mercoledì 25 settembre 2013
Università
Ma alcune università, come la Guglielmo Marconi che Carrozza conosce molto bene, lo sono [SGA].
di Nadia Urbinati Repubblica 24.9.13
Andando
alla ricerca di un’aula di seminario agibile e sicura, il collega
francese mi fece fare il giro dell’isolato spiegandomi che la Sorbona,
gloriosa madre degli studi, si trova in uno stato pietoso poiché il
governo ha da anni adottato una politica di “razionalizzazione” ovvero
di tagli funzionali delle risorse agli atenei. Il risultato è che un’ala
del palazzo storico della Sorbona è inagibile. La destinazione
funzionale dei finanziamenti segue questa direzione: dall’Università
alle “Grandes Ecoles”, le quali si consolidano nel patrimonio e nelle
dotazioni alla ricerca con l’obiettivo di riconfermarsi il fiore
all’occhiello della Francia, quell’immagine di eccellenza che il Paese
porta nel mondo come carta d’identità.
Tutto si fa per le istituzioni
di eccellenza, mentre le università, quel reticolo di ricerca e di
educazione che ha il compito di selezionare e formare, tra l’altro,
anche i cervelli che dovrebbero poi concorrere all’accesso nelle grandi
scuole. Questa storia non è per nulla eccezionale. È uno spaccato di
quel che sta succedendo un poco dovunque in Europa (con le dovute
proporzioni dettate dai budget nazionali che non sono come sappiamo gli
stessi in tutti i Paesi). Gli effetti sono deprimenti anche perché nel
nostro continente vige generalmente un sistema universitario statale che
però viene gradualmente gestito secondo criteri privati. Le università
sono trattate come aziende che producono scarpe o abbigliamento e devono
poter immettere sul mercato prodotti competitivi a prezzi
concorrenziali. I prodotti che circolano sui banchi dei supermercati
portano etichette con descrizioni standardizzate di quel che contengono,
in modo che da Pechino a Varsavia gli acquirenti possano comprendere
quel che scelgono e quindi scegliere senza sforzo. E se il mercato
stabilisce che un genere o una marca non incontra più i favori del
pubblico, l’azienda chiude o si ricicla per produrre altro. Il criterio
della competizione di mercato è diventato un metodo universale di
giudizio e di semplificazione delle decisioni, esteso anche al campo
della ricerca e dell’educazione. Se si tratta di un sistema statale di
formazione, il Paese come un’azienda cerca di piazzare i suoi prodotti
sul mercato e lo fa mettendo in mostra i suoi gioielli, quelle
eccellenze che diventano quindi il bene principale a cui dedicarsi, e
per il quale si devono spendere risorse, tralasciando il grosso del
sistema, quella moltitudine di atenei che pare diventino una ragione di
spreco. Le eccellenze sono investimento mentre le università che coprono
ilterritorio nazionale sono una palla al piede.
Scriveva
opportunamente Marino Regini sul Corriere della Sera di qualche
settimana fa che non esiste un campionato internazionale di università,
non solo perché i criteri di valutazione sono così diversi e complessi
da rendere impossibile trovarne uno che sia semplice abbastanza da
valere per tutte le discipline e in tutto il mondo, ma prima ancora
perché il compito degli atenei non è quello di vincere gare ma di
formare “capitale umano” e trasmettere un patrimonio di conoscenze che
si consolida sul territorio e per mezzo della comunicazione
internazionale. Ma non sembra che questa sia la linea vincente, se non
altro a partire dalla riforma Gelmini che ha recepito l’idea di
trasformare la direzione degli atenei in consigli di amministrazione
composti solo in parte da personale docente e operanti secondo criteri
di valutazione e decisione cosiddetti “all’americana” (ma che non
esistono nelle università americane, dove la reputazione degli atenei si
forma secondo criteri non burocratici e centralizzati, primo fra tutti
il piazzamento dei diplomati sul mercato del lavoro). Comunque sia, la
mentalità del prodotto d’eccellenza che deve risplendere su tutti per
dare lustro al Paese (come la Ferrari o le firme dell’alta moda) è
diventata moneta corrente, conquistando le nuove leve di politici che a
questa opinione si adattano senza ombra di dubbio.
Molto
significativa la riflessione proposta pochi giorni fa dall’aspirante
primo ministro Matteo Renzi in un’intervista a “8 e mezzo”. Raccogliendo
in poche battute ad effetto il senso dell’opinione generale corrente,
ha sostenuto che gli atenei eccellenti italiani dovrebbero essere cinque
al massimo, il resto non merita. «Ma come sarebbe bello se riuscissimo a
fare cinque hub della ricerca, cosa vuol dire? Cinque realtà anziché
avere tutte le università in mano ai baroni, tutte le università
spezzettatine, dove c’è quello, il professore, poi ha la sede distaccata
di trenta chilometri dove magari ci va l’amico a insegnare, cinque
grandi centri universitari su cui investiamo... le sembra possibile che
il primo ateneo che abbiamo in Italia nella classifica mondiale sia al
centottantatreesimo posto? Io vorrei che noi portassimo i primi cinque
gruppi, poli di ricerca universitari nei vertici mondiali».
Certo, ci
sono i casi delle sedi distaccate generate per creare posti di lavoro
(i governi della prima Repubblica hanno abusato delle risorse pubbliche
per create posti di lavoro assistiti, alle poste come all’università).
Ma le “université” che come un reticolo coprono il territorio nazionale
(e formano bravi studenti apprezzati in tutti i Paesi dove vanno,
numerosi, a cercare lavoro) non sono uno spezzatino che fa velo
all’eccellenza; sono al contrario un laboratorio di energie da dove,
inoltre, prendono linfa i centri d’eccellenza. Ma il problema è un altro
ancora: i centri d’eccellenza sono finanziati con denaro pubblico e
dovrebbero quindi essere finalizzati a raccogliere il meglio anche di
quel che il sistema pubblico forma. Gli “hub della ricerca” non si
contrappongono alle università dunque, ma sono o dovrebbero essere un
loro traguardo naturale. La competizione dovrebbe servire a far emergere
verso l’alto il più gran numero non a deprimerlo per procacciare la
vittoria di pochi eletti in un campionato che, in effetti, non esiste. È
auspicabile che avvenga quanto richiesto dalle organizzazioni
universitarie e promesso dal ministro Carrozza, ovvero che non si
ascoltino soltanto quelle voci che propongono di smantellare
l’Università statale e adottano una definizione dura (ma povera) di alta
formazione come mercato delle poche eccellenze in un deserto di risorse
e ricerca.
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