domenica 13 ottobre 2013

Raccolte le riflessioni di Kulturkritik di Piero Buscaroli

Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli
Leccatori - fino a ieri - del culo di Berlusconi che si indignano! [SGA].

Piero Buscaroli: Una nazione in coma. Dal 1793, due secoli, Minerva editore, 569 pagine, 19 euro


Nel dopoguerra la nuova morale politica dei vincitori lavò le coscienze ma anche il carattere di un intero popolo. Che cadde nel conformismo 

Stenio Solinas - il Giornale Gio, 10/10/2013


Italia, una «nazione in coma» salvata dai suoi reietti letterari
Per Piero Buscaroli lo Stivale, come la Vandea, si avvia verso l’implosione etica e politica La sua speranza è la lezione di Soffici, Longanesi, Praz e gli «anti-italiani» di tradizione
18 ott 2013 Libero GENNARO MALGIERI

Piero Buscaroli non finisce mai di stupirci. Con la sua prosa scintillante e seducente continua a mettere in fila pagine su pagine di narrazioni finalizzate ad offrire un quadro veritiero, per quanto livido (non è colpa sua) di quella decadenza italiana che fin da giovanissimo vide manifestarsi ed avanzareinesorabilmente. Lofa con il piglio di un militante dello “spirito della nazione” traendo dalle lezioni della storia, recente e meno, la convinzione che all’agonia di un popolo, quando si manifesta, ci si può opporre solo se si hanno le qualità morali per suscitare reazioni adeguate allo scopo, sennò è meglio lasciar perdere.
Che l’Italia sia Una nazione in coma ( Minerva edizioni, pp. 568, euro 19) non c’è dubbio e l’autore pur essendosene fatta una ragione, non si priva del dolore di raccontare come e perché si sia impaludata al punto di scomparire moralmente, culturalmente, politicamente. Diventare cioè irrilevante. Il suo è stato un lento suicidio che certo non è incominciato nel 1945, ma da allora ha indiscutibilmente subito un’accelerazione che nessuno ha potuto arrestare. Anzi, in tanti, con un attivismo degno di miglior causa, si sono prodigati per affrettare la “fine di un mondo”, nell’accezione di Stefan Zweig, più che di una comunità nazionale che pure aveva dato nei secoli prove di grandezza inimitabili alle quali Buscaroli, comeestrema vendetta contro lemeschinità del presente, rimane ostinatamente avvinto. E comincia con il rendere omaggio al capostipite moderno dei “resistenti” alla menzogna ed alla viltà intellettuali: l’eroe vandeano Charette de La Contrie che Aleksandr Solzenicyn ha riportato agli onori dell’attenzione che merita come protagonista di un’epopea dimenticata la cui memoria venne annegata nel sangue dai rivoluzionari del 1793, un’operazione criminale dalla quale originarono tutte le nefandezze che per due secoli hanno stravolto le esistenze di popoli, distrutto le loro culture, offeso le fedi in cui credevano.

L’Italia non è stata immune dalla grande falcidia operata innomedella Dea Ragione e perciò Buscaroli prende le mosse da essa per spiegare la sua fine, in questo autentico Zibaldone di ricordi, scritti sparsi e soltanto apparentemente disomogenei, suggestioni e valutazioni storiche, incontri ed eventi che ha seguito per sessant’anni da vicino. Una fine, oltretutto priva di grandezza come nella storia lo state tante volte le nazioni, gli Stati e gliimperi, già preconizzata da Benedetto Croce il 24 luglio 1947, all’Assemblea Costituente, quando pronunciò parole definitive sul “Trattato di pace”: «Noi italiani abbiamo perduto una guerra, e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che l’hanno deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi, senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte». E invece c’è stato chi ha volto a suo vantaggio la disfatta, come dopo la prima guerra mondialela vittoriavennenegata a fini di parte. «Gente senza prestigio e senza coraggio» scrive Buscaroli «senza idee e senza volontà, senza dignità e senza cultura»: ecco chi ha fondato ed occupato la Repubblica, fiutando il vento ogni mattina e disposta a qualsiasi compromesso pur di restare aggrappata al potere impropriamente conquistato.
C’è rabbia, nostalgia per un’altra Italia (quella dei secoli che non tramontano) in questo libro, ma anche lo spazio per il ricordo di quietanti personaggi nella patria in rianimazione. Questi ultimi, amici e maestri, le restituiscono parzialmente l’onore perduto. Soffici e Paratore, Longanesi e De Vergottini, Messina e Praz, soprattutto Vincenzo Cardarelli - per chi scrive il più grande poeta italiano del Novecento, che della sua misoginia fece un atto accusa agli sciagurati deturpatori dell’italianità e le cui pagine di Parliamo dell’Italia restano le più vive a testimonianza di un amore perduto, di un sogno civile infranto - sono infatti gli interpreti esemplari che offre, tra i molti, l’Autore di un’Italia civile purtroppo perduta.
Una nazione in coma, a dirla tutta, è l’esegesi finale di un anatomopatologo applicato ad una storia infranta chepersgombrare ilcampodalle illusioni di crede che dopotutto la situazione non sia poi così grave sceglie le parole di Emile Cioran: «Cadere dalla eternità nel tempo fu, finora, la regola. Ma si può cadere più in basso: cadere perfino fuori del tempo. Non è affatto escluso che questa esperienza diventi, un giorno, da individuale, un fatto che ci riguarderà tutti...». Chi può dire che questa sorte non sia capitata a noi, italiani che non sappiamo dire quanto durerà il coma e se mai ne usciremo?

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