giovedì 26 settembre 2013

Colonialismo interno e colonialismo su scala continentale: il nuovo libro di Vladimiro Giacché

Vladimiro Giacchè: Anschluss. L'annessione. L'unificazione della Germania e il futuro dell'Europa, Imprimatur

Risvolto
Ancora oggi, a quasi 25 anni dal crollo del Muro, la distanza economica e sociale tra le due parti della Germania continua ad accentuarsi, nonostante massicci trasferimenti di denaro pubblico dalle casse del governo federale tedesco e da quelle dell'Unione Europea. Sulla base di una ricerca scrupolosa, condotta attraverso i dati ufficiali e le testimonianze dei protagonisti, l'economista Vladimiro Giacché svela come la riunificazione delle due Germanie abbia significato la quasi completa deindustrializzazione dell'ex Germania Est, la perdita di milioni di posti di lavoro e un'emigrazione di massa verso Ovest che perdura tuttora, spopolando intere città. La storia di questa "unione che divide" è una storia che parla direttamente al nostro presente. Essa comincia infatti con la decisione di attuare subito l'unione monetaria tra le due Germanie, prima di aver attuato la necessaria convergenza tra le economie dell'Ovest e dell'Est. L'unione monetaria ha accelerato i tempi dell'unione politica, ma al prezzo del collasso economico dell'ex Germania Est. Allo stesso modo la moneta unica europea, introdotta in assenza di una sufficiente convergenza tra le economie e di una politica economica comune, è tutt'altro che estranea alla crisi che sta investendo i paesi cosiddetti "periferici" dell'Unione Europea. Il libro di Giacché si conclude quindi con un esame approfondito delle lezioni che l'Europa di oggi può trarre dalle vicende tedesche degli anni Novanta. 


Una storia passata e l’Europa a venire
di M. Pa. 
il Fatto 15.1.14
Questo libro è sorprendente per il lettore italiano. Vladimiro Giacché, economista, marxista non pentito, dirigente del fondo di investimenti Sator di Matteo Arpe per mestiere, col suo Anschluss, l’annessione. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa (Imprimatur) si dedica a smontare – con impressionante mole di dati e dichiarazioni dei protagonisti – uno dei luoghi comuni più radicati nel discorso pubblico europeo: l’unificazione della Germania come storia di successo e di solidarietà. Si diceva delle molte sorprese del libro. La prima, per chi non ha vissuto quegli anni o lo ha fatto senza eccessivo interesse, sarà il piglio “coloniale” con cui l’allora Germania Ovest affrontò il problema dei suoi rapporti con l’Est (la Repubblica democratica tedesca, Rdt) dopo il crollo del Muro di Berlino. Non unificazione, ma Anschluss appunto, annessione, termine che in Germania rimanda all’atto di forza con cui Hitler nel 1938 fece dell’Austria una provincia tedesca: nessuna trattativa, discreto uso di menzogne, imposizione della legge, del modello economico e della moneta occidentale. Il tutto condito da un repulisti di funzionari, accademici, intellettuali, tecnici che non ha eguali nemmeno dopo il nazismo.
Il risultato è la distruzione di un tessuto industriale a suo modo florido e di una economia autosufficiente: “Già nella prima metà del 1991 – scrive Giacché – la produzione industriale era crollata del 67 per cento rispetto al 1989. Ma con punte del 70 per cento nel settore dei macchinari, del 75 per cento nell’elettronica e addirittura dell’86 per cento nella meccanica di precisione”. Il corollario di questa desertificazione del manifatturiero è la disoccupazione: “Dalla fine dell’89 alla primavera del 1992 furono distrutti 3,7 milioni di posti di lavoro” su una popolazione di neanche venti milioni. L’emigrazione verso Ovest, che si voleva fermare, esplose. La privatizzazione dell’intera economia della Rdt avvenne con metodi talmente poco funzionanti, discriminatori e, spesso, criminali da incrinare per sempre, pure nel lettore più filotedesco, il mito dell’efficienza teutonica. Il mezzo con cui tutto questo fu imposto ai Lander dell’Est – oggi una sorta di Mezzogiorno tedesco – fu la moneta unica, realizzata in tutta fretta e a prezzi insostenibili per la Germania comunista. Capito perché nel sottotitolo si parla di “futuro dell’Europa”?.



Germania, il cannibale d’Europa 

Prima la sovranità austriaca, poi le industrie dell’Est, ora gli stati membri della Ue Il libro «Anschluss» spiega la strategia dei tedeschi: incorporare e distruggere le nazioni 
10 dic 2013 Libero SIMONE PALIAGA 


Annettere: incorporare, estendere la propria sovranità su un altro stato. In una parola Anschluss.

Per gli storici è il nome assegnato all’inclusione dell’Austria nel Reich hitleriano attuata dal Führer nel 1938. Ma non dissimile appare quanto accade nel 1991, quando la Repubblica Federale Tedesca (Rft) allarga i propri confini e vi include la Repubblica Democratica Tedesca (Rdt), l’ex Germania dell’Est. Nessuna unificazione, dunque. Nessun abbraccio tra fratelli costretti a separarsi ai tempi della Guerra fredda ma una vera e propria annessione. Un secondo Anschluss insomma. Un’ipotesi di scuola, una lettura storica tra le tante? Non sembra. Basti ricordare le parole di Wolfgang Schäuble, oggi ministro delle Finanze di Angela Merkel (quello che dai giornali tuona per fare le pulci all’Italia, tanto per capirci), ma allora già in sella al fianco di Helmuth Kohl, il cancelliere che volle ricomposte le due Germanie: «Cari signori» disse il ministro alla delegazione della Rdt durante i negoziati per l’unificazione «stiamo parlando di un ingresso della Rdt nella Repubblica federale, e non del contrario… Non si tratta di un’unione tra pari».
A raccontare la storia dell’annessione in maniera meticolosa e con tutte le sue conseguenze ora ci pensa Vladimiro Giacché in Anschluss. L’unificazione della Germania e il futuro dell’Europa ( Imprimatur, pp. 300, euro 18).
Cosa successe allora? Accadde che la millantata unione tra fratelli tedeschi tenuti divisi dalla ‘barbarie’ staliniana a causa dell’‘abominevole’ politica nazista è una fanfaronata. Secondo Giacché all’indomani del crollo del muro di Berlino Helmut Kohl sceglie di mettere in atto una politica di annessione e di allargamento dei territori della Germania Federale. Per realizzarla economicamente il Cancelliere di ferro promuove un’unione monetaria che costringe il marco a una forte svalutazione, opportuna per incentivare le esportazioni e invadere di prodotti il nuovo mercato di 16 milioni di tedeschi. Lo stato di salute della Germania dell’Est però non brilla. Per stare in piedi deve privatizzare tutti i gioielli di famiglia, comprese le eccellenze come la fabbrica di lavatrici Foron o le miniere di potassio della Turingia. Ma la svendita non risana il debito. Ha solo l’effetto di rafforzare gli oligopoli imprenditoriali dell’Ovest, che si vedono così la strada spianata dall’eliminazione di potenziali concorrenti. In una manciata d’anni il tessuto industriale della Rdt è distrutto. E la stessa fine spetta alla capacità produttiva dei Länder orientali dove ancora oggi il reddito pro capite medio supera di poco i due terzi di quello delle regioni occidentali.
«Già nella prima metà del 1991» scrive Giacché «la produzione industriale della Rdt crolla del 67 per cento rispetto al 1989. E raggiunge punte del 70 per cento nel settore dei macchinari, del 75 per cento nell’elettronica e addirittura dell’86 per cento nella meccanica di precisione». E con quali esiti? Si è riusciti a imboccare la via d’uscita dalla stagnazione economica? È vero l’esatto contrario: «dalla fine dell’89 alla primavera del 1992» continua Giacché «furono distrutti 3,7 milioni di posti di lavoro a tempo indeterminato». E ancora oggi l’ex Germania dell’Est patisce le conseguenze di quelle scelte scellerate che l’hanno portata sull’orlo del baratro.
Sono passati più di vent’anni. E la stessa situazione si ripropone su scala continentale. All’Anschluss questa volta non viene costretta solo una parte dell’Europa ma tutti i paesi che hanno abbracciato la moneta unica. Per riequilibrare le economie mediterranee, in particolare dopo la crisi dei debiti sovrani, la Germania costringe i membri dell’Ue ad adottare le stesse misure che aveva imposto alla Rdt e che avevano portato quelle terre a diventare dunckel Deutschland, la Germania oscura. La priorità è l’appianamento del debito e per farlo occorre strozzare gli stipendi e mettere all’asta il meglio che si ha nei cassetti, da Eni a Ansaldo. Insomma la parola d’ordine è deindustrializzare, rendere l’Italia non competitiva e trasformarla in un mercato capace di le esportazioni tedesche. Senza questo sbocco sui mercati dei cugini europei, ormai incapaci di competere, l’economia tedesca schiatterebbe. Insomma mors mea vita sua: «Tra le lezioni impartite da questa vicenda» ricorda Giacché «emerge il valore strategico della difesa della capacità e della produzione industriale». Senza di essa non possiamo che rassegnarci a diventare una colonia tedesca.

Nessun commento: