Intervista allo storico dei libri Robert Darnton che spiega i collegamenti tra la cultura del Settecento, i testi digitali e le possibilità aperte dall’“open access”
domenica 13 ottobre 2013
Editoria: parla Robert Darnton
La Babele democratica
Intervista allo storico dei libri Robert Darnton che spiega i collegamenti tra la cultura del Settecento, i testi digitali e le possibilità aperte dall’“open access”
Intervista allo storico dei libri Robert Darnton che spiega i collegamenti tra la cultura del Settecento, i testi digitali e le possibilità aperte dall’“open access”
di Massimiano Bucchi Repubblica 12.10.13
Le fiabe
terrificanti della tradizione contadina; un massacro di gatti perpetrato
da un gruppo di tipografi parigini; i rapporti di un ispettore di
polizia su scrittori pericolosi per il regime; la classificazione e
suddivisione dei saperi nell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert.
Queste le singolari chiavi di accesso che Robert Darnton sceglie per
ricostruire i “modi di pensare” nella Francia del Settecento.
Il
grande massacro dei gatti.,ripubblicato in questi giorni da Adelphi e
tradotto in una ventina di lingue, è uno dei suoi libri di maggior
successo. Storico delle idee con un breve ma significativo background
giornalistico – un’esperienza giovanile alla cronaca nera delNewYork
Times che talora affiora nelle sue vivide narrazioni – Darnton insegna
ad Harvard dove dirige anche la biblioteca universitaria, la più grande
biblioteca accademica e sistema bibliotecario privato del mondo.
Come
responsabile della biblioteca di Harvard lei si è espresso spesso a
favore del cosiddetto open access. Vede un rapporto tra queste posizioni
e il suo lavoro di studioso dell’Illuminismo e delle varie forme di
circolazione del sapere?
«C’è sicuramente una connessione, anche se
non è arrivata intenzionalmente. Come studioso dell’Illuminismo sono
sempre stato attratto dall’idea di “Repubblica delle lettere”: una
Repubblica senza confini, aperta a tutti, egalitaria. È un’idea che
forse precede addirittura l’Illuminismo, centrale per il modo in cui
l’Illuminismo vedeva se stesso. Oggi con i media digitali abbiamo la
possibilità di realizzare quella che all’epoca era forse un’utopia.
Così, quando mi sono trovato a capo della biblioteca di Harvard, con i
suoi 17 milioni di volumi, ho cercato di fare il possibile per mettere a
disposizione questo patrimonio non solo a docenti e studenti,ma a tutto
il mondo, cercando di evitare che fosse monopolizzato da colossi come
Google. Ci vorrà ancora molto tempo, e ci sono ancora molti problemi da
risolvere, ma con il progetto Digital Public Library of America
(www.dp.la) oggi siamo già in grado di offrire libero accesso a oltre 4
milioni di contenuti digitali».
Che cosa sono i modi di pensare, gli “stili culturali” che il libro cerca di ricostruire?
«L’ambizione
è quella di far emergere i modi in cui l’esperienza è organizzata
attraverso schemi concettuali, incluso il linguaggio. C’è una tonalità
negli scambi sociali che è peculiare a una certa società o ad un gruppo
sociale in un certo periodo e luogo, un certo “idioma” per così dire.
Naturalmente la pretesa del libro non è quella di ricostruire
definitivamente la “visione del mondo” dei contadini fran-cesi
dell’epoca attraverso le fiabe che si raccontavano, ma introdurre a un
certo modo di fare storia, mettere insieme diverse informazioni in un
disegno che si avvicini il più possibile all’originale».
Esiste
dunque una specificità dei modi di pensare, degli stili culturali? Uno
stile francese diverso da quello tedesco o italiano?
«Naturalmente
non si possono sottovalutare le differenze regionali, a partire dal
fatto che molti francesi dell’epoca che io studio non parlavano nemmeno
il francese! Tuttavia già autori come Delarue parlavano di una
“francesità” che emerge ad esempio confrontando le fiabe popolari con
quelle tedesche dello stesso periodo. In un libro più recente mi occupo
di come le forze dell’ordine francesi, a metà Settecento, davano la
caccia agli autori di poesie e canzoni popolari ritenute sediziose,
seminando di spie le sale da caffè. Queste composizioni si sentivano
dappertutto e facevano probabilmente la funzione di notiziari per
l’epoca; esse rivelano un tono, un inconfondibile idioma comune, anche
nella parte musicale. Questi poeti e musicisti di strada, oggi
completamente dimenticati, formavano una vera e propria subcultura che
non era disconnessa dalla “cultura alta”; alcuni di loro erano amici di
Diderot e lui stesso fa riferimento a questa tradizione, ad esempio in
Jacques le fataliste.La cultura orale non era isolata da quella degli
intellettuali, le correnti culturali si muovono continuamente verso
l’alto e verso il basso…».
La specificità di stili culturali e modi di pensare resiste anche oggi, in un’epoca di intensa comunicazione globale?
«Direi
di sì, seppure con prudenza… oggi è facile parlare di “villaggio
globale” ma un’immagine scattata da uno smartphone in Egitto è un
oggetto culturale mediato da una specifica sensibilità. Tutto il mondo
può condividere un repertorio di immagini, suoni ed eventi; le correnti
culturali viaggiano in tutto il mondo così come nel Settecento
viaggiavano tra i caffè letterari e le campagne. Questo non significa
che tutto si sia appiattito e certamente non cancella le specificità
culturali…».
Pensa che il suo metodo possa essere applicato anche
all’epoca contemporanea? Ad esempio, si può ricostruire l’ambiente e lo
stile culturale della Germania orientale a partire dai documenti della
Stasi?
«Per l’appunto ho appena terminato un libro sulla censura che
prende in esame, tra l’altro, proprio il caso della Germania Est nel
periodo comunista. L’idea è di comprendere che cos’era in effetti
lacensura dal punto di vista operativo, analizzando gli interventi
materiali e i cambiamenti apportati alle opere da autori, editori e
autorità, ad esempio ricostruendo come gli stessi poeti cercavano di
negoziare con la censura. Noi tendiamo ad averne uno stereotipo
astratto, ma nella pratica la censura è fatta di negoziazione, di
complicità, di andirivieni tra produttori e controllori».
Da un certo punto di vista, quindi, si potrebbe parlare dei censori come coautori delle opere in questione?
«Esattamente,
è proprio questo il punto. Un esponente della censura tedesca scrive:
“Su questo manoscritto ci ho lavorato più io dell’autore!”. Un’opera
come un libro è sempre il risultato della collaborazione di autori,
tipografi, editori, e in certi casi perfino di censori».
Il
grande massacro dei gatti di Robert Darnton, Adelphi pagg. 422, euro 28
Darnton, storico, è anche direttore della biblioteca della Harvard
University
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