sabato 21 settembre 2013
La crisi del discorso dell'università: il libro di Pierre Macherey
Risvolto
La parola universitaria
è un libro che trae origine dalla crisi che attraversa l’istituzione
universitaria, dominata da una retorica dell’eccellenza e da una logica
aziendalistica che ne hanno snaturato le finalità universalistiche. Ma
piuttosto che «difendere» un’idea astratta di università, Macherey
preferisce soffermare la sua analisi sui «discorsi» che si sono tenuti
su di essa, per misurare lo scarto che si è scavato tra una certa idea
di università e la sua realtà in quanto cosa, immersa nei conflitti che
attraversano tutte le istituzioni dedicate alla riproduzione sociale. A
parlare di essenza dell’università, con la convinzione di poterne
delineare il senso e le finalità, sono sempre stati i filosofi, come
Kant, Hegel e Heidegger su cui si sofferma la prima parte del libro.
Diversa, invece, la prospettiva di quei discorsi che hanno fatto propri
gli strumenti della psicanalisi (Lacan) e della sociologia
(Bourdieu/Passeron), più attrezzati a cogliere la valenza delle pratiche
universitarie in termini di potere e di differenziazione sociale.
Infine, attraverso l’analisi di alcune opere letterarie che ne hanno
fatto un tema di narrazione (Rabelais, Hardy, Hesse, Nabokov), è
possibile dare ai discorsi sull’università un banco di prova ampio e
ricco di elementi, come lo sguardo che solo la grande letteratura riesce
ad avere sul mondo. Se l’università, in quanto realtà storica, è
soggetta a cambiamenti che possono metterne in pericolo la stessa
esistenza, come sembra avvenire nella nostra contemporaneità,
ripercorrere in maniera critica i momenti più significativi del
dibattito intellettuale che essa ha suscitato è il presupposto per poter
inventare nuove forme di università, senza la quale non esisterebbe
quel patrimonio comune di conoscenze e di senso critico attraverso cui
una società esiste e progredisce.
La dialettica vivente del sapere
APERTURA - Fabrizio Denunzio il manifesto 2013.09.11 - 11 CULTURA
Il teorico francese
analizza le conseguenze delle politiche neoliberiste negli atenei. Con
altrettanto rigore propone un ripensamento nella trasmissione della
conoscenza a partire dalle relazioni tra i diversi campi disciplinari
Cosa hanno in comune un film come Rope (Nodo
alla gola, 1948) di Alfred Hitchcock e lo scandalo che coinvolse nel
1954 in America lo scienziato Robert Oppenheimer, direttore del Progetto
Manhattan nonché padre della bomba A scagliata su Hiroshima e Nagasaki
nel 1945? E soprattutto, questi due episodi, diversi per natura e
funzione, come possono riguardare un'analisi sulle attuali condizioni
del sistema universitario?
Ce lo spiega Pierre Macherey in La parola
universitaria (traduzione e cura di Antonio Stefano Caridi, Orthotes,
pp. 259, euro 17). Il libro, uscito in Francia nel 2011, fu segnalato da
Roberto Ciccarelli sulle pagine de «il manifesto» il 29 ottobre dello
stesso anno in un articolo pensato nella contingenza degli effetti, oggi
più che mai disastrosi, prodotti dall'entrata in vigore della legge
Gelmini alla fine del gennaio 2011.
Lo stesso testo di Macherey,
d'altronde, è il frutto di una riflessione nata dalla sofferenza per lo
stato di decadimento dell'università francese e per gli ancora più
deleteri rimedi - di matrice neoliberista - usati per cercare di
sanarla. Nell'introduzione al libro, L'Università in questioni, l'autore
fa il punto della situazione rispetto al sistema universitario vigente
in Francia caratterizzato dalla divisione tra Università e Grandi Scuole
e constata che la visione ideale di una comunità di saperi
democraticamente accessibile a tutti in realtà è contraddetta «nei fatti
dal risorgere di una divisione diseguale, "aristocratica" che obbedisce
ad una logica di verticalità, con differenti percorsi, gli uni
consentiti alle "masse" cui sono offerte solo delle forme di competenze
non sfruttabili direttamente, e gli altri riservati a delle "élites",
accuratamente selezionate, che si vedono promettere delle funzioni
dirigenti nella società».
Ora, Macherey conosce troppo bene la
lezione di Pierre Bourdieu, per non sospettare che un modello di analisi
ben definito, anche lì dove si riferisce ad un conteso locale come
quello francese, presenta un grado di universalità tale da poter essere
applicato anche in contesti differenti da quelli rispetto ai quali è
stato formulato. La situazione universitaria italiana si presta,
purtroppo, a questo esercizio epistemologico: realizzata fino in fondo,
la riforma Gelmini configurerà sul piano nazionale una netta divisone
tra atenei del Sud, i quali, poco meritevoli per non riuscire a
collocare i propri studenti sul mercato del lavoro, quindi poco
«premeabili» dal punto di vista dei finanziamenti pubblici e di
conseguenza poveri, saranno ridotti a mega-licei di massa buoni, tutt'al
più, a fornire una didattica non professionalizzante e gli atenei del
Nord che, ricchi di fondi per la ricerca grazie alla loro ricettività
nei confronti delle esigenze del libero mercato e della grande
imprenditoria, diverranno la palestra di formazione per le nuove classi
dirigenti della borghesia italiana. Seguendo lo schema di Macherey si
ritrovano, nella divisione francese tra Università e Grandi Scuole, non
solo la finalità geopolitica della riforma Gelmini, ma le condizioni per
la riproposizione di una nuova «questione meridionale» giocata al
livello della formazione culturale superiore.
Non tutto il libro di
Macherey, però, ha questo andamento, solo nell'introduzione il rigore
argomentativo si concentra sullo stato attuale dell'Università
(attualità che in tutti i suoi nodi problematici, in particolare quello
relativo all'«ideologia della valutazione», è analizzata da Caridi nella
sua presentazione del testo). I tre capitoli che lo costituiscono
seguono un percorso sempre coerente rispetto al problema
dell'Università, ma vanno in una direzione differente. Se l'introduzione
si fa carico di problematizzare il presente universitario, gli altri
capitoli si assumono il compito di tracciarne il passato a partire da
diversi campi del sapere: filosofia, psicanalisi, sociologia e
letteratura.
In questo modo, al primo capitolo spetta di presentare
la situazione dell'Università tedesca attraverso lo scritto di Kant Il
conflitto delle Facoltà del 1798, i due discorsi inaugurali tenuti da
Hegel il 28 ottobre 1816 e il 22 ottobre 1818 per i rispettivi
insediamenti nelle cattedre di filosofia delle Università di Heidelberg e
Berlino, e il famigerato Discorso di rettorato tenuto da Heidegger il
27 maggio 1933 per la guida dell'Università di Friburgo. Nel secondo
capitolo Macherey presenta l'Università francese degli anni Sessanta del
Novecento facendo lavorare assieme le riflessioni che su di essa furono
svolte da Jacques Lacan nel seminario Il rovescio della psicanalisi e
da Bourdieu e Jean Claude Passeron in La riproduzione, e questo con
buona pace di quella filosofia politica che, impunemente, crede di poter
applicare le categorie psicoanalitiche alla comprensione del mondo
sociale facendo a meno della mediazione della sociologia empirica.
Infine, nel terzo capitolo, sono presentate le università immaginarie di
scrittori come Rabelais (Gargantua), Hermann Hesse (Il gioco delle
perle di vetro), Thomas Hardy (Jude l'oscuro) e Vladimir Nabokov (Pnin).
Ora, per quanto Macherey affermi, nelle conclusioni del libro, di
essersi limitato a proporre una rilettura - «e niente di più» - di
questi testi facendoli «dialogare fra di loro», in realtà, essi sono
articolati da una logica stringente: se nel primo capitolo viene posta
la tesi di un'università ideale (Kant, Hegel e Heidegger), nel secondo
la si nega attraverso la verifica empirica di tutte le menzogne che si
annidano nel discorso universitario reale (Lacan, Bourdieu e Passerron),
nel terzo si riconfigurano, su di un piano simbolico, la dimensione
utopica di un'università ideale (Babelais e Hesse) e quella fallimentare
delle tante università reali (Hardy e Nabokov). Una ferrea logica
dialettica.
Detto questo, al lettore rimane solo da scoprire quale legame potrà mai esserci tra un film, la bomba atomica e l'Università.
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