martedì 2 luglio 2013
Ricordo di Martin Bernal
di Luciano Canfora Corriere 2.7.13
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In una celebre scena del film The Train (1964) l'ufficiale nazista (Paul
Scofield), proteso a portarsi via opere d'arte francesi, mentre la
Wehrmacht è in rotta precipitosa, si rivolge al ferroviere francese
Labiche (Burt Lancaster), abilissimo nel sabotaggio, e gli ingiunge:
«Allarga i tuoi orizzonti, Labiche!». Allargare gli orizzonti molto
spesso non piace: soprattutto quando sussiste una forte tradizione che è
difesa da studiosi non inclini a modificare le loro categorie mentali,
ed è sorretta dal «senso comune» e dalle conseguenti, robustissime,
vulgate.
È il caso delle reazioni all'importante libro di Martin Bernal, Black
Athena (Londra, 1987), tradotto opportunamente da Pratiche Editrice
(Parma) nel 1991. Bernal ebbe il merito di dire con chiarezza e
sorreggere con seria documentazione quello che alla cultura antica, da
Erodoto a Diodoro Siculo, era ben noto: che cioè il cosiddetto «miracolo
greco», lungi dall'essere un «miracolo», era in realtà un rilevante e
originale tassello di un grande flusso di civiltà, sorto in Oriente e
fervidamente operante sin dal III millennio in aree cruciali del mondo
antico quali la Mesopotamia e l'Egitto.
Nel secondo libro delle Storie, Erodoto spiega distesamente la
dipendenza del pantheon ellenico da quello egizio, e chiama in causa i
semi-mitici Pelasgi come punto di partenza e intermediari di grandi
fenomeni di trasmigrazione culturale. E ricorda anche l'imbarazzo del
greco Ecateo di fronte all'antichissima realtà statale-religiosa
dell'Egitto. Diodoro di Sicilia è molto più dettagliato e forse anche
più divertente. Né si dimenticheranno il Crizia ed il Timeo di Platone.
Attraverso la celebre metafora del «viaggio in Egitto» del legislatore
ateniese Solone, Platone getta un ponte tra i Greci «fanciulli» ed il
loro antefatto culturale: lì sono gli «antichissimi Egizi» ad aiutare i
Greci a riscoprire un loro passato remoto e sepolto.
Come ogni «miracolo», anche il «miracolo» greco era una invenzione. Era
una invenzione della cultura «ariana» sviluppatasi nell'Europa moderna
del tardo XVIII secolo e affermatasi in modo sempre più fastidioso — e
alla fine minaccioso — nei due secoli seguenti. Quando apparve in
italiano il bel libro di Bernal, un coltissimo outsider quale fu
Beniamino Placido ne scrisse nella rivista «Quaderni di storia» (1992). E
osservò efficacemente — andando al cuore del libro di Bernal — che il
«modello ariano» è stato messo a punto nel momento in cui l'Europa
bianca si preparava a colonizzare l'Africa nera. «E l'America
anglosassone si preparava a dire "fatti più in là", con le buone o con
le cattive, ai suoi indigeni dalla pelle rossa. Faceva comodo pensare
che noi — noi bianchi, noi greci — siamo radicalmente diversi e
definitivamente migliori».
Bernal (1937-2013), nato a Londra, aveva conseguito all'Università di
Pechino nel 1960 un diploma di lingua cinese. A Cambridge, nel 1966, un
PhD in «Oriental Studies». Poi era passato negli Stati Uniti alla
Cornell University. Suo nonno era stato un notevole egittologo. Quando
il suo libro fece scandalo e lo si tacciò di essere anti-europeo,
replicò: «My enemy is not Europe, it's purity»!
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