sabato 1 giugno 2013

La lotta di classe della Cina è prevalente rispetto alle lotte di classe nella Cina

Settecento milioni di poveri in meno, ma in Cina i pensionati soffrono ancora
di Guido Santevecchi Corriere 1.6.13

Le statistiche non ci propongono solo cattive notizie, come quella della disoccupazione giovanile che è diventata una piaga globalizzata. Secondo i dati dell'Onu, nel mondo negli ultimi vent'anni un miliardo di uomini, donne e bambini sono stati riscattati dalla povertà. Tra il 1990 e il 2010, la percentuale di coloro che vivevano in condizioni di «estrema povertà» nei Paesi in via di sviluppo è scesa dal 43 al 21%, circa un miliardo di anime, dunque. E in questi due decenni questa zona di disperazione economico-sociale, sempre secondo le statistiche, è stata portata da meno di 1 dollaro al giorno di reddito a 1,25 dollari. Venticinque centesimi di speranza in più. Una cifra irrisoria per noi che paghiamo un caffè al bar quattro volte tanto e ci innervosiamo ad avere monetine in tasca, ma sufficiente a far sopravvivere un miliardo di persone. Questo risultato è stato ottenuto soprattutto grazie al grande balzo in avanti della Cina, che conta 680 milioni di poveri in meno dal 1980, grazie all'apertura dell'economia lanciata da Deng e alla crescita consolidata dai suoi successori.L'Economist si chiede se entro il 2030 le nazioni riusciranno a strappare un altro miliardo di persone dalla povertà. E ricorda che la soglia di 1,25 dollari può trarre in inganno: negli Stati Uniti, per esempio, la linea dell'indigenza è tracciata a 63 dollari al giorno (circa 50 euro) di reddito per una famiglia di quattro persone.
C'è un'altra trappola nelle statistiche: nella Cina del miracolo si è creata una fortissima diseguaglianza, basta pensare ai circa 260 milioni di lavoratori migranti che vivono in topaie, anche 40 a turno in una stanza, lontano dai figli, senza diritti.
Sempre in Cina, il governo ha appena pubblicato l'esito drammatico di un sondaggio tra i 185 milioni di ultrasessantenni. Il 22,9% di questi genitori e nonni vive in povertà, ha una capacità di consumo massima di 400 euro all'anno e il 40% è minato da sintomi di depressione. È la stessa generazione che con le proprie mani, il proprio sudore, ha costruito il boom della seconda economia del mondo. E che somiglia ai nostri pensionati.



Se perfino l’università ora è made in China
Accordo storico tra università dello Zhejiang e Imperial College
Docenti cinesi e non per un curriculum a prova di Asia
Pechino ora esporta anche l’istruzione, apre a Londra l’ateneo “made in China”

di Giampaolo Visetti Repubblica 1.6.13

PECHINO DAL ristorantino all’università. Dal barbiere low cost al manager della multinazionale. La Cina cambia volto ed esporta nel mondo anche l’istruzione del futuro. Lo sbarco in Europa non è di basso profilo: un ateneo nel centro di Londra, cuore della conoscenza nel vecchio continente, a due passi da Oxford e da Cambridge.
AD APRIRE il campus, stile anglosassone e metodi asiatici, l’università dello Zhejiang, tra le cinque migliori nella seconda economia del pianeta. Accordo fatto con il glorioso Imperial College, che da lunedì metterà a disposizione le proprie aule agli insegnanti reclutati dal ministero dell’Istruzione di Pechino. Cattedre a contratto e stipendi più ricchi rispetto alla media degli atenei inglesi: gli studenti potranno trovare docenti cinesi, ma pure di altre nazioni del mondo.
La grande novità sono i programmi: rigorosamente cinesi, con la garanzia di una laurea a prova di Oriente, l’area più concorrenziale, ricca e in crescita del secolo. Tra gli obbiettivi, attività accademiche congiunte, ossia l’integrazione totale dei corsi dell’Imperial College e dell’Università dello Zhejiang, gioiello della regione più industrializzata della Cina. Studenti e professori potranno muoversi tra Londra e Hangzhou, oppure seguire a distanza le stesse lezioni, come in un’unica classe, sia in inglese che in mandarino.
È il passo successivo all’improvvisamente invecchiato “Erasmus”, la nuova istruzione ai tempi della globalizzazione. E a nessuno sfugge che Pechino sia già oltre gli Istituti Confucio, 1780 inaugurazioni in pochi anni e in ogni continente, primo strumento per la costruzione del nuovo softpower “made in China”. Aprire università in Europa, negli Usa e presto in Africa, investendo una montagna di yuan per formare giovani stranieri, è la missione più delicata dell’“espansione culturale” varata dai leader comunisti. Ambizione: cambiare l’immagine della Cina all’estero, elevarla al ruolo di nuova superpotenza, trasmettendo direttamente la conoscenza alle classi dirigenti dei prossimi decenni. Per «conquistare i cervelli», rendendoli compatibili con i nuovi assetti globali, Pechino annuncia che non baderà a spese: dopo campus e università, si appresta ad esportare anche istituti di ricerca, laboratori e centri sperimentali a disposizione delle aziende hi-tech.
Si apre così, tra Oriente e Occidente, l’era della concorrenza all’ultimo studente, al luminare più internazionale e al diploma sino-anglosassone senza più confini. La Cina, conquistato il primato mondiale per numero di neo-laureati, promette infatti di mandare in pensione anche il “modello Silicon Valley”, simbolo del progresso nell’era americana: meno finanziamenti ai concentrati nazionali di menti esiliate nei deserti e risorse illimitate a strutture in rete, sparse in ogni angolo del globo, purché con il marchio chiaro del Dragone. «Vogliamo abbattere i muri che ancora dividono la conoscenza — ha detto Zhang Xiuqin, capo della cooperazione internazionale del ministero dell’Istruzione — : per insegnanti e studenti si aprono opportunità senza precedenti». Il campus a Londra non è che la prima tappa. Nel 2012 i giovani stranieri che hanno beneficiato di una borsa di studio cinese sono stati 23 mila. Entro cinque anni Pechino ne metterà a disposizione 200 mila, importando cervelli in Cina, oppure inviandoli negli atenei che si appresta a distribuire nei luoghi- chiave del pianeta: a New York, dove già opera la Shanghai University, ma pure a San Francisco, Parigi, Berlino, Sydney, Johannesburg, San Paolo, Città del Messico, Mosca, in tutta l’Asia e anche a Firenze, dove sta per sbarcare il campus della Tongji University di Shanghai.
Dal Libretto Rosso di Mao ai manuali di scienza dei materiali: la Cina archivia i dogmi di massa e lancia la sfida per la leadership del progresso 2.0. Solo la meta non cambia: ritornare l’Impero di Mezzo, anche nel tempo del web da indossare.

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