lunedì 23 settembre 2013
Berlinguer-à-porter: come tu lo vuoi
La crisi petrolifera del 1973 fornì a Enrico Berlinguer un cavallo di Troia per criticare l'Occidente. Poi su queste idee si è innestato il terzomondismo
Marcello Veneziani - il Giornale Lun, 23/09/2013
Pietro Ingrao invece puntava sulla spaccatura della Dc
Storia di un compromesso
Quando Berlinguer avviò il dialogo con la Dc “Riflessioni
sull’Italia dopo i fatti del Cile” è la serie di tre articoli di
Berlinguer apparsi dal 23 settembre 1973 su Rinascita che coniano il
“compromesso storico” Dal 23 settembre 1973, quarant’anni fa, il
segretario del Pci pubblicò su “Rinascita” una serie di articoli che
scatenarono polemiche, ma cambiarono la scena politica italiana
di Filippo Ceccarelli Repubblica 23.9.13
A
quarant’anni di distanza i nodi della storia si sciolgono senza
smettere di aggrovigliarsi. Per cui dinanzi all’anniversario del
compromesso storico, la formula coniata da Enrico Berlinguer al termine
di tre successivi articoli pubblicati su Rinascita tra il 23 settembre e
il 12 ottobre con il titolo “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del
Cile”, l’irresistibile tentazione è di far partire il ricordo da come
era ridotta l’automobile, enorme e sgraziatissima berlina della
nomenklatura, dopo lo spaventoso incidente mentre portava il segretario
del Pci all’aeroporto di Sofia.
Le foto si vedono inSofia 1973:
Berlinguer deve morire,di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti (Fazi,
2005). Era il 3 ottobre, a missione conclusa, e in quel groviglio di
vetri e lamiere rese informi da un camion militare, Berlinguer riportò
diverse contusioni, ma volle ripartire lo stesso. Allora in diversi,
anche molto vicini a lui, maturò il sospetto, reso noto da Emanuele
Macaluso nel 1991, che i bulgari avessero tentato di fargli la pelle.
Perché troppo “indipendente” dalla casa madre del comunismo.
Ma quel 3
ottobre né l’intransigente leader bulgaro Todor Zhivkov, né le varie
correnti del Kgb sapevano ancora nulla del compromesso storico. Eppure,
grazie proprio a quel misterioso incidente, una volta rientrato
inItalia, il leader comunista si mise a riposo, anzi a letto, dove con
calma, «rassegnato all’immobilità » come raccontò poi a Vittorio
Gorresio, ebbe modo di finire la seconda puntata e di scrivere per
intero la terza, nel cui ultimo capoverso è presente la fatidica
espressione.
Dietro quelle due parolette c’era un mondo oggi del
tutto sparito e in parte anche dimenticato, se non rimosso. Il golpe
cileno, i colpi di Stato, l’imperialismo americano. Ma nel retroterra
non era difficile avvertire la lezione “geniale” di Lenin, più volte
richiamata nel testo. Poi la duttilità dottrinaria di Gramsci. Quindi la
tradizione del realismo togliattiano alla luce dell’elaborazione di
Franco Rodano secondo il quale la “rivoluzione” era da intendersi in
Occidente come un processo interno allo sviluppo della democrazia. Anche
in questo senso avere il 51 per cento, come Allende, non serviva più, o
non serviva ancora.
C’era infine un’attenzione assai viva al mondo
cattolico, alle gerarchie ecclesiastiche, al Vaticano, alla Dc, i cui
continui sommovimenti vedevano in quello scorcio prevalere una composita
maggioranza di centrosinistra. Ma soprattutto c’era Aldo Moro, che in
estate a proposito della “difficile democrazia” italiana con linguaggio
ispiratissimo aveva annunciato: «Non noi, con la nostra volontà, ma la
storia stessa, l’evoluzione e i movimenti dello spirito umano potranno
forse, in tempi imprevedibili, modificare questa situazione».
Per la
cronaca: c’erano in quel momento anche il colera, Amarcord,rivolte nelle
carceri e Jesus Christ superstar. Tonino Tatò, che aveva il senso della
solennità e di Berlinguer era l’angelo custode, ha poi descritto nei
dettagli il momento preciso in cui il compromesso storico venne al
mondo, durante la convalescenza: «Lui sta seduto in pizzo in pizzo alla
poltroncina, dinanzi al tavolo tondo del soggiorno, in canottiera,
pantaloni di flanella, pianelle di cuoio ai piedi, sigaretta accesa tra
le labbra (allora fumava le Turmac rosse), occhio sinistro semichiuso
per evitare il fumo, biro con inchiostro nero nella mano destra,davanti a
parecchi fogli».
Ha quasi finito, ma l’ultima frase è tanto decisiva
quanto incompiuta. Tatò chiede il foglio e legge: «La gravità dei
problemi, le minacce incombenti di avventure reazionarie e la necessità
di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico,
di rinnovamento sociale e di progresso democratico rendono sempre più
urgente e maturo un...». È qui che Berlinguer si è fermato. Ma la parola
che gli ronza in testa è sempre quella: “Compromesso”. Solo, occorre
affiancarla con un attributo che le assegni «un senso di durata
strategica». Inutile rimarcare che a quei tempi le parole, in politica,
avevano molto più peso di oggi.
Quando il compromesso storico venne
fuori, non fu accolto con benevolenza dai più attenti osservatori.
«Formula infelice», decretò Gorresio; «vaga e rozza», scrisse Enzo
Forcella. In un incontro con gli studenti lo stesso Berlinguer riconobbe
che si trattava di un’espressione provocatoria usata anche per «destare
attenzione». Questo in effetti accadde. Poco dopo, incontrando a
Ravenna gli operai dell’Anic, gli disse uno di loro che sull’autobus la
mattina non si parlava più di calcio, ma di compromesso storico. Tutto
lascia pensare che Berlinguer abbia risposto con uno dei suoi
indimenticabili sorrisi. Per cui: «Io non credo che sia proprio così,
credo che si parli ancora e anche di calcio», d’altra parte non c’era
niente di male e anche lui — ma in verità disse “anche noi” e non era
plurale maiestatis, ma il più profondo sintomo d’identificazione —
parlava di calcio.
A pensarci bene, dopo tanti anni, il compromesso
storico teneva insieme due termi-ni in contrasto fra loro. Nella
retorica questa figura ha il nome di ossimoro. Ma non solo per questo
dispiacque, oltre che al Psi, anche nello stesso Pci. Giorgione
Amendola, che guardava ai socialisti, e Pietro Ingrao, che puntava sulla
spaccatura della Dc, rimasero perplessi. Luigi Longo, il presidente del
partito, disse chiaro — e suonò inaudito — che la formula non gli
piaceva «e non so nemmeno se rende bene l’idea». Avrebbe preferito, con
Gramsci, «blocco storico» — ma a quel punto era un’altra cosa. Sia come
sia, Maurizio Ferrara diede poi alle stampe, in sonetti romaneschi, Er
compromesso rivoluzzionario.
Più tardi il Bagaglino mise in scenaI
compromessi sposi.Ma quando intorno al 1975 partì la solidarietà
nazionale, dal terreno coniugale la faccenda scivolò sul piano
orgiastico con “l’ammucchiata”.
Rilette oggi, le “Riflessioni
sull’Italia dopo i fatti del Cile” colpiscono per l’intuizione di un
leader che guardava molto in là, ma forse proprio per questo dovettero
suscitare parecchi timori, anche molto lontano dall’Italia. Nelle sue
asciutte argomentazioni ideologiche il compromesso storico era una
proposta politica ragionevole, però al tempo stesso una via di
palingenesi. Si presentava come il massimo della continuità, ma insieme
innescava una novità esplosiva. E soprattutto arrivava troppo presto,
eppure forse era già troppo tardi. A riprova che non solo la politica,
ma anche la storia, con i suoi nodi e garbugli, e in fondo la vita
stessa vivono, se non di ossimori, di cose molto complicate e solo in
apparenza inconciliabili. L’orrido “inciucio” era comunque molto di là
da venire.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento