“Noi sopravvissuti, anime morte del 4 giugno”
Le parole del Nobel per la Pace cinese incarcerato Liu Xiaobo per ricordare il massacro del 1989 in piazza Tien An Mendi Liu Xiaobo il Fatto 2.6.13
Pubblichiamo uno stralcio della raccolta di scritti di Liu Xiaobo (Nobel per la Pace 2010) per commemorare le vittime di piazza Tien an men di cui martedì cade il 24° anniversario
Ora, mentre scrivo al computer questo memoriale per il Quattro giugno, sento ancora le grida silenti di quelle anime morte. Sono trascorsi tanti anni, e noi, carnefici, sopravvissuti, cosa abbiamo fatto davvero per gli spiriti afflitti di quegli innocenti? (…) Che ne è del popolo, con governanti di tal genere? In una struttura di potere autocratico che trabocca di “discreto benessere”, la maggior parte della gente tace, insensibile, imbevuta dell’anticonformismo fasullo.
Se qualcuno dicesse che la nostra generazione e quella dei nostri padri hanno subito il lavaggio del cervello dalla lotta di classe comunista e dall’ascetismo buddista, noi avremo perduto il ricordo e l’immagine di una umanità gloriosa. Ma le nuove generazioni hanno veramente subito il lavaggio del cervello dal materialismo, dall’edonismo del Partito comunista: non hanno memoria delle sofferenze subite nel passato dal loro popolo. Settant’anni fa il regime totalitario dell’Urss ha lasciato alla popolazione il nome “Gulag”. La dittatura fascista della Seconda guerra mondiale ha lasciato al mondo un altro nome: “Auschwitz”. E noi? Un vuoto desolato: torri altissime e artificiose, da quattro soldi, e neanche un fiore sulle tombe. E ancora, se penso a un sopravvissuto quale sono io, a una celebrità del Quattro giugno autoproclamatasi membro dell’é-lite culturale come me: che cosa abbiamo fatto per quelle anime dei defunti? Il mio buon amico Liao Yiwu, poeta del Sichuan, dopo i sanguinosi avvenimenti del Quattro giugno scrisse due poemi, Massacre e Requiem, per i quali è stato accusato di essere il principale istigatore del crimine “di incitamento alla propaganda antirivoluzionaria”, ed è stato condannato a 4 anni di carcere. Fino a oggi noi cinesi non siamo stati capaci di superare il crudele egoismo del totalitarismo, ma all’ultimo momento abbiamo esercitato l’autodisciplina.
Sono stato spesso tormentato dal senso di colpa. Ho tradito il sangue delle anime del Quattro giugno con una confessione scritta mentre ero detenuto nella prigione di Qincheng. Quando mi hanno rilasciato godevo ancora di una certa fama e ho ricevuto un gran numero di attenzioni. Ma le vittime comuni, quegli individui senza nome che ancora sono in galera, cos’hanno ricevuto loro? Ogni qual volta ci penso non ho il coraggio di fissare il fondo della mia coscienza: troppe debolezze da affrontare, troppo egoismo, troppe bugie spudorate. Da troppo tempo siamo piegati verso la lama della baionetta della menzogna, della spudoratezza, dell’egoismo, della debolezza, tanto che ormai abbiamo completamente perduto la memoria e il tempo. Conduciamo un’esistenza anestetizzata, incessante e interminabile, che comincia da zero e a zero finisce: quali sono le capacità che possiamo attribuire alla nostra potente nazione? Nessuna che abbia un benché minimo merito. E a noi cosa resta?
Anch’io ho mangiato panini al sangue umano cotti al vapore: riesco tutt’al più a creare orpelli contro un sistema che è anti-umano. Son stato arrestato e rilasciato, liberato e arrestato, e non so se a questo gioco vi sarà mai fine, non so se ho fatto qualcosa per le anime dei defunti, per poter ricordare. Con il cuore puro e la coscienza pulita. Desidero ardentemente usare la resistenza e il carcere come forma d’espiazione, per realizzare i miei ideali con integrità, ma ciò provoca alla mia famiglia ferite profonde e dolorose. Liu Xiaobo, 57 anni, attualmente in carcere
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