lunedì 23 settembre 2013

"Fine della politica" o sconfitta delle classi subalterne?

Una politica senza religione
In realtà la "fine della politica", o la sua subalternità diretta al potere economico, o la crisi della democrazia, comunque la si voglia chiamare, è l'esito contingente del conflitto politico-sociale [SGA].

Giovanni De Luna: Una politica senza religione, Einaudi

Risvolto
La classe politica della seconda Repubblica si è schiantata sugli scogli della crisi economica ed è incapace di proporre una religione civile che coinvolga gli italiani in un progetto condiviso mentre incalzano le pretese egemoniche della Chiesa cattolica e il dominio del mercato: uno scenario del tutto inedito nella storia del nostro Paese.
Dagli anni del Risorgimento all'Unità d'Italia, dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale fino a oggi, la costruzione di una «religione civile» - l'insieme dei valori e dei principî che fondano lo spazio pubblico della cittadinanza - è il banco di prova su cui, di volta in volta, si è misurata l'efficacia di una classe politica nel mettere mano al progetto di «fare gli italiani». Il trasformismo nell'Italia liberale, la dittatura in quella fascista, il debordante intervento dei partiti nell'Italia repubblicana, sono stati tutti elementi che hanno indebolito la costruzione politica dell'identità nazionale. Fino alla carestia morale e progettuale che ha investito uomini e partiti dell'Italia di oggi. Con un libro che somma analisi storica a riflessioni di pungente attualità, Giovanni De Luna ricostruisce la storia delle «tradizioni inventate», i tentativi di arginare l'ingombrante presenza della Chiesa cattolica, l'egemonia dei valori e degli interessi imposti dal mercato con una riflessione conclusiva proprio sugli aspetti piú inquietanti di venti anni di pensiero unico. 

Estratto                   


Politica e religione sconfitte dal mercato
di Simonetta Fiori Repubblica 22.9.13


La credibilità d’una classe politica si misura dalla sua capacità di costruire una “religione civile”? Se è vero questo assunto, su cui si regge il nuovo argomentato saggio di Giovanni De Luna, se ne ricava un giudizio sconsolato sul presente. E verosimilmente sul futuro. Mai come negli ultimi decenni la politica italiana ha dato prova di un vuoto colossale di valori e simboli, di principi, regole e memorie, anche “tradizioni inventate”, capaci di toccare le menti e i cuori dei singoli individui. Un deserto che ha contrassegnato non solo la “destra berlusconiana” millantatrice di un illusorio benessere e la “destra di Monti”, appiattita sul “culto dello spread”, ma anche quella «costellazione di feudi assetati di potere» in cui si è risolto il Partito democratico. Né si salva un nuovissimo attore come Grillo, artefice di un albero genealogico affollato di “morti per caso”, subalterno al “paradigma vittimario” della seconda Repubblica fondato sul dolore e sul lutto. Non c’è più “religione” nella politica italiana, dove per “religione” De Luna intende non certo una fede confessionale o una concezione sacralizzata del potere, ma «la costruzione di uno spazio pubblico di appartenenza e di cittadinanza». E una politica che non produce simboli, ammonisce lo storico, «si riduce alla semplice amministrazione tecnica dell’esistente».
Ma le classi dirigenti italiane sono mai state capaci di costruire una proposta forte di valori civili ed etici? Qui interviene lo sguardo lungo dello studioso che ripercorre una vicenda accidentata fin dalle origini della storia nazionale. Se nell’Italia liberale il progetto di “fare gli italiani” fu compromesso dal trasformismo, sotto il regime di Mussolini le cose andarono anche peggio. E nel lungo dopoguerra i due più grandi partiti, pur svolgendo una preziosa opera di «alfabetizzazione politica di masse spoliticizzate», continuarono a opporre religioni diverse e contrapposte. Anche il rilancio della Costituzione, negli anni Settanta, viene giudicato da De Luna «un’occasione mancata», spazzata via da una smisurata dilatazione dei partiti nello spazio pubblico. Fino alla “mutazione genetica” della stagione successiva, con la trasformazione delle forze politiche «in un ceto poco differenziato sul piano dei valori e molto intraprendente sul piano delle carriere». È qui che comincia quella “politica esangue”, “senz’anima”, destinata a soccombere soprattutto “nelle fasi di discontinuità”, quando le viene richiesto di produrre una nuova tradizione capace di confrontarsi con un panorama radicalmente modificato.
Alla “carestia morale” della politica nell’ultimo ventennio è corrisposta una Chiesa cattolica sempre più ingombrante, celebrata come «unico collante capace di tenere insieme gli italiani». Un progetto egemonico che ha trovato un pericoloso concorrente in una religione non meno pervasiva e potente, che è quella incarnata dal mercato. Alla “religione dei consumi”, che contamina la stessa fede cattolica (il mercimonio intorno a padre Pio) e invade territori di sua appartenenza come la vita e la morte, il sesso o i processi di formazione degli adolescenti,sono dedicati gli ultimi densi capitoli, con efficaci descrizioni di cimiteri trasformati da “luogo di lutto” a “luogo delloisir”.«Incalzati dal mercato», annota De Luna, «laici e cattolici sono oggi come due eterni duellanti, impegnati in uno scontro che prosegue sempre più stancamente: esausti e incapaci di accorgersi che il terreno del duello è cambiato e che stanno per essere sconfitti entrambi».
Vie d’uscita? La ricostruzione di De Luna, non priva di accostamenti inediti, approda a un epilogo malinconico. Esauriti i partiti di massa, nell’era del web e dei nuovi media, l’unica tradizione politica che gli italiani sono stati capaci di conservare è il populismo. Non una grandissima eredità. Sulla quale – conclude lo studioso – urge un leopardiano esame di coscienza.

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