mercoledì 25 settembre 2013
Ferrajoli sulla crisi italiana
Spiace che nella conversazione con la figlia di Bufalini le responsabilità del PD scompaiano [SGA].
Le incertezze del nostro Paese al Festival del diritto
Lo Stato moderno? Rischia di morire
A proposito di democrazia: intervista al filosofo del diritto Luigi Ferrajoli L’incontro
venerdì a Piacenza: «L’impotenza della politica verso l’economia spiega
è dovuta al carattere globale dei poteri finanziari e al carattere
locale dei partiti. Intanto c’è stato un rifiuto della Costituzione»
di Jolanda Bufalini l’Unità 25.9.13
LA
DRAMMATICA CRISI SOCIALE, SOSTIENE LUIGI FERRAJOLI, CONSIDERATO NEL
MONDO FRA I PIÙ IMPORTANTI FILOSOFI DEL DIRITTO, mette a rischio la
democrazia e lo stesso Stato moderno, nato, diversamente da quello
«patrimoniale» dell’Ancièn Regime, per rappresentare la sfera pubblica.
Sarà questo il tema dell’intervento del giurista, venerdì prossimo, al
Festival del diritto di Piacenza.
Lei usa, in un saggio in uscita su
«Democrazia e diritto», un’espressione molto efficace: impotenza della
politica verso l’economia, onnipotenza verso le persone, a danno dei
loro diritti. Come si è prodotta questa situazione?
«L’impotenza è
dovuta a una molteplicità di fattori, c’è l’asimmetria fra il carattere
globale dei poteri economici e finanziari, e il carattere locale della
politica, che risponde alle logiche delle elezioni, dei sondaggi dentro i
confini territoriali». Ma c’è anche, lei dice, un fattore culturale.
«C’è
la potenza dell’ideologia che concepisce il mercato come luogo della
libertà e, addirittura, considera le leggi di mercato come leggi
naturali, il lavoro dell’ economista pari a quello di un fisico. Un’
ideologia alla quale la stessa sinistra è risultata subalterna, persino
la sinistra di origine marxista per la quale, una volta, si doveva
abbattere il capitalismo. Ora che si è stabilita l’impossibilità di
abbattere o di trasformare, la sinistra è rimasta ancorata all’idea del
primato dell’economia immutabile, non aggredibile dalla politica. Poi ci
sono i conflitti di interesse, la corruzione, gli andirivieni dei
manager fra grandi imprese e incarichi politici».
L’altra faccia della medaglia è l’onnipotenza nei confronti dei cittadini.
«L’impotenza
nei confronti dei mercati finanziari ha portato a un capovolgimento
delle nostre Costituzioni, a una intolleranza, al rifiuto dei vincoli
costituzionali, per i quali la politica è sovraordinata all’economia.
Pensi agli articoli 41-43 della Costituzione italiana, dove è indicato
il fine sociale dell’economia, dove si prevede la possibilità
dell’esproprio. Le politiche europee ma anche Clinton hanno
liberalizzato la circolazione dei capitali ma impedito agli stati di
aiutare le imprese, di salvaguardare posti di lavoro. L’idea della
Thatcher, “se non siete capaci affogate” ha portato proprio a questo,
sono affogate le attività produttive inglesi, restano in piedi solo
quelle finanziarie. I mercati finanziari dettano politiche antisociali
imponendo che si ignorino i vincoli costituzionali in materia di salute,
e di lavoro. E in Italia si vuole addirittura cambiare la Costituzione,
rafforzando l’esecutivo. Dunque c’è un nesso, non una volontà di
violare la Costituzione, ma un nesso fra la subalternità al liberismo
economico e la violazione dei vincoli dettati dalla costituzioni degli
stati moderni».
Parla al plurale perché l’attacco non è solo alla Costituzione italiana ma alle costituzioni dei paesi europei?
«Parlerei
di costituzionalismo più che di costituzione, perché la Costituzione
altro non è che lo statuto, la ragione sociale dello Stato italiano, se
la ragione sociale di una impresa privata è il profitto, quella dello
Stato è l’interesse pubblico. Deriva da Hobbes: per Hobbes lo Stato era a
garanzia della vita, poi si sono aggiunte altre finalità, come la
salute, l’istruzione, il lavoro. E, con la Costituzione, questi principi
sono diventati norme vincolanti, ma non c’è un sistema di garanzie
efficaci, né c’è la possibilità di intervenire sulle inadempienze.
L’articolo 38 della Costituzione italiana prevede mezzi di sussistenza
per la disoccupazione involontaria, ma non c’è una legge di
cittadinanza. Non c’è, in Italia, una legge sulla tortura (art.13), e
non c’è sull’asilo ai rifugiati, perché si tratta di soggetti deboli: i
precari senza lavoro non hanno forza contrattuale mentre l’effettività
dei diritti si impone con le lotte sociali».
Lei è critico verso le politiche europee ma, mi pare, chiede più Europa?
«Abbiamo
unificato la moneta ma, in mancanza di un governo politico
dell’economia europea, subiamo le decisioni di organi sovranazionali che
non ci rappresentano. Il risultato è che gli stati non controllano la
propria moneta, a vantaggio degli stati più forti come la Germania. Però
anche la Germania, sul lungo periodo, finirà per essere danneggiata.
Ciò che è più grave è il venir meno della percezione, in Grecia, in
Italia, in Spagna, dell’Europa come progresso e quindi il crollo dello
spirito unitario dell’europeismo. A mio avviso questo è l’aspetto più
irresponsabile, la Grecia si poteva salvare con pochi milioni di euro,
del passo indietro che si è compiuto nella politica economica in nome di
una supposta eguaglianza delle condizioni di mercato».
Fra i nessi che lei stabilisce c’è quello del discredito della politica.
«Il
discredito è dovuto al carattere parassitario della politica, dal
momento che la politica non ha la capacità di governo si trasforma in
tecnocrazia, non per caso abbiamo avuto il governo Monti. In Italia c’è
mezzo milione di persone che vive di politica ma non svolge la propria
funzione, è chiaro che, in queste condizioni, si crea una casta.
Poi
ci sono le particolarità italiane, Berlusconi, la corruzione,
l’abbassamento della qualità della rappresentanza dovuto alla legge
elettorale». Definisce l’Italia un caso clinico?
«Il caso clinico più
radicale, se si considera che, fra quelli che hanno votato, due terzi
si sono espressi in favore di partiti padronali».
Un partito padronale è noto, quello di Berlusconi. L’altro?
«È
Grillo. È avvilente vedere 150 parlamentari che hanno paura di
dissentire. E i due partiti padronali o non praticano o sono contro il
divieto del vincolo di mandato. Ma tale divieto non è una invenzione
della casta, è l’essenza stessa della democrazia rappresentativa. Senza,
il parlamentare non rappresenta la nazione ma un padrone, un interesse
particolare, un partito».
Cosa pensa del finanziamento pubblico?
«Sono
decisamente controcorrente, penso che dovrebbe essere proibito non il
finanziamento pubblico ma quello privato che non sia quello degli
iscritti e commisurato agli stipendi. Vietato il finanziamento delle
persone giuridiche, se vogliamo che il nostro voto vada ai partiti e non
ai loro finanziatori. Finanziamento che dovrebbe essere subordinato a
uno statuto democratico».
Lei resta convinto della funzione democratica dei partiti?
«I
partiti sono essenziali ma o si rifondano o finiscono. Pensi al partito
di Berlusconi, tutto schierato attorno ai problemi del capo, le accuse
di tradimento contro chi esprime dei dubbi. Cito sempre una lucidissima
definizione di Aristotele: “la demagogia scrive Aristotele è la forma di
governo in cui sovrani sono molti non considerati, però come nella
democrazia come singoli che votano e dissentono con l’inevitabile
pluralismo che ne consegue, bensì nella loro totalità”».
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