Il fascino indiscreto di Pechino
La Cina usa il soft power. E il suo modello (autoritario) piace più di quello indiano Così i Brics affrontano l'ultima crisi
di Danilo Taino Corriere La Lettura 30.6.13
Per quanto divertente — molto divertente — difficilmente sarà Bollywood
il soft power del mondo futuro. Shahrukh Kahn è un divo globale, ma di
sicuro non riuscirà a imporre uno stile come fece Cary Grant.
Attenzione, però: un ruolo gli indiani lo hanno (speriamo). La questione
è quella delle nuove potenze, dei cosiddetti Brics. Soprattutto della
Cina che sfida gli Stati Uniti.
A inizio giugno, il presidente Xi Jinping è andato in California per
dire a Barack Obama che d'ora in poi Pechino vuole sedersi su una sedia
alta quanto quella americana, quando si viene agli affari
internazionali. È una svolta: il padre del successo economico cinese,
Deng Xiaoping, aveva raccomandato che i suoi successori tenessero un
atteggiamento umile sul palcoscenico mondiale, che lavorassero sodo ma
ricordassero sempre a tutti che la Cina è un Paese in via di sviluppo,
non una grande potenza minacciosa. La nuova leadership di Pechino pare
aver deciso che quella tattica è obsoleta, che serve un riconoscimento:
entro fine decennio la Cina sarà la più grande economia del pianeta, non
può sempre camminare rasente i muri, prima o poi deve prendere il
centro della scena. C'è però un problema che i leader cinesi hanno ben
presente: mancano di soft power.
Il presidente Xi e il primo ministro Li Keqiang hanno gli occhi puntati
sull'America. Sanno che, oltre al potere militare ed economico, a fare
la superpotenza che ha dominato il XX secolo sono stati una cultura e
uno stile di vita che hanno conquistato gran parte del mondo, un soft
power che ha avuto un ruolo enorme persino nella caduta del comunismo:
Hollywood, la musica rock, la letteratura, la grande stampa, la libertà
su un chopper, la democrazia, la ricerca della felicità e del successo,
le grandi università, l'assenza di limiti alle ambizioni, la Coca-Cola e
i jeans. L'American Dream. Infatti, Xi parla oggi di «Sogno cinese». E,
già nel 2007, l'allora presidente Hu Jintao disse al XVII Congresso del
Partito comunista che la Cina avrebbe dovuto incrementare il suo soft
power.
Il politologo di Harvard Joseph Nye, che nel 1990 ha inventato il
concetto che ha poi conquistato il dibattito delle relazioni
internazionali, sostiene che nella politica mondiale il soft power — la
capacità di convincere e portare sulle proprie posizioni gli altri senza
misure coercitive, l'abilità di conquistarli per via morbida — è
assolutamente necessario. Una forza che ogni Paese dovrebbe possedere, a
maggior ragione se vuole essere una potenza. Messaggio chiaro per i
Brics — Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica: hanno qualcosa capace
di affascinare il mondo?
Fino a qualche anno fa, pochi sostenevano che la Cina avrebbe potuto
mettere in campo una capacità di attrazione soft, una cultura che
potesse fare egemonia e conquistare altri Paesi. Non che Pechino non ci
provi. È che lo fa in modo burocratico. Ha aperto quasi trecento
Istituti Confucio nel mondo, l'anno scorso ha fondato l'Associazione per
la diplomazia pubblica, ha organizzato l'Olimpiade a Pechino nel 2008 e
l'Expo a Shanghai nel 2010, crea in continuazione nuove borse di studio
per attrarre studenti, organizza manifestazioni artistiche e spettacoli
in Asia, Africa e America Latina. Denaro non sempre speso bene: in più
di un Paese, anzi, la Cina spaventa più che ammaliare. Ciò nonostante,
il modello cinese qualche radice fuori dall'Impero di mezzo inizia a
metterlo.
Nel giugno 2011, l'allora segretario di Stato americano Hillary Clinton
fece un discorso in Zambia nel quale sostenne che un «nuovo
colonialismo» minacciava l'Africa, quello cinese. Da allora, molte voci
africane si sono levate per negarlo. L'economista capo della African
Development Bank, Mthuli Ncube, ha sostenuto durante un Forum di Davos
che la Cina è in realtà diventata un partner benefico per l'Africa.
Un'altra economista, Dambisa Moyo, ha spiegato che gli investimenti di
Pechino nel continente, soprattutto alla ricerca di materie prime, hanno
in realtà spezzato il ciclo di dipendenza di molte economie dagli aiuti
internazionali: le entrate dei donatori occidentali
deresponsabilizzavano le classi dominanti, le quali le preferivano a un
reale sviluppo in quanto permettevano loro di non cambiare le cose, di
conservare il potere e di intascare parte degli aiuti sotto forma di
corruzione. Non a caso — a suo parere — una serie di economie africane
ha iniziato a crescere solo dopo che sono arrivati gli investimenti
cinesi.
Non è ancora soft power, ma potrebbe esserne la base. Tutti i Brics — i
grandi emergenti — hanno bisogno di offrire al mondo una loro
narrazione, un'idea di se stessi per cooperare con gli altri. Si tratta
di modelli diversi tra loro, spesso in contrasto, ma è il modello di
crescita cinese il più forte e di successo: grandi investimenti,
business prima di ogni cosa, controllo stretto da parte dello Stato,
molta crescita. E, come si sa, niente ha più successo del successo: non
ci saranno star di Hollywood e libertà di stampa, ma per molti Paesi
poveri dell'Africa e forse anche dell'America Latina un modello fondato
sull'autoritarismo efficiente, che crea benessere, può diventare
attraente, da copiare: soft power.
Uno dei punti chiave della spiegazione che il professor Nye dà del soft
power, infatti, è che esso non è necessariamente benevolo e positivo,
come potrebbe pensare chi si limitasse a contrapporlo a un cattivo hard
power fatto di rumori di sciabole, di minacce, di Prodotti nazionali
lordi. «Hitler, Stalin e Mao — ha sostenuto in un suo libro sul futuro
del potere — possedevano tutti una gran quantità di soft power agli
occhi dei loro seguaci, ma questo non lo rese buono». Si tratta
semplicemente di una forma di potere diversa da quella che
tradizionalmente si è considerata nelle relazioni tra Stati e nello
stabilire i rapporti di forza. Ma è sempre potere. Vero che la rivista
«Monocle» nel novembre 2012 ha stilato una classifica del soft power
globale, basata su 50 indici, nella quale appaiono solo Paesi
democratici: ai primi tre posti Regno Unito, Usa e Germania (Italia
quattordicesima). Ma è anche vero che altri sondaggi in Africa mettono
la Cina al primo posto, davanti anche agli Stati Uniti, in termini di
influenza positiva sul continente. L'idea che la via autoritaria cinese
possa essere più efficiente di quella proposta dai Paesi occidentali e
dagli altri Brics ha dunque la potenzialità di prendere piede, se
Pechino riuscirà ad affermarsi anche pubblicamente come superpotenza
globale che ha un modello vincente, secondo le intenzioni di Xi e Li.
Qua arriva Shahrukh Kahn. L'India, infatti, tra i Brics è quella che
rappresenta la via anticinese all'uscita dalla povertà. Finora, nel
confronto con il vicino del Nord ha mangiato la polvere: il sistema
indiano — dicono a Pechino — è inefficiente perché democratico, dà retta
a milioni di istanze invece di imporre alla popolazione un bene
superiore che il partito conosce. Se New Delhi non saprà smentire questa
teoria, Pechino avrà la strada aperta per presentarsi come il modello
giusto per i Paesi emergenti. Ma se, in questo confronto/scontro tra le
potenze di domani, l'India farà il miracolo, potrebbe esserci anche
Bollywood nel futuro dei Brics.
I caschi blu cinesi in Mali per la pace ma anche per calcolo geopolitico
di Guido Santevecchi Corriere 30.6.13
Mobilitare 500 soldati, per la Cina che spende 116 miliardi di dollari l'anno per le forze armate e ha un esercito di 2,3 milioni di uomini e donne, non è un'impresa complicata. Ma questa volta il battaglione dell'Esercito popolare che si prepara ad andare in Mali con la forza di pace delle Nazioni Unite segna la fine di un tabù. Per la prima volta si tratta di caschi blu cinesi con ruolo combattente. Finora Pechino aveva concesso all'Onu solo personale medico e del genio (ce ne sono 1.900 all'estero), in base al principio della non interferenza negli affari interni di un altro Stato e del rifiuto di impegno armato all'estero.
E questo atteggiamento è stato molto criticato in Occidente. In Consiglio di sicurezza il diritto di veto cinese all'intervento armato in aree di crisi del mondo è sempre un'incognita e un ostacolo potenziale. Così la Cina entra davvero nel peacekeeping Onu.
Certo, ci sono calcoli geopolitici (ad alta densità economica) nella decisione: la Cina ha in Africa duemila imprese impegnate con un paio di milioni di suoi cittadini tra manager, tecnici e lavoratori. Ha sorpassato Usa ed Europa come primo partner commerciale del continente (155 miliardi di euro nel 2012). Si calcola che abbia investito 113 miliardi nel continente negli ultimi cinque anni: più degli Stati Uniti. In Africa, la seconda potenza economica del mondo cerca petrolio, gas, minerali, prodotti agricoli, terra da sfruttare. Dal Mali arrivano prodotti utili all'industria tessile cinese. E quando la Francia a gennaio ha mandato i suoi reparti speciali a combattere contro i jihadisti islamici che stavano conquistando il Mali, Pechino è stata gelida: ha temuto il ritorno della vecchia potenza coloniale.
Ora il governo di Pechino offre di mandare i suoi caschi blu per la stabilizzazione del Paese africano, sicuramente anche per tenere d'occhio i concorrenti occidentali. E il compito principale sarà quello di proteggere il suo personale medico (una linea già tenuta nella missione in Sudan). Ma è comunque una buona notizia. Non esiste intervento «umanitario» disinteressato, da qualunque parte provenga.
«Vietato trascurare i genitori». L’amore filiale è legge in Cina
Una norma per arginare la piaga dei vecchi abbandonatidi Guido Santevecchi Corriere 2.7.13
PECHINO — Si può imporre la «pietà filiale» per legge? Se si crede agli
articoli della normativa cinese entrata in vigore ieri sì. Il titolo è
«Protezione dei diritti e degli interessi degli anziani», che nella
Repubblica popolare ora sono 185 milioni, il 13,7 per cento della
popolazione.
Il nuovo pacchetto di norme introduce l’obbligo per i figli grandi di
visitare il padre e la madre «più spesso» e addirittura concede ai
lavoratori 20 giorni di permesso per andare a trovare i vecchi genitori
che vivono molto lontani. Segue una serie di divieti, dall’abbandono
agli insulti, fino agli atti di violenza domestica. Ma questo dovrebbe
essere scontato e già previsto nel codice penale.
La presentazione della legge sui giornali ha aperto anche una
discussione nell’immenso popolo della Rete (si calcola che Sina Weibo,
il Twitter locale, abbia mezzo miliardo di utenti). «L’intenzione sembra
buona, ma il metodo è sbagliato. Non si può regolare una questione
morale per legge». Chiedersi fino a dove si può spingere lo Stato in
questioni di famiglia sembra un dibattito da socialdemocrazia europea e
già questo non è male.
Ma altri (molti altri) hanno fatto notare come negli articoli della
legge manchino le sanzioni in caso di non rispetto degli obblighi da
parte di figli e datori di lavoro. Che succede se il capoufficio boccia
la richiesta di andare a casa per venti giorni a trovare i genitori
ultrasessantenni? E poi che vuol dire «visitare più spesso»?
Uno degli estensori della legge per la protezione degli anziani
genitori, il professor Xiao Jinming della Shandong University, si
giustifica: «È soprattutto un modo per sottolineare il diritto dei
nostri anziani a chiedere sostegno emotivo, noi vogliamo enfatizzare
questa esigenza».
Un blogger riassume così i suoi dubbi: «La pietà filiale dovrebbe essere
naturale. Questa legge svela la tragedia della nostra generazione».
Noi siamo abituati a pensare alla Cina come a una «società confuciana»,
nella quale il rispetto degli anziani fa parte della cultura popolare,
da secoli. Com’è possibile che ci sia invece un disagio tale da spingere
i legislatori ad intervenire? La crisi è un altro prodotto
dell’industrializzazione accelerata: trent’anni di crescita e di
«aperture al mercato» hanno minato la famiglia cinese. Si cambia città
per lavorare in fabbriche e uffici, lasciandosi i «vecchi» indietro.
Molti giovani, guardando a tutto quello che è stato costruito sotto i
loro occhi nelle megalopoli non riconoscono più meriti a nonni e
genitori. E poi, nella seconda economia del mondo, non esiste un sistema
di welfare come in Occidente.
Questo problema di mancata assistenza sarà enorme in pochi decenni: gli
ultrasessantenni, oggi 185 milioni, diventeranno 487 milioni nel 2053,
il 35% della popolazione, secondo le proiezioni della Commissione
governativa sull’invecchiamento.
Con saggezza, Wang Yi, 57 anni, che fa la donna delle pulizie in città e
ha due figli a centinaia di chilometri, dice: «Questa legge? Meglio che
niente. I ragazzi io li vedo una volta l’anno, due sarebbe meglio...
noi cinesi alleviamo i figli perché si prendano cura di noi quando
diventiamo vecchi».
Non c’è solo la nuova legge che cerca di arginare il disagio.
L’Associazione nazionale per gli anziani, che dipende dal ministero
Affari civili, ha diffuso 24 «consigli» tra i quali: portare anche
moglie e figli a trovare suoceri e nonni; ricordarsi dei loro compleanni
e festeggiarli; telefonare. Cose normalissime. Ma nell’elenco ci sono
anche suggerimenti che fanno riflettere, come: ascoltare con attenzione i
racconti dei genitori, insegnare loro l’uso di Internet, andare insieme
al cinema. E ancora, appoggiarli se restano vedovi e decidono di
risposarsi, parlare di cose profonde.
In mezzo ai 24 punti ce n’è uno per niente scontato (anche nella nostra
società del welfare state): «Ricordatevi di dire loro che li amate».
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