 euro in più all'anno di fondi di ricerca [SGA].
E' possibile coniugare serietà e produttività con i tempi della riflessione e della ricerca ed è anche possibile coniugarle con la solidarietà e il lavoro comunitario, evitando una ridicola competizione per assicurarsi 50 euro in più all'anno di fondi di ricerca [SGA].
La solitudine dell’esperto Così la bolla informativa annulla la conoscenza
L’allarme arriva da una ricerca curata da due professori dell’Università di Cardiff Il numero delle pubblicazioni, è ormai fuori controllo Non basta una vita per aggiornarsi
di Massimiano Bucchi Repubblica 1.6.13
Il dottor Jones si occupa di diagnostica cardiologica per immagini, ha appena preso servizio ed è pieno di buone intenzioni.
Vuole
informarsi sugli studi significativi ed essere aggiornato sui più
recenti sviluppi del settore. Si mette subito al lavoro per consultare
la letteratura rilevante. Dopo qualche giorno passato sulle principali
riviste e database, lo assale un dubbio. Il dottor Jones fa qualche
semplice calcolo, e il dubbio si trasforma in sconforto. Anche dedicando
alla lettura otto ore al giorno per cinque giorni alla settimana, per
cinquanta settimane all’anno — il che fa la bellezza di diecimila
articoli letti ogni anno — gli ci vorrebbero più di undici anni a
metabolizzare la letteratura rilevante. Nel frattempo però sarebbero
stati pubblicati altri ottantamila studi, e per consultare questi ultimi
il dottor Jones dovrebbe mettere in conto altri otto anni (a tempo
pieno!). Di questo passo, prima di poter iniziare a leggere un articolo
appena uscito, dovrebbe dedicare oltre quarant’anni a consultare la
letteratura esistente, terminando appena in tempo per andare in
pensione.
Il dottor Jones è ormai in preda alle vertigini e inizia a
sentirsi come quel personaggio di Massimo Troisi che aveva rinunciato a
imparare a leggere «perché io sono uno a leggere, e loro intanto sono
milioni a scrivere, non li raggiungerò mai». Se anche riuscisse in
qualche modo a completare questa titanica impresa, Jones ha calcolato
che in seguito, solo per tenersi aggiornato sui nuovi risultati
pubblicati dovrebbe leggere almeno trenta studi a settimana. E, è bene
ripeterlo, stiamo parlando di un settore estremamente specifico. I
calcoli li hanno fatti un professore di cardiologia e uno di statistica
medica dell’Università di Cardiff e il titolo del loro studio, che ne
riassume la conclusione categorica, ha il tono sinistro di un’opera di
Damien Hirst: Sull’impossibilità di essere esperto.
Ma il discorso
non sarebbe molto diverso in altri settori. Il problema, infatti, è
generale e riguarda la continua crescita del numero di pubblicazioni
scientifiche. Secondo la International Association of Scientific,
Technical and Medical Publishers, attualmente sono attive nel mondo
28.100 riviste scientifiche specializzate sottoposte a peer review (cioè
a una selezione dei contenuti da parte degli stessi studiosi), per un
totale di circa un milione e ottocentomila articoli pubblicati ogni
anno. Una cifra astronomica e che continua ad aumentare del 3 per cento
ogni anno. Un vero e proprio sovraccarico informativo, o come si usa
dire oggi, una “infobesity”, obesità informativa che sta schiacciando
sotto il proprio peso il dottor Jones e i suoi colleghi (e se volete
davvero farvi girare la testa, cercate su Google “information overload” e
scoprirete che c’è un sovraccarico informativo sul sovraccarico
informativo: oltre ventuno milioni di risultati).
Che cosa significa
dunque essere un “esperto” in questo scenario magmatico? E soprattutto,
ha ancora senso parlare di esperti? C’è davvero una differenza
significativa — si chiedono provocatoriamente i due autori nello studio —
tra ignorare il 100 per cento della letteratura in un settore specifico
e ignorarne “solo” il 98 per cento, come sembra essere il destino del
dottor Jones e di buona parte dei suoi colleghi?
D’accordo, si dirà:
non tutte le riviste e gli studi pubblicati hanno la stessa rilevanza, e
non tutti meritano la stessa attenzione da parte del dottor Jones. Ma
in questa proliferazione di contenuti è sempre più difficile individuare
quelli più importanti, e questa stessa scrematura richiede tempo. Per
di più, è evidentemente irrealistica l’aspettativa che il dottor Jones
legga riviste scientifiche dalla mattina alla sera: il suo ruolo di
esperto richiede anche che visiti pazienti, che parli con i colleghi,
che scriva rapporti e naturalmente che produca le proprie pubblicazioni,
che andranno ad alimentare il sovraccarico di cui sopra.
Le
conseguenze di questa proliferazione informativa sono profonde e ci
riguardano tutti. La ricerca dell’Università di Cardiff stima che al
ritmo tutt’altro che disprezzabile di un articolo letto al giorno
(ovvero 250 articoli all’anno), la probabilità che il dottor Jones e un
altro suo collega leggano lo stesso studio nello stesso anno è di 1 a
79. In altre parole, è sempre più difficile per gli esperti, anche in un
settore specifico, trovare un terreno stabile, comune e condiviso di
risultati; il risultato è una crescente frammentazione e divergenze che
si manifestano sempre più frequentemente anche in ambito pubblico.
Diventa
infatti sempre più agevole, pescando in questo inesausto e sempre più
articolato serbatoio informativo, sfidare e mettere in discussione
pareri e competenze espresse dagli esperti su questioni di rilevanza
pubblica. Questo contribuisce ad alimentare quella “crisi degli esperti”
che si esprime ormai a vari livelli e in molteplici forme: dalla
critica alle previsioni meteorologiche da parte di esponenti del mondo
politico e imprenditoriale, al complesso intreccio tra competenza e
responsabilità, fino al recente “Excelgate” che su blog e siti web di
tutto il mondo ha messo in discussione un influente studio sul rapporto
tra indebitamento e crescita economica, attribuendogli un macroscopico
errore di calcolo.
La portata del fenomeno appare tale da rendere
difficile indicare una via d’uscita. Gli autori dello studio gallese si
interrogano su come ridurre la quantità ed elevare la qualità delle
pubblicazioni specialistiche, ipotizzando ad esempio nuove forme di
diffusione dei risultati aperte e collaborative (“wiki”). Ma finché le
carriere in questi campi saranno legate alle pubblicazioni, sarà
difficile frenare questa “bolla informativa”. E poi, insomma, si tratta
solo del parere di due esperti tra i tanti, anzi tantissimi. Il dottor
Jones (almeno questo) lo sa bene.
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