lunedì 3 giugno 2013
Problemi epocali
I nuovi atei
Quei filosofi senza fede non arrabbiati con dio
Dopo l’antireligione, si fa strada un pensiero laico aperto al dialogo
di Giancarlo Bosetti Repubblica 3.6.13
Il
picco del successo editoriale i «missionari» dell’ateismo lo hanno
raggiunto nel decennio passato, tra il 2004 e il 2007, quando uscirono
l’uno vicino all’altro La fine della fede di Sam Harris, il Trattato di
ateologia di Michel Onfray, La delusione di Dio di Richard Dawkins,
Rompere l’incantesimodi Daniel Dennett e Dio non è grande di Christopher
Hitchens. A conclusione del ciclo, nel 2009, la campagna pubblicitaria
di Dawkins arrivò sugli autobus annunciando che «probabilmente Dio non
c’è, adesso smettila di preoccuparti e goditi la vita». Il biologo
inglese suggeriva contemporaneamente di sostituire negli alberghi di
tutto il mondo la Bibbia con La fine della fede.
Ma la cosa non si fece.
Ora
questa fase sembra passata e l’aggressione antireligiosa lascia il
passo a riflessioni più moderate. Parlo di «aggressione» perché la linea
di attacco dello scienziato del gene egoista è esplicita: il suo
bersaglio sono proprio gli agnostici o anche gli atei tiepidi, che
manifestano un senso di rispetto per le credenze religiose «degli
altri». È quel rispetto che, per Dawkins, va contestato sul piano del
discorso, non attaccando certo la libertà religiosa, ma negandone la
dignità intellettuale. Sul settimanale inglese Spectator, il teologo
Theo Hobson ora tira le somme del decennio e può scrivere che «Dawkins
ha perso»; la fase più acuta della febbre «dawkinsiana» è passata, per
lasciare il posto, anche tra gli atei, a una nuova interessante
conversazione.
L’onda lunga della predicazione antireligiosa era
cominciata indubbiamente l’11 settembre del 2001: un attacco
terroristico di quelle dimensioni, condotto nel nome del Dio dell’Islam,
provocava una catena di reazioni all’insegna della frustrazione dei
laici che avevano scommesso sulla liquidazione delle tradizioni di fede.
Con l’attacco a Twin Towers fu subito annusato il «cattivo odore»
(Nietzsche) della religione: Harris dichiarò di aver cominciato a
scrivere il suo pamphlet quel giorno stesso. Ma ora una serie di
editorialisti inglesi, sempre atei, non accetta l’eredità del «duro»
Dawkins, è imbarazzata dall’idea, arrogante, di definire bright
(brillante, sveglia, intelligente) la propria posizione contro
l’«idiozia» della fede, rifiuta insomma l’attacco generalizzato.
Lo
scatenato polemista Hitchens, scomparso un anno e mezzo fa, non aveva
alcuna difficoltà a dichiararsi, come Dawkins, furiosamente ostile alla
religione non solo perché falsa e non solo contro il male commesso in
suo nome, ma perché essa è un male in sé: la religione uccide, danneggia
la salute, avvelena ogni cosa, addestra alla malvagità e abusa dei
minori. E così, secondo lui, tutte le religioni, compresi i buddisti, il
Dalai Lama e Madre Teresa di Calcutta, in particolare, contro la quale
promosse una campagna denigratoria, accusandola di amare e sfruttare la
povertà degli altri. Dawkins, con piglio più analitico, si scaglia
contro tutti tentativi di provare o sostenere l’esistenza di Dio da
Sant’Anselmo a Pascal fino ai simposi contemporanei della Fondazione
Templeton sulla compatibilità tra scienza e fede. E si addentra fin nel
calcolo sperimentale dei rapporti tra le preghiere per gli ammalati e le
percentuali di guarigione, dimostrando «scientificamente» quel che, per
altro, si sospettava: che la preghiera non funziona come un
antibiotico.
Dawkins non prende seriamente in considerazione l’idea
che, invece, si affaccia in una pubblicistica filosofica più recente in
forma popolare con Julian Baggini (la rivista Prospect) e Alain de
Botton (Del buon uso della religione, 2012), secondo i quali i tentativi
di dimostrare la non esistenza di Dio sono un gratificante
intrattenimento per atei, ma ancora più interessante è, una volta deciso
che Dio non esiste, spostare l’argomento e cercare di riconoscere le
buone ragioni per cui abbiamo inventato la religione. Con la religione
la nostra specie ha affrontato problemi che la società secolare non è
stata capace di risolvere con particolare abilità: elaborare il dolore
che nasce dalla nostra vulnerabilità, dalla morte dei nostri congiunti,
alimentare la coesione delle comunità, controllare gli impulsi egoisti.
Guardando a come la religione funziona, nel definire spazi
architettonici per la spiritualità, nell’ispirare arte, gentilezza,
metodi per imparare, per concentrarsi, cerimonie e riti che aiutano la
vita delle comunità, potremmo ricavarne anche qualche insegnamento.
In
questi ultimi anni una serie di interventi sulle riviste americane e
inglesi (Ian Buruma, Zoe Williams, Tanya Gold) ha ridicolizzato l’idea
che le religioni in se stesse siano responsabili di iniquità verso le
donne o di maltrattamenti per gli omosessuali. La pretesa avanzata dalla
scrittrice somala Ayaan Hirsi Ali che solo diventando atee le donne
musulmane possano scrollarsi di dosso la sottomissione al tutoraggio
maschile è stata criticata a fondo dalla iraniana Shirin Ebadi: più
forte e concreta la ribellione femminile dall’interno della propria
cultura musulmana, contro l’eredità di una tradizione sociale
oppressiva. Certo il tema di tutte le tradizioni religiose del Medio
Oriente (ebraismo, cristianesimo, Islam e altre ancora) che si sono
definite attraverso il disprezzo per il corpo della donna (Polly
Toynbee) rimane aperto, ma è una sfida capace di modificarle: si
sconsigliano progetti di ateizzazione forzata in stile giacobino o
bolscevico.
Ai nostri giorni la atea British Humanist Association
promuove non gare verbali sulla esistenza di Dio, ma la sua offerta
educativa e riti e servizi (matrimoni, funerali, «battesimi») in
competizione con quelli religiosi e con officianti non credenti. Il
cambiamento di stagione, che la stampa inglese registra, ha alle spalle
non solo questi aspetti di cultura diffusa, ma anche lavoro filosofico e
pensiero politico. È stato John Gray, il più noto allievo di Isaiah
Berlin, a definire «atei evangelici» gli adepti di Dawkins, attribuendo
così una impronta missionaria e paradossalmente «religiosa» alla loro
predicazione della miscredenza, dietro la quale ricompare l’aspetto
monista dell’Illuminismo: una sola è la risposta giusta a tutte le
domande della storia del pensiero umano. Quella forma di ateismo, in
realtà, in una prospettiva pluralista e berliniana, finirà forse
accademicamente per trovar posto nei Dipartimenti di studi religiosi,
come una setta contemporanea, non meno di quella dell’intelligent
design.
Del resto, sullo sfondo degli ultimi dieci anni, a partire
dal dialogo tra Jürgen Habermas e Ratzinger nel 2004, la riflessione
«post-secolare» si è affermata largamente in Europa, suggerendo un
atteggiamento più prudente, da parte laica, nei confronti delle fedi,
possibili depositarie di una «riserva semantica», e cioè di risorse di
senso che potrebbero tornare utili a una società liberale che ne
scarseggia. Così come pensiamo giusto tutelare la varietà delle lingue,
anche la varietà delle religioni contiene una valore di pluralità da
difendere: è un principio di precauzione per la tutela della specie.
Se
poi cerchiamo le cause di questo calo della popolarità dell’ateismo
missionario, troveremo forse qualche risposta nel cambiamento generale
di spirito, sotto i colpi del crash economico del 2008. La più grande
ricerca mai fatta sul piano globale circa l’ateismo nel mondo è quella
di Ronald Inglehart (Human Values and Beliefs) e mostra una correlazione
significativa tra ateismo e sicurezza sociale: a parte i regimi laici
autoritari, le percentuali di non credenti sono più alte dove più forte è
lo stato sociale, più basse dove è più debole. I tempi di crisi e
incertezza sul futuro non si addicono dunque ai brights.
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