La civiltà africana è stata definita la "civiltà della parola": proprio questa scarsità di fonti stabili per la storiografia (di fonti in generale, di fonti scritte in particolare, tanto più se si considerano le fonti elaborate dagli africani stessi) ha da sempre determinato una grande difficoltà a ricostruire la storia di questo continente. Oltre alla carenza di documenti, non ha certamente giovato la prospettiva inevitabilmente eurocentrica delle opere dedicate alla storia dell'Africa. Ciò ha fatto sì che, ad eccezione dell'antico Egitto, di Cartagine e poi dei territori passati all'Islam, tutte le restanti civiltà siano rimaste in ombra e considerate "popolazioni primitive". Quest'opera di De Graft-Johnson è stata pubblicata proprio quando una generazione inquieta dei popoli africani, sia in Africa e all'estero, stava cercando una non-storia coloniale dell'Africa, da un punto di vista africano. Ne è uscita un'opera in cui John Coleman de Graft-Johnson ricostruisce in una grande visione di insieme l'affascinante sviluppo di queste eccezionali civiltà, scomparse e purtroppo ancora oggi poco conosciute da noi europei.
martedì 2 luglio 2013
Imperi africani
Risvolto
La civiltà africana è stata definita la "civiltà della parola": proprio questa scarsità di fonti stabili per la storiografia (di fonti in generale, di fonti scritte in particolare, tanto più se si considerano le fonti elaborate dagli africani stessi) ha da sempre determinato una grande difficoltà a ricostruire la storia di questo continente. Oltre alla carenza di documenti, non ha certamente giovato la prospettiva inevitabilmente eurocentrica delle opere dedicate alla storia dell'Africa. Ciò ha fatto sì che, ad eccezione dell'antico Egitto, di Cartagine e poi dei territori passati all'Islam, tutte le restanti civiltà siano rimaste in ombra e considerate "popolazioni primitive". Quest'opera di De Graft-Johnson è stata pubblicata proprio quando una generazione inquieta dei popoli africani, sia in Africa e all'estero, stava cercando una non-storia coloniale dell'Africa, da un punto di vista africano. Ne è uscita un'opera in cui John Coleman de Graft-Johnson ricostruisce in una grande visione di insieme l'affascinante sviluppo di queste eccezionali civiltà, scomparse e purtroppo ancora oggi poco conosciute da noi europei.
La civiltà africana è stata definita la "civiltà della parola": proprio questa scarsità di fonti stabili per la storiografia (di fonti in generale, di fonti scritte in particolare, tanto più se si considerano le fonti elaborate dagli africani stessi) ha da sempre determinato una grande difficoltà a ricostruire la storia di questo continente. Oltre alla carenza di documenti, non ha certamente giovato la prospettiva inevitabilmente eurocentrica delle opere dedicate alla storia dell'Africa. Ciò ha fatto sì che, ad eccezione dell'antico Egitto, di Cartagine e poi dei territori passati all'Islam, tutte le restanti civiltà siano rimaste in ombra e considerate "popolazioni primitive". Quest'opera di De Graft-Johnson è stata pubblicata proprio quando una generazione inquieta dei popoli africani, sia in Africa e all'estero, stava cercando una non-storia coloniale dell'Africa, da un punto di vista africano. Ne è uscita un'opera in cui John Coleman de Graft-Johnson ricostruisce in una grande visione di insieme l'affascinante sviluppo di queste eccezionali civiltà, scomparse e purtroppo ancora oggi poco conosciute da noi europei.
Le civiltà dell'Africa
di Sandro Modeo Corriere 1.7.13
A parte l'Egitto, Cartagine e il Maghreb, l'Africa è per lo più
percepita come un'immane estensione «primitiva», ricordata solo come
vittima del colonialismo o come oggetto di studio paleo-antropologico.
Il classico dello storico ghanese John Coleman De Graft-Johnson (Le
civiltà scomparse dell'Africa, Res Gestae, pp. 244, 14) è così
un'occasione unica per vedere riaffiorare molti imperi misconosciuti,
ascesi — nel sincretismo con l'Islam — a un alto grado di sviluppo
politico-economico e culturale: quello del Ghana (300-1076), con la sua
capitale ammirata per le moschee e l'arte del palazzo reale; quello del
Mali, estinto a fine Quattrocento e guidato da sovrani come il fondatore
Sundiata (che innova l'agricoltura) o Mansa Musa (che crea l'università
di Sankore); o ancora — a sud est — quello di Monomotapa,
all'avanguardia per l'edilizia e assorbito nel Seicento dai portoghesi.
Su quei luoghi, oggi, non restano che rare rovine tra villaggi
indigenti: De Graft-Johnson ci aiuta a non prolungare la distruzione in
rimozione.
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