sabato 1 giugno 2013
La lotta di classe della Cina è prevalente rispetto alle lotte di classe nella Cina
di Guido Santevecchi Corriere 1.6.13
C'è un'altra trappola nelle statistiche: nella Cina del miracolo si è creata una fortissima diseguaglianza, basta pensare ai circa 260 milioni di lavoratori migranti che vivono in topaie, anche 40 a turno in una stanza, lontano dai figli, senza diritti.
Sempre in Cina, il governo ha appena pubblicato l'esito drammatico di un sondaggio tra i 185 milioni di ultrasessantenni. Il 22,9% di questi genitori e nonni vive in povertà, ha una capacità di consumo massima di 400 euro all'anno e il 40% è minato da sintomi di depressione. È la stessa generazione che con le proprie mani, il proprio sudore, ha costruito il boom della seconda economia del mondo. E che somiglia ai nostri pensionati.
Se perfino l’università ora è made in China
Accordo storico tra università dello Zhejiang e Imperial College
Docenti cinesi e non per un curriculum a prova di Asia
Pechino ora esporta anche l’istruzione, apre a Londra l’ateneo “made in China”
di Giampaolo Visetti Repubblica 1.6.13
PECHINO
DAL ristorantino all’università. Dal barbiere low cost al manager della
multinazionale. La Cina cambia volto ed esporta nel mondo anche
l’istruzione del futuro. Lo sbarco in Europa non è di basso profilo: un
ateneo nel centro di Londra, cuore della conoscenza nel vecchio
continente, a due passi da Oxford e da Cambridge.
AD APRIRE il
campus, stile anglosassone e metodi asiatici, l’università dello
Zhejiang, tra le cinque migliori nella seconda economia del pianeta.
Accordo fatto con il glorioso Imperial College, che da lunedì metterà a
disposizione le proprie aule agli insegnanti reclutati dal ministero
dell’Istruzione di Pechino. Cattedre a contratto e stipendi più ricchi
rispetto alla media degli atenei inglesi: gli studenti potranno trovare
docenti cinesi, ma pure di altre nazioni del mondo.
La grande novità
sono i programmi: rigorosamente cinesi, con la garanzia di una laurea a
prova di Oriente, l’area più concorrenziale, ricca e in crescita del
secolo. Tra gli obbiettivi, attività accademiche congiunte, ossia
l’integrazione totale dei corsi dell’Imperial College e dell’Università
dello Zhejiang, gioiello della regione più industrializzata della Cina.
Studenti e professori potranno muoversi tra Londra e Hangzhou, oppure
seguire a distanza le stesse lezioni, come in un’unica classe, sia in
inglese che in mandarino.
È il passo successivo all’improvvisamente
invecchiato “Erasmus”, la nuova istruzione ai tempi della
globalizzazione. E a nessuno sfugge che Pechino sia già oltre gli
Istituti Confucio, 1780 inaugurazioni in pochi anni e in ogni
continente, primo strumento per la costruzione del nuovo softpower “made
in China”. Aprire università in Europa, negli Usa e presto in Africa,
investendo una montagna di yuan per formare giovani stranieri, è la
missione più delicata dell’“espansione culturale” varata dai leader
comunisti. Ambizione: cambiare l’immagine della Cina all’estero,
elevarla al ruolo di nuova superpotenza, trasmettendo direttamente la
conoscenza alle classi dirigenti dei prossimi decenni. Per «conquistare i
cervelli», rendendoli compatibili con i nuovi assetti globali, Pechino
annuncia che non baderà a spese: dopo campus e università, si appresta
ad esportare anche istituti di ricerca, laboratori e centri sperimentali
a disposizione delle aziende hi-tech.
Si apre così, tra Oriente e
Occidente, l’era della concorrenza all’ultimo studente, al luminare più
internazionale e al diploma sino-anglosassone senza più confini. La
Cina, conquistato il primato mondiale per numero di neo-laureati,
promette infatti di mandare in pensione anche il “modello Silicon
Valley”, simbolo del progresso nell’era americana: meno finanziamenti ai
concentrati nazionali di menti esiliate nei deserti e risorse
illimitate a strutture in rete, sparse in ogni angolo del globo, purché
con il marchio chiaro del Dragone. «Vogliamo abbattere i muri che ancora
dividono la conoscenza — ha detto Zhang Xiuqin, capo della cooperazione
internazionale del ministero dell’Istruzione — : per insegnanti e
studenti si aprono opportunità senza precedenti». Il campus a Londra non
è che la prima tappa. Nel 2012 i giovani stranieri che hanno
beneficiato di una borsa di studio cinese sono stati 23 mila. Entro
cinque anni Pechino ne metterà a disposizione 200 mila, importando
cervelli in Cina, oppure inviandoli negli atenei che si appresta a
distribuire nei luoghi- chiave del pianeta: a New York, dove già opera
la Shanghai University, ma pure a San Francisco, Parigi, Berlino,
Sydney, Johannesburg, San Paolo, Città del Messico, Mosca, in tutta
l’Asia e anche a Firenze, dove sta per sbarcare il campus della Tongji
University di Shanghai.
Dal Libretto Rosso di Mao ai manuali di
scienza dei materiali: la Cina archivia i dogmi di massa e lancia la
sfida per la leadership del progresso 2.0. Solo la meta non cambia:
ritornare l’Impero di Mezzo, anche nel tempo del web da indossare.
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