sabato 21 settembre 2013
Tutte moltitudini: intervista a Michael Hardt
MICHAEL HARDT
Un'alternativa in cerca di autori
I movimenti sociali in Brasile e Turchia nascono, a differenza che nel Nord del pianeta, in un contesto di forte sviluppo economico. Ma forti sono i punti di contatto con quanto accade in Europa e Stati Uniti. Un'intervista con il teorico statunitense
INTERVISTA - Anna Curcio, Gigi Roggiero il manifesto 2013.09.10 - 10 CULTURA
Quando le lotte esplodono nei Brics.
Allargando la definizione giornalistica a un paese come la Turchia, è
questo il tema posto dalla «Comune di Gezi» e il movimento del passe
livre in Brasile. Se il concetto di ciclo non è più utilizzabile nei
termini classici, né dal punto di vista economico né da quello delle
lotte, è però possibile parlare di un ciclo della soggettività delle
lotte nella crisi? Quali sono tratti comuni e differenze rispetto alle
insorgenze in Nord Africa, le acampadas o Occupy Wall Street? Comincia
da qui la conversazione con Michael Hardt, autore con Toni Negri del
noto trittico Impero, Moltitudine e Comune.
«Aggiungendo Turchia e
Brasile alla catena di lotte cominciate nel 2011, si mettono in evidenza
almeno due cose. In primo luogo, vi è una continuità nell'affermazione
del comune della metropoli. A Gezi e nelle città brasiliane le lotte
sono certamente anti-neoliberali, ma anche contro lo Stato, cioè contro
il pubblico. Il progetto del governo turco di fare un centro commerciale
con la forma di un forte militare del vecchio impero - che combinazione
orrenda! - mostra che non c'è differenza tra pubblico e privato. Gezi,
dunque, è anche l'affermazione del comune della città contro il privato e
il pubblico. Nel caso brasiliano si può dire più o meno lo stesso.
Questa è la continuità. L'elemento molto differente è, invece, il fatto
che Turchia e Brasile sono società non in crisi economica. Abbiamo
pensato i movimenti del 2011 nel quadro della crisi, mentre ora ci
troviamo di fronte a lotte dentro economie in espansione. Non so ancora
quali siano le conseguenze, però una lotta per la liberazione è in
generale molto più potente e creativa in un momento non di crisi bensì
di espansione sociale, come è avvenuto nel '68. Ciò rende molto
interessante anche pensare a cosa viene dopo».
In
Turchia, come sostieni, e forse ancor di più in Brasile le lotte
prendono corpo in una situazione per certi versi rovesciata rispetto a
quella europea e americana: non c'è recessione ma crescita. È forse
innanzitutto la crisi di un modello di sviluppo e delle promesse di
progresso a esso storicamente legate....
In crisi è
innanzitutto il modello di una modernizzazione a lungo termine. In crisi
è anche il modello della sinistra, ormai finito, infatti le lotte
stanno tentando di andare oltre. Si pone allora un'altra questione:
tocca a noi articolare un'idea di altersviluppo. Si potrebbe avere una
posizione anti-sviluppista, a me sembra invece che la scommessa stia
nell'elaborazione di un'idea di sviluppo alternativo. In negativo è
chiaro: l'altersviluppo non è definito dalla crescita economica, nel
senso della produzione quantitativamente maggiore di merci. Rimane il
problema di come elaborare l'altersviluppo in positivo. Nella formazione
del vostro e nostro progetto - Commonware - sarebbe utile approfondire
la questione e iniziare ad articolare un'idea di sviluppo.
Molti
commentatori parlano di «movimenti del ceto medio», senza tener conto
che quel ceto medio è - almeno in Europa e Nord America - ormai
precarizzato e «impoverito». Nella crisi che hai descritto, il ceto
medio - per esempio in Brasile - sembra nascere già declassato, è
immediatamente, come sostengono altri studiosi, proletariato cognitivo
metropolitano. Cosa ne pensi di questa lettura dei movimenti sociali?
Non
avviene solo in Brasile, ma anche per almeno una parte delle forze
ribelli in Tunisia ed Egitto. Quando pariamo di un ceto medio declassato
la lotta nasce dalla rabbia del perdere ciò che si aveva; invece, in
queste società vedo una speranza frustrata. In Brasile, almeno per una
parte della gioventù intellettualizzata, c'è una nuova e grandissima
capacità, che però è bloccata. Quando prima evidenziavamo la differenza
delle lotte in una società in crescita, la questione diventa centrale
dal punto di vista della soggettività. Pensiamo ancora al Sessantotto:
in Europa occidentale, in Cecoslovacchia, negli Stati Uniti, in
Giappone, in Messico e in altri paesi c'era un'espansione soggettiva che
abbatteva gli ostacoli della vecchia società. È quello che vedo nelle
capacità intellettuali, soprattutto metropolitane, in Brasile: ci sono
nuovi orizzonti bloccati da una vecchia società, con il suo governo e la
sua ideologia di modernizzazione.
Rispetto a questa
dimensione soggettiva in espansione, in che modo sono verificati o
modificati i quattro tipi di soggettività che tu e Toni Negri avete
individuato nel libro Questo non è un manifesto: l'uomo indebitato,
l'uomo mediatizzato, l'uomo securizzato, l'uomo rappresentato?
Credo
che queste tipologie funzionino anche in queste società. La questione
del debito assume forme differenti, ma non lontane da quanto avviene nel
nord del pianete. Per questo penso che la figura dell'«uomo indebitato»
funzioni. La questione della sicurezza, come disciplina di
sorveglianza, è invece abbastanza ovvia. Il tema della rappresentanza è
il più importante, è forse la continuità più forte: non solo dal 2011,
ma fin da Seattle vi sono sperimentazioni di forme partecipative contro
la rappresentanza. O, per dirla in altra maniera, per reinventare il
concetto di leadership. A livello di semplificazione tale attitudine è
riassunto dallo slogan: «non vogliamo leader». Al contempo dobbiamo
tuttavia trovare una reinvenzione del concetto di leadership, o per
dirla in termini semplici di una leadership della moltitudine. Il modo
in cui criticherei questi quattro tipi di soggettività è nei loro
limiti, cioè non bastano. Dovrebbero essere aggiunte altre soggettività
che abbiamo pensato in questi anni, come il precario o lo sfruttato.
La
soggettività dell'«uomo indebitato» andrebbe pensata in combinazione
anche con la questione generazionale. In Brasile, per esempio, i giovani
protagonisti delle lotte sono cresciuti nell'era Lula, in una società
per certi versi post-neoliberale, o comunque si sono socializzati
immediatamente dentro le promesse di espansione di cui parlavamo. In
questo contesto, e il discorso può valere anche per la Turchia, il
debito è soprattutto rispetto a quella promessa di progresso, oltre che
come indebitamento morale nei confronti della famiglia. Se questo tipo
di analisi funziona, i movimenti sono anche una rivolta contro questo
tipo di assoggettamento attraverso il debito. Cosa ne pensi?
È
un'analisi interessante che cambia il concetto di debito. Lo articola
meglio, fino a usarlo per sipegare cose diverse. In questa accezione, il
debito non è solamente una questione monetaria, ma anche una forma
sociale. Tuttavia, vanno articolate anche le differenze, per meglio
capire gli elementi comuni. A livello monetario, ad esempio, il debito è
differente nei vari paesi: in Africa occidentale c'è poco debito
individuale, mentre il debito statale costringe tutti entro vincoli
precisi. Se il concetto di debito funziona come filo conduttore tra le
diverse lotte, bisogna modularlo per ogni società in maniera diversa.
Qualcuno potrebbe allora dire che non è utile come concetto generale, io
non credo: proverei invece a pensare il debito proprio in modi
differenti e al tempo stesso come un filo conduttore.
Spesso
viene affermato che i movimenti sociali e i conflitti che agiscono sono
sono straordinari nella loro forma destituente e faticano o si bloccano
nella loro forma costituente. Torna un problema di potere, oggi
completamente da ripensare. Come ripensare allora il nesso tra forma
destituente e costituente?
La questione è centrale e i
conflitti non forniscono ancora una risposta. È chiaro che adesso la
cosa principale è sviluppare, creare e inventare un potere costituente.
Dire comune e gestione del comune indica una guida concettuale, ma non
afferma ancora niente all'altezza di una nuova forma. Pensare alla
questione della soggettività invece che alla governance aiuta, perché le
lotte sono già capaci non solamente di distruggere dispositivi di
produzione di soggettività cattiva della crisi, ma anche di creare nuove
soggettività. Questa è una strategia per non essere depressi: dobbiamo
allora spostare il punto di vista alla questione della soggettività e
riconoscere in che maniera una soggettività alternativa è già in
produzione. Bifo ha spesso criticato sia i no global che le nuove lotte
sostenendo che nel Sessantotto c'è stata una rivoluzione nei modi di
vita e nelle soggettività sociali. Anche nel Sessantotto non è stata
concepita una strategia costituente, però si è trattato di una nuova
prospettiva sociale e di una nuova soggettività. Ecco, forse questo è
già un risultato delle lotte attuali. Affinché dopo l'euforia delle
lotte non arrivi la depressione, forse dobbiamo proprio cambiare punto
di vista.
Torniamo alla questione dello sviluppo. In
Comune, con Toni Negri avete criticato la dialettica tra modernità e
anti-modernità per individuare le linee genealogiche di
un'altermodernità. Seguendo quella griglia concenttuale, emerge la
necessità di mettere a critica tanto la tradizione «sviluppista» della
sinistra, quanto il suo opposto speculare, cioè un anti-sviluppismo che
ha assunto le sembianze della decrescita. La sfida è dunque come pensare
e praticare forme di organizzazione e sviluppo, o altersviluppo,
fondate sul comune e sulla produzione di soggettività nel comune?
È
una sfida difficile. Effettivamente la questione dello sviluppo è
parallela al gioco tra modernità e anti-modernità. Non siamo in pochi a
essere insoddisfatti sia con il modernismo sviluppista ed estrattivista,
sia con le proposte della decrescita. In America Latina, almeno nella
mia esperienza, si pone questa necessità e anche la difficoltà di
soddisfarla. Io non sono completamente convinto che quello di Lula sia
stato un governo post-neoliberale, neanche per i governi cosiddetti
progressisti in America Latina è stato facile abbandonare il
neoliberalismo. Non dico certo che Lula o Chávez fossero dei neoliberali
nascosti, il punto è che il compito di inventare un altro modello,
altersviluppista, è difficile.
Forse potremmo dire che
il governo Lula o altri governi latinoamericani erano ambigui, con
elementi di continuità neoliberale e aperture alle istanze costituenti
dei movimenti. Le lotte in Brasile sembrano essere basate su questa
ambiguità, rovesciata in potenza espansiva della nuova composizione di
classe...
Mi sembra un buon punto di vista per capire la
forza e l'origine delle mobilitazioni dentro questa ambiguità. Allora,
storicamente dobbiamo pensare sia Lula che Chávez come momenti di
transizione irrisolta. Le lotte perciò si collocano all'interno di
questa transizione irrisolta.
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