lunedì 8 luglio 2013
Condomini
Claustrofobia da condominio
Gli «inquilini» hanno sempre nutrito molteplici trame narrative, dal cinema alla letteratura, fornendo paradigmi al genere noir, ma anche ai romanzi di impianto ottocentesco, sostituendosi all'ufficio come campo di r
icognizione per esplorare l'alienazione
APERTURA - Graziano Dell'Anna il manifesto 2013.07.05 - 10 CULTURA
Incentrato sul voyeurismo alla base di tanta letteratura, il film Nella
casa di François Ozon, di recente uscita nelle sale italiane, si
conclude col docente Germain Germain e l'allievo e aspirante scrittore
Claude Garcia seduti su una panchina davanti a un palazzo e intenti a
fantasticare sulle vite inscatolate nel condominio. La pellicola del
regista francese rientra a pieno titolo in quel filone cinematografico
inaugurato da Hitchcock con La finestra sul cortile e portato avanti da
film come L'inquilino del terzo piano di Polanski, Delicatessen di
Jeunet e Caro e Carnage dello stesso regista polacco, che tanto deve
alla narrativa condominiale.
Che ogni palazzo sia un mondo, una
città in scala ridotta, era già chiaro ad alcuni autori dell'Ottocento,
che avevano distolto lo sguardo dalle ambientazioni rustiche e dai
panorami da grand tour per puntarlo sugli interni delle pensioni e dei
primi alveari urbani. In Papà Goriot (1834) i maneggi di Rastignac e
altri esemplari di umanità balzacchiana sono impensabili fuori dalla
cornice della pensione di madame Vauquer. Ed è probabile che se non
avesse abitato in affitto nel claustrofobico sottotetto di un palazzo,
le cui scale lo costringevano a incrociare la padrona di casa residente
al piano inferiore, il Raskol'nikov di Delitto e castigo (1866) non
avrebbe mai ucciso la vecchia usuraia a colpi d'accetta. Allo stesso
modo le peripezie lavorative e sentimentali di Octave Mouret avrebbero
poca ragion d'essere senza il calderone residenziale di rue de Choiseul,
di cui in Pot-Bouille (1882) Zola, tra i primi a sfruttare appieno il
potenziale narrativo del palazzo, passa in rassegna appartamenti e
inquilini con la puntigliosità di un amministratore condominiale. Man
mano che il mondo si affolla e si urbanizza e l'avanzata delle città
verticali fa indietreggiare i mari in tempesta di Conrad e le campagne
in cui il conte Tolstoj ambientava le sue scene di caccia, anche lo
spazio letterario si contrae. Le distese d'erba diventano strati di
moquette. Le scene di guerra si convertono in liti sul pianerottolo. E
il cannocchiale del nostromo è rimpiazzato dallo spioncino sulla porta
dei dirimpettai.
Palazzi affollati
Ma se con
Balzac, Dostoevskij e Zola il palazzo è ancora poco più che il nuovo
habitat, il microcosmo sociale in cui i personaggi si aggirano in opere
dall'impianto ottocentesco, nei decenni successivi la letteratura di
palazzo ha uno scatto di reni evolutivo. Appartamenti e mezzanini
rompono gli steccati della location realistica e iniziano a interagire
più in profondità con trame e figure e col modo di raccontarli. La
struttura del condominio si infiltra nelle gabbie narrative. Suggestiona
e condiziona la forma romanzo, quando non diventa l'agente catalitico
di poetiche moderniste o postmoderne.
Ecco allora Cornell Woolrich
adattare le caratteristiche dei nuovi agglomerati urbani allo statuto
del genere noir. Il paradigma indiziario inaugurato da Delitto e castigo
è alla base del suo La finestra sul cortile (1942), sul quale Alfred
Hitchcock si avventerà con l'agilità predatoria di uno dei suoi uccelli
per trarne l'ennesimo capolavoro filmico. In It Had to Be Murderer,
titolo originale del racconto, i traffici del dirimpettaio spione,
figura già presente in Zola e qui elevata a potenza dalla sua attività
di fotoreporter, sono replicati nell'indagine sull'improvvisa scomparsa
della moglie di una coppia di condòmini.
Lo stesso paradigma -
l'inchiesta sul furto di gioielli ai danni della vedova Menegazzi e
sull'omicidio della condomina Balducci nel «palazzo degli ori» - è
invece in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana (1957) poco più che
il pretesto, la molla romanzesca con cui Carlo Emilio Gadda dà slancio
alla figura di Don Ciccio Ingravallo e a una baraonda narrativa di
eventi e comparse. Ricerca investigativa, interazioni tra personaggi e
lo stesso palazzo di via Merulana, prefigurato più di vent'anni prima
dallo stabile milanese de L'incendio di via Keplero, sono per Gadda i
fili indisciplinati dello gnommero, cioè il gomitolo, il caos barocco e
inestricabile che secondo i canoni della sua poetica costituisce tanto
la realtà quanto la lingua che la riedifica.
Al gomitolo gaddiano
George Perec oppone il puzzle. Per lo scrittore francese al caos
espressionista è da anteporre il razionalismo delle forme euclidee.
Meglio dell'arruffio linguistico è il rigore dell'elenco. Ed è così che
in Vita, istruzioni per l'uso (1978) l'impalcatura romanzesca è
consegnata alle forme di un inventario di condominio. Le vicende dei
protagonisti sono narrate circolarmente a partire dagli interni e arredi
del palazzo al civico 11 di Rue Simon-Crubellier, un «biquadrato» di
dieci stanze per piano distribuite su dieci piani per un totale di cento
camere. L'incastro dei destini individuali ricalca le geometrie
dell'architettura condominiale e del puzzle, correlativo oggettivo del
condominio e del romanzo stesso, che il protagonista Bartlebooth si
ostina a scomporre e ricomporre.
Negli stessi anni e nei successivi
la narrativa di palazzo dà alcuni dei suoi frutti migliori
impossessandosi del paradosso che fa da piedistallo a ogni moderno
caseggiato: la sua contraddittoria e irriducibile combinazione di
isolamento e anonimato da una parte e convivenza coatta dall'altra. Con
una duttilità narrativa che finora solo l'ufficio burocratico aveva
conosciuto, il condominio diventa il campo di ricognizione per scrittori
intenti a esplorare le problematiche dell'alienazione contemporanea e
dell'incerta esperienza del reale coi loro corollari tematici e
stilistici: dalle picchiate negli strapiombi dell'inconscio alla miscela
di familiare e ignoto che genera il perturbante, dalle possibilità di
montaggio narrativo alla moltiplicazione e parcellizzazione dei punti di
vista.
È così che Roland Topor, ne L'inquilino del terzo piano,
titolo originale Le locataire chimérique (1964), trasforma gli attriti
della vita di palazzo in un surreale dramma psicologico. Alla
sostituzione di inquilini, col subentro di Trelskoski nell'appartamento
della suicida Choule, corrisponde un ribaltamento sempre più
schizofrenico tra il piano della realtà e quello psichico finché il
precipitare degli eventi porta il protagonista, e il lettore con lui, a
perdere il contatto col mondo reale e a non sapere più chi è chi.
Set visionari
Un'atmosfera
simile, greve di ostilità e paranoia, si respira in Condominio (1975)
di James G. Ballard. Qui il blackout di un quarto d'ora manda in tilt la
recita delle convenienze sociali e fa ripiombare il dottor Laing e
tutta la media e alta borghesia che popola il grattacielo nelle tenebre
dell'animalità. La visionarietà antropologica di Ballard, che
ritroveremo anni dopo nella claustrofobica pièce condominiale Il dio del
massacro (2006) di Yasmina Reza, sta lì a dirci che, scrostando con
l'unghia la vernice tecnologica e borghese del palazzo moderno,
rimaniamo i vecchi, eterni vicini di caverna.
E se in Scontro di
civiltà per un ascensore a piazza Vittorio (2006) di Amara Lakhous la
moltiplicazione delle finestre sul cortile dà l'assist all'esplosione
polifonica dei narratori e al melting-pot dei personaggi con
l'assunzione del condominio a specchio dell'attuale società multietnica,
I malcontenti (2010) di Paolo Nori compie un'operazione di segno
opposto. Il gomitolo gaddiano è qui assottigliato fino alla resa in
filigrana. La storia di Giovanni e Nina affiora attraverso scorci, frasi
orecchiate, reticenze e ipotesi con la frammentaria fugacità di una
serie di incontri sul pianerottolo. In Un certo senso (2007) di
Francesco Fagioli un guasto alle condutture - l'incidente domestico che,
alla stregua del gesto violento, fa saltare il tappo della quiete
condominiale è già più che un topos letterario - dà il la a un
eccentrico romanzo epistolare. Il formalismo e il gergo avvocatesco
della lettera di protesta sono presto sgomitati via dal tono
confessionale e da un vocabolario manierista. L'epistola a tema è
scassinata dal flusso delle digressioni. E ancora una volta il Super Io
del condominio non riesce a fare da coperchio alla pentola in
ebollizione dell'Es individuale.
Stravaganti esistenze
Ma
chi tra gli altri autori condominiali ha osato di più in termini di
eclettismo è senza dubbio il fumettista Chris Ware. Composto da
quattordici elementi che variano per formato e dimensioni - dalla
riproduzione del condominio in stile «gioco da tavolo» al diario, dal
giornale alle vignette miniaturizzate - il multiforme grafic novel
Buindilg Stories (2012) incorpora rigore euclideo e caos combinatorio,
prospettive multiple, link narrativi. I protagonisti dei tre racconti
che s'incrociano in un palazzo di Chicago sono una donna con una gamba
amputata, la vecchia padrona di casa smemorata e una coppia di giovani.
La varietà compositiva dell'opera, che simula la struttura composita del
condominio stesso, consente al lettore di decidere il come e il quando,
stabilire le connessioni, scegliere la porta d'ingresso e quella di
uscita di una storia.
Che il palazzo della narrativa condominiale
abbia raggiunto quella che Ballard chiama la «massa critica», il momento
in cui ogni spazio è abitato, la struttura è piena e ogni possibilità
tematica e stilistica sia stata occupata? Poco probabile. Per cui non
resta che sporgersi dalla finestra sul cortile o incollare un orecchio
alla porta della letteratura, nell'attesa che arrivi il prossimo
inquilino.
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