Raccolta di alcuni scritti che ricoprono l'arco di quasi venti anni attraverso mini biografie di dirigenti del PCI e dei loro rapporti politici e umani.
giovedì 26 settembre 2013
Ciò che siamo stati, ciò che abbiamo perduto per sempre
Risvolto
Raccolta di alcuni scritti che ricoprono l'arco di quasi venti anni attraverso mini biografie di dirigenti del PCI e dei loro rapporti politici e umani.
Raccolta di alcuni scritti che ricoprono l'arco di quasi venti anni attraverso mini biografie di dirigenti del PCI e dei loro rapporti politici e umani.
Angelo Mastrandrea, il manifesto | 26 Settembre 2013
Il fascismo è caduto da poco e Michele Mancino, bracciante
comunista, parte da Potenza per i paesi più sperduti della Lucania, fino
ai confini della Calabria. Si muove avendo a disposizione informazioni
spesso scarse: un nome avuto da un conoscente, un contatto fornitogli da
un compagno in una riunione. Laddove ha anche solo una persona con cui
parlare lui va, spostandosi a piedi come un pellegrino della politica.
Piero di Siena lo incontra quando questi ha ormai 98 anni e conserva
un'agilità inconsueta per un uomo della sua età.
Gli racconta di quando andò a chiudere una campagna elettorale a
Senise: «La Dc aveva fatto venire un professore universitario da Napoli,
che si era prodotto in una lunga e dotta confutazione del marxismo. La
sera successiva parlai per quattro ore, smontando a uno a uno gli
argomenti del professore, a partire dalla polemica tra Labriola e
Croce». Basterebbe questo a esemplificare il collasso culturale che ha
interessato l'Italia e il suo meridione, ma la vicenda è ancor più
straordinaria se si pensa che per il contadino Mancino l'università è
stata il carcere, dal 1928 al 1932 sotto il fascismo, a Viterbo, «unico
superstite dei compagni di carcere del padre dell'idea moderna di
Europa, Altiero Spinelli».
È grazie a personaggi come lui che il sud
Italia ha ridotto le distanze con il nord, nonostante l'emigrazione di
massa, in quel periodo che va dall'immediato dopoguerra al boom
economico degli anni '60, e così avanti fino agli anni '80 - come ci ha
ricordato lo storico Francesco Barbagallo nel suo recente La questione
italiana (Laterza editore). Piero di Siena, che è stato un dirigente di
primo piano del Partito comunista meridionale - segretario in
Basilicata, redattore di Rinascita e dell'Unità, senatore, presidente
dell'Associazione per il rinnovamento della sinistra - riporta a galla
alcune storie rimosse in un agile libello che già dal titolo dichiara la
sua internità alla storia del comunismo meridionale: Nel Pci del
Mezzogiorno (CalicEditore, pp. 118, euro 10).
Un partito, il Pci, che
svolge un ruolo fondamentale non solo di organizzazione delle masse
contadine, ma di educatore di queste ultime. Più complesso il rapporto
con la classe operaia: il radicamento sociale, la selezione e formazione
dei quadri dirigenti nel dopoguerra avvennero - a macchia di leopardo -
attorno alle lotte per la terra. Viceversa furono i socialisti a
puntare di più sullo sviluppo industriale, mettendo in un angolo, nelle
fabbriche che nascevano, sia il Pci che la Cgil. Unica eccezione,
l'Italsider di Taranto. È solo lì e a Napoli che «la classe operaia
costituisce il principale punto di riferimento del Partito comunista».
Nel frattempo, la società contadina, con la sua cultura, viene
eradicata, e il Pci si rivolge ai ceti medi emergenti e
all'intellettualità cittadina per ricostruire un blocco sociale capace
di essere gramscianamente «egemonico». Piero di Siena ammette di aver
guardato, negli anni '90, alla nuova classe operaia meridionale
piuttosto che ai ceti medi che non erano riusciti a rinnovare il
«partito nuovo» di Togliatti: quella della Fiat di Melfi e dell'ormai
privatizzata Ilva di Taranto. Ma non si può dire che gli eredi del suo
partito l'abbiano seguito. Il suo libro, emozionante a tratti per le
storie che racconta - Piero Laguardia, il primo licenziato alla Fiat di
Melfi, rifiutava di indossare la tuta perché voleva rimanere un
«individuo» anche sul luogo di lavoro - è un utile esercizio di memoria e
ci parla di un'Italia inspiegabilmente scomparsa.
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