di Angela Vitaliano il Fatto 2.7.13
New York È stato inaugurato ieri, a Morrisania, New York, il monumento ad Antonio Gramsci, realizzato dall’artista svizzero Thomas Hirschborn, alla sua prima esperienza di questo tipo negli Stati Uniti. L’artista, infatti, le cui opere avevano trovato già spazio qui, sebbene in luoghi chiusi come il Moma, realizza, con quello di Gramsci, il quarto ed ultimo di una serie di “monumenti” dedicati a scrittori e filosofi di grande rilievo. Il percorso di Hirschborn era iniziato con un’installazione dedicata ad uno dei suoi filosofi preferiti, Spinoza, realizzata ad Amsterdam nel 1999. Dopo Deleuze e Bataille, ecco, dunque, la “dedica” al filosofo italiano di cui, probabilmente ben pochi, in questo quartiere del Bronx, conoscono la vita e le opere. “La mia decisione di realizzare un monumento a Gramsci – spiega l’artista – non deriva dalla comprensione del filosofo Antonio Gramsci, quanto piuttosto dalla mia idea dell’arte e la mia convinzione che l’arte possa determinare trasformazioni”. Obiettivo delle creazioni di Hirschman è, infatti, quello di attirare non solo un pubblico “esclusivo” ma di suscitare l’attenzione e la curiosità di quelle persone che, probabilmente, hanno avuto pochissime possibilità di incontrare l’oggetto artistico, soprattutto nei luoghi a ciò deputati, come i musei. “Il monumento di Gramsci – continua l’artista – resterà l’affermazione di una creazione autonoma messa a punto come un atto d’amore. Il gesto non implica automaticamente una risposta in quanto è, contestualmente, utopico e concreto. Io intendo creare una nuova forma, basata sul mio amore per un pubblico non esclusivo”.
“Gramsci, una scatola di attrezzi utili per chi vive nel Bronx”
L’artista Thomas Hirschhorn in un angolo degradato di New York ha realizzato il suo monumento al politico italiano. Ecco perchédi Francesco Bonami La Stampa 4.7.13
«Fare arte politicamente significa essere un guerriero ma significa anche lavorare per gli altri»
«Voglio realizzare una nuova idea di monumento, qualcosa che provochi incontri, che crei eventi»
«Il mio motto come artista è “Energia: Si! Qualità : No!”. L’Energia è qualcosa che posso condividere»
Una parte del monumento ad Antonio Gramsci che Thomas Hirschhorn ha realizzato a New York con la collaborazione degli abitanti del Bronx Chi è Thomas Hirschhorn (foto sopra) è uno dei maggiori artisti svizzeri contemporanei. Ha 56 anni, ha partecipato a Documenta nel 2002, alla Biennale di Venezia 2011 In Italia ha realizzato varie installazioni per la Galleria Artiaco di Napoli
In un mondo dell’arte dominato dalle aste e dalle mega gallerie, con opere di ex graffitari defunti come Jean Michel Basquiat che vengono vendute per decine di milioni di dollari, con una Biennale di Venezia che fa l’occhiolino agli artisti «outsider», quelli tipo Antonio Ligabue per intendersi, mescolandoli con gli «insider», tipo Richard Serra diciamo, ecco che lo svizzero con il nome da battaglia di Thomas Hirschhorn autore d’installazioni, spazi, luoghi di aggregazione simili a baracche da bidonville o favelas brasiliane, appare come il vero outsider, ultimo superstite di un arte sociale che ha come obbiettivo quello di cambiare non tanto la storia dell’arte ma l’arte della storia e quella della vita. Invitato dal coraggioso e visionario direttore della DIA Foundation di New York, il francese Philippe Vergne, è andato in giro a visitare 46 delle 334 case popolari della città alla ricerca del luogo ideale dove costruire il Monumento a Gramsci.
Alla fine ha scelto Forest Houses un complesso urbano nel South Bronx che fino a qualche hanno fa aveva un tasso di criminalità altissimo, oggi è un po’ meglio. Così trovato il luogo Hirschhorn si è trasferito lì con moglie e bambino iniziando a lavorare con la gente del quartiere alla costruzione della sua idea di monumento. «Un monumento precario, un monumento a tempo determinato» ci racconta scamiciato e dinoccolato con occhiali che lo fanno sembra un fumetto degli Anni 60. Di monumenti ne aveva già costruiti altri tre. Uno ad Amsterdam nel 1999 dedicato a Spinoza. Uno nel 2000 ad Avignone in onore di Gilles Deleuze. Uno a Kassel nel 2002 per celebrare Georges Battaille. «Ho dedicato monumenti a questi filosofi perché sono dei pensatori che danno confidenza alla nostra capacità di riflessione, danno forza al nostro pensiero, ci stimolano ad essere attivi. Mi piace l’idea del pensiero a tempo pieno, mi piace la filosofia».
Quello a Gramsci sarà l’ultimo. Chi si aspetta il monumento classico, la scultura di Gramsci con un libro in mano seduto magari su uno sgabello rimarrà sorpreso. I monumenti di Hirschhorn non celebrano la memoria, il passato o la morte ma la vita. Sono una specie di Pop up store, luoghi che appaiono per qualche mese e poi scompaiono, consegnando la propria storia ai racconti orali, alle esperienze, agli aneddoti, alle delusioni magari di chi il monumento non lo ha solo ammirato ma lo ha anche vissuto, come ha fatto e continuerà a fare la gente del quartiere che Gramsci non lo avevano probabilmente mai sentito nominare.
Ma perché un monumento a Gramsci nel Bronx e non a Torino o in Sardegna ?
«Io no scelgo mai un contesto che ha qualcosa a che fare con il filosofo in questione. Cerco luoghi che in qualche possano essere “universali”. Forest Houses è per me un posto universale nel senso che contiene la realtà, la bellezza, la complessità, il caos e le contraddizioni dei nostri giorni»
Perché proprio Gramsci e cosa significa per la gente del Bronx ?
«Perché i suoi testi sono una scatola di attrezzi che ancora oggi tutti possono usare per confrontarsi con la realtà. Perché ha scritto che l’Arte è interessante di per sé e che soddisfa una delle tante necessità della vita. Perché ha scritto che l’unico entusiamo giustificabile è quello che accompagna le attività e le iniziative intelligenti e concrete che possono cambiare la realtà dove viviamo. Perché leggendo i suoi scritti è estremamente incoraggiante. Un incoraggiamento che può essere condiviso da tutti nel mondo e quindi anche qui a Forest House».
A lei interessa più il concetto di «energia» che quello di «qualità» come mai?
«Il mio motto come artista è “Energia: Si! Qualità: No! ”. L’Energia è qualcosa che posso condividere ed è qualcosa di universale. È quello che serve per tutte le nostre attività, per il nostro pensiero. Il termine energia è un termine positivo perché include gli altri, va aldilà di buono e cattivo, aldilà della cultura, della politica e delle nostre abitudini estetiche. Sono contro l’idea di Qualità dovunque compreso nell’arte naturalmente. La Qualità è il riflesso incondizionato del lusso che ti tiene a distanza da tutto ciò che non è di qualità. L’idea di qualità è un tentativo di stabilire sempre una scala di valori fra ciò che è di alta qualità e ciò che è di bassa qualità. La qualità esclude sempre qualcuno o qualcosa, l’energia no».
Lei citando il regista Godard ha detto di non fare arte politica ma di produrre arte politicamente. Che cosa significa ?
«Certo ma mi ci vorrà un po’ (quello che segue è un estratto della risposta che per motivi di spazio non abbiamo potuto usare nda). Fare arte politicamente significa prendere un rischio, avere piacere nel lavorare, essere positivi che vuol dire anche saper affrontare il lato negativo delle cose e della realtà. Significa anche prendere una decisione, rischiare un affermazione, prendere una posizione che va aldilà della semplice critica. Significa anche lavorare per gli altri. Fare arte politicamente non significa stare con o contro il mercato ma significa capire che il mercato fa parte della realtà dell’artista nella quale deve lavorare. Fare arte politicamente significa essere un guerriero».
Come vede il suo lavoro in un mondo dell’arte che sembra essere cosi diverso dal suo mondo?
«Io vivo nel mondo, nel nostro unico mondo quello che io chiamo “One World”»
A quali artisti si sente vicino oggi ?
«A Christoph Marthaler » (regista teatrale svizzero nda) Quando il suo monumento sarà smantellato cosa spera che rimarrà a tutta questa gente che lei ha coinvolto con tanta intensità «Spero che sarà stato capace di creare una memoria. La mia missione è stata quella di creare una nuova idea di monumento, qualcosa che provochi incontri, che crei eventi e che ci faccia pensare a Gramsci oggi» Crede che sia possibile essere ancora rivoluzionari attraverso l’arte ?
Quanto un visitatore deve essere preparato per capire il suo lavoro ?
«Nessuno visitatore ha bisogno di una preparazione per fare l’esperienza del mio lavoro, ma in generale di ogni opera d’arte. L’arte può, proprio perché è arte, aprire un dialogo e un confronto diretto con chiunque, direttamente».
A Torino Gramsci fu molto coinvolto nel lavoro di educazione ed emancipazione dei lavoratori. Lei sente di avere nel mondo dell’arte un ruolo simile, coinvolgendo in modo cosi diretto la gente mentre costruisce le sue opere?
«Mi piace molto lavorare sul campo insieme ad altre persone. Ma alla fine mi sento sempre lo stesso Thomas Hirshhorn in quello che lei definisce “mondo dell’arte” come nel mondo “esterno”».
I progetti della Dia Art Foundation JeanPhilippe Vergne
La Dia Art Foundation è stata fondata nel 1974 da Philippa de Menil e Heiner Friedrich è ha come missione quella di sostenere e mantenere progetti permanenti o difficilmente realizzabile di artisti internazionali. Fra i progetti più famosi il Lighting Field di Walter De Maria nel deserto del New Mexico o sempre di De Maria il broken kilometer in uno spazio di West Broadway. Ha una sede a Beacon sull’Hudson River dove ruota la propria collezione e nei prossimi anni costruirà una nuova sede a Chelsea a Manhattan.È diretta attualmente dal curatore francese Jean-Philippe Vergne
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