lunedì 23 settembre 2013
Arte e letteratura della Prima guerra mondiale
Il pittore austriaco riesce a esprimere tutta l’angoscia e la miseria
di quel tempo, ma anche la tenerezza di cui sono privati gli uomini al
macello nelle trincee
di Guido Ceronetti La Stampa 22.9.13
Da qui all’anno prossimo non mancheranno certo uscite di libri sulla
guerra 1914-1918, cuore nero della storia dell’uomo sulla terra, e del
secolo XX motore, matrice e freccia indicativa: Al Nulla. Tutte le
direzioni. Non so se avranno molti lettori, perché l’Abisso fa paura a
vederselo spalancato e a scoprirlo segnale non impallidito di futuri
ignoti. Intorno a me la superficialità cresce come l’alga maligna, e un
simile passato richiede profondità di profondità. Da cui ti sguscierà
via dalle mani. Chiarire è ricominciare a chiarire.
Se n’è fatto più di un racconto, e non c’è storiografia che valga, di
fronte al narrare di chi c’era e alle evocazioni disarmate del patito
vissuto. Arriveranno ancora chissà quante opere storiografiche: però
continua la ristampa del romanzo All’Ovest niente di nuovo, la guerra
vista dalla parte tedesca in Francia, che uscì nella Germania prenazista
nel 1929 (fu messo al bando e bruciato nelle piazze dall’inquisizione
nazionalsocialista, l’autore fece in tempo a fuggire) e stampato in
Italia da Mondadori nel 1931, tradotto da Stefano Jacini, un futuro
ministro democristiano oggi dimenticato. (E tuttora lo trovi negli Oscar
Mondadori). Lo lessi tra 1943 e 1945 e l’ho riletto tutto, con enorme
trasporto, settant’anni dopo, in edizione francese (Stock, 2009).
L’autore, Erich Maria Remarque, andò volontario al fronte nel 1914
insieme ad altri compagni di liceo, trascinati ad arruolarsi dal loro
insegnante. Tutti diciottenni, entusiasti, e saranno calati in un
inimmaginabile inferno: la linea di fuoco dei trinceramenti, scuola di
assassinio. L’ultimo sopravvissuto, a pochi giorni dall’armistizio (è
lui l’Io narrante), in un giorno di calma su tutto il fronte, si
aggiungerà, vittima insignificante, al conto spaventoso delle vittime.
Spero di aver l’occasione, grazie al Museo del Cinema di Torino, di
vedere il film che ne fece in America, già sonoro, Lewis Milestone nel
1930.
Il suono della prima linea, i limiti della voce umana nel ricordo di un
altro combattente. «Tutt’attorno a me c’è un gran fuoco di sbarramento…
Il tiro si allarga, insieme al pericolo che sto correndo… Da qualche
parte una voce implora aiuto. Chiudo gli occhi, vinto dal terrore, e mi
domando: com’è possibile che una voce umana possa emettere simili
suoni?» (la sottolineatura è mia). E’ disperato, il berlinese Alfred
Wolfsohn, di non poter portare soccorso a quella voce – un suono che da
quel momento cambierà la sua vita.
Più forte, più penetrante della furia delle artiglierie è il gemito
umano che si spegne. Scoperta in se stesso la capacità di ritrovare quel
gemito e di estendere oltre i limiti il suono della sofferenza umana,
quell’ex combattente dedicherà la sua restante vita all’educazione
dell’urlo, del lamento, per un teatro di vocalità pura (il Roy Hart
Théâtre, tra Londra e Parigi). Canto, grido, stridori, onomatopee, tutto
quel che serve a svuotarsi le trippe del suono possibile secondo una
disciplina finalizzata alla scena, anche questo lavoro di attori si può
farlo discendere dalle topografie di martirio della guerra di
Quattordici, terribile Incompiuta…
Un’altra avventura del suono accadde a un pensatore amico di Simone
Weil, paralizzato a vita da una pallottola nel 1918. Joe Bousquet
ricorda nitidamente di aver udito, quando venne colpito, prima del
dolore, un terrificante grido. Ma era caduto senza emettere nessun
grido. Dei suoi compagni di trincea nessuno aveva gridato. Da dove
proveniva quel grido? Da lui stesso, penso, ma da un Io interiore, dal
suo corpo eterico ferito in quello stesso istante, da quel che nella
vita normale sembra non esserci perché muto.
«… asserviti ai capricci del Crimine, stravaccati dentro i visceri della
terra di Francia, straziati campi» (Isaac Rosenberg: Break of Day in
the Trenches; altro poeta caduto, fronte occidentale, 1918). E qui, per i
rintanati, il malessere si concentra nell’orecchio, dice Jünger in
Tempeste d’acciaio, tra mille rumori, l’orecchio cerca di distinguere
quello che porta la morte. Le sole voci di conforto, nel cuore
dell’orrore, racconta Remarque, sono i bisbigli dei soldati amici nella
trincea vicina: «Valgono più della mia stessa vita, quelle voci; sono
più che voci materne, più forti della paura; non c’è niente al mondo che
vi possa meglio proteggere… Io non sono più che un pezzettino di
esistenza isolato nel buio… vorrei sprofondare la mia faccia dentro
quelle voci, le loro parole so che mi sosterranno» (cap. IX). Il
rivelarsi, in quelle voci tra i fischi di morte, della solidarietà
preistorica dell’uomo, infinitamente solo sul pianeta antropofago, in
echi di caverne.
Trovi in una pittura di Egon Schiele, l’ Abbraccio, alla Galleria
Austriaca di Vienna concentrata e squadernata tutta la miseria e
l’angoscia del mondo. È un amplesso di amanti, e la data: 1917, ne fa la
corrispondenza visionaria del grido che tanto si impresse e trasferì in
Alfred Wolfsohn sulla linea di fuoco. Ma c’è qualcosa in più, nel grido
silenzioso degli amanti di Schiele, segnati dalla fame che nel quarto
anno di guerra faceva strage a Vienna: lo struggimento di una illimitata
tenerezza. Tra le parti sessuali dei due corpi nudi c’è una distanza di
mezzo metro, la stretta magica è di collo-testa-mani, e ne emana, come
un grido estremo, il bisogno dell’uomo di sprofondare interamente nelle
primordiali acque femminili.
Ma agli uomini delle trincee è tolto, negato tutto. Sprofondano nel
nulla. Prodigio se li rischiarano, nel buio, i bisbigli, le bestemmie,
la prossimità vocale dei commilitoni.
Egon e Edith morirono entrambi negli ultimi giorni della guerra. La
febbre Spagnola li uccise, quasi contemporaneamente, il 28 e il 31
ottobre 1918.
Molto più eloquente l’arte di Schiele nel 1917, del trittico di Dresda
La guerra di Otto Dix, tra i più sfruttati nelle illustrazioni: la sua
intrinseca volgarità, la sua protesta ovvia, vuota di pietas vera, me lo
rendono francamente abbominevole. Anticipa il realismo socialista
dell’abbrutimento staliniano. Dora Zweifel, un enigma. Racconta un fante
d’eccezione, il grande scrittore Pierre Mac Orlan: «Fu a Carency, la
prima volta che mi lasciai cadere in una trincea tedesca. Al di sopra
dell’entrata di un riparo molto confortevole, tutti noi del quinto
battaglione potemmo vedere un’ammirevole testa di ragazza, una testa che
pareva scolpita da Despiau. Sotto la sculturina si poteva leggere un
nome: Dora Zweifel. Non ho dimenticato quelle due parole, punto di
partenza per me di un enigma rimasto indecifrato». Vuoi crederlo? Anche
per me. Questo ricordo lo trovai in un articolo di Mac Orlan pubblicato
sul Figaro Littéraire dedicato al cinquantenario (agosto 1964) della
Grande Guerra. Conservo quel numero nelle cartelle del mio archivio non
tecnologico, lo utilizzo dopo mezzo secolo, forse, per la prima volta.
«La presenza di quel delizioso volto di gesso ci apparve in un clima
eccezionale, di rovente violenza, di catastrofi, di sterile malinconia».
Di inaudito, aggiungo, indecente martirio di grandi nazioni, nella
padella di succulenti ideali umani.
Tuttavia, sì, credo di aver capito chi fosse, che cosa significasse Dora Zweifel nella trincea tedesca abbandonata.
E’ diventato luogo comune dire, scrivere che si è «in trincea»
riferendosi a fatti e comportamenti di perfetta banalità. Sconsiglio
dall’usare quell’espressione di bestemmia. Non può valere come metafora.
L’uso proprio è l’unico adeguato.
Novembre 1918. A Strasburgo passata nuovamente di mano, l’armata
francese vittoriosa prepara la sua entrata trionfale. La disciplina
tedesca è andata in pezzi, i soviet dei soldati comandano agli
ufficiali, tutti si affrettano ai treni del ritorno, verso un’appena
proclamata Repubblica. Nel caos dell’ospedale militare il tenente
Becker, inchiodato alla carrozzina, riceve l’ultima visita
dell’infermiera Hilde, stata sua amante, pronta a partire. Singhiozza,
la supplica di restare. – Sono finito… - L’infermiera si apre la blusa e
gli ficca in bocca i seni, che lui inonda di lacrime. Lei riprende la
valigia e sparisce per sempre. (Dalla tetralogia Novembre 1918 di Alfred
Döblin, Einaudi 1982).
Forse il nome segreto di quell’infermiera era Dora Zweifel.
Iscriviti a:
Commenti sul post (Atom)
Nessun commento:
Posta un commento