Leccatori - fino a ieri - del culo di Berlusconi che si indignano! [SGA].
Piero Buscaroli: Una
nazione in coma. Dal 1793, due secoli, Minerva editore, 569 pagine, 19 euro
Nel dopoguerra la nuova morale politica dei vincitori lavò le coscienze ma anche il carattere di un intero popolo. Che cadde nel conformismo
Stenio Solinas - il Giornale Gio, 10/10/2013
Italia, una «nazione in coma» salvata dai suoi reietti letterari
Per Piero Buscaroli lo Stivale, come la
Vandea, si avvia verso l’implosione etica e politica La sua speranza è
la lezione di Soffici, Longanesi, Praz e gli «anti-italiani» di
tradizione
18 ott 2013 Libero GENNARO MALGIERI
Piero Buscaroli non finisce mai di stupirci. Con la sua prosa
scintillante e seducente continua a mettere in fila pagine su pagine di
narrazioni finalizzate ad offrire un quadro veritiero, per quanto livido
(non è colpa sua) di quella decadenza italiana che fin da giovanissimo
vide manifestarsi ed avanzareinesorabilmente. Lofa con il piglio di un
militante dello “spirito della nazione” traendo dalle lezioni della
storia, recente e meno, la convinzione che all’agonia di un popolo,
quando si manifesta, ci si può opporre solo se si hanno le qualità
morali per suscitare reazioni adeguate allo scopo, sennò è meglio
lasciar perdere.
Che l’Italia sia Una nazione in coma ( Minerva edizioni, pp. 568, euro
19) non c’è dubbio e l’autore pur essendosene fatta una ragione, non si
priva del dolore di raccontare come e perché si sia impaludata al punto
di scomparire moralmente, culturalmente, politicamente. Diventare cioè
irrilevante. Il suo è stato un lento suicidio che certo non è
incominciato nel 1945, ma da allora ha indiscutibilmente subito
un’accelerazione che nessuno ha potuto arrestare. Anzi, in tanti, con un
attivismo degno di miglior causa, si sono prodigati per affrettare la
“fine di un mondo”, nell’accezione di Stefan Zweig, più che di una
comunità nazionale che pure aveva dato nei secoli prove di grandezza
inimitabili alle quali Buscaroli, comeestrema vendetta contro
lemeschinità del presente, rimane ostinatamente avvinto. E comincia con
il rendere omaggio al capostipite moderno dei “resistenti” alla menzogna
ed alla viltà intellettuali: l’eroe vandeano Charette de La Contrie che
Aleksandr Solzenicyn ha riportato agli onori dell’attenzione che merita
come protagonista di un’epopea dimenticata la cui memoria venne
annegata nel sangue dai rivoluzionari del 1793, un’operazione criminale
dalla quale originarono tutte le nefandezze che per due secoli hanno
stravolto le esistenze di popoli, distrutto le loro culture, offeso le
fedi in cui credevano.
L’Italia non è stata immune dalla grande falcidia operata
innomedella Dea Ragione e perciò Buscaroli prende le mosse da essa per
spiegare la sua fine, in questo autentico Zibaldone di ricordi, scritti
sparsi e soltanto apparentemente disomogenei, suggestioni e valutazioni
storiche, incontri ed eventi che ha seguito per sessant’anni da vicino.
Una fine, oltretutto priva di grandezza come nella storia lo state tante
volte le nazioni, gli Stati e gliimperi, già preconizzata da Benedetto
Croce il 24 luglio 1947, all’Assemblea Costituente, quando pronunciò
parole definitive sul “Trattato di pace”: «Noi italiani abbiamo perduto
una guerra, e l’abbiamo perduta tutti, anche coloro che l’hanno
deprecata con ogni loro potere, anche coloro che sono stati perseguitati
dal regime che l’ha dichiarata, anche coloro che sono morti per
l’opposizione a questo regime, consapevoli come eravamo tutti che la
guerra sciagurata, impegnando la nostra patria, impegnava anche noi,
senza eccezioni, noi che non possiamo distaccarci dal bene e dal male
della nostra patria, né dalle sue vittorie né dalle sue sconfitte». E
invece c’è stato chi ha volto a suo vantaggio la disfatta, come dopo la
prima guerra mondialela vittoriavennenegata a fini di parte. «Gente
senza prestigio e senza coraggio» scrive Buscaroli «senza idee e senza
volontà, senza dignità e senza cultura»: ecco chi ha fondato ed occupato
la Repubblica, fiutando il vento ogni mattina e disposta a qualsiasi
compromesso pur di restare aggrappata al potere impropriamente
conquistato.
C’è rabbia, nostalgia per un’altra Italia (quella dei secoli che
non tramontano) in questo libro, ma anche lo spazio per il ricordo di
quietanti personaggi nella patria in rianimazione. Questi ultimi, amici e
maestri, le restituiscono parzialmente l’onore perduto. Soffici e
Paratore, Longanesi e De Vergottini, Messina e Praz, soprattutto
Vincenzo Cardarelli - per chi scrive il più grande poeta italiano del
Novecento, che della sua misoginia fece un atto accusa agli sciagurati
deturpatori dell’italianità e le cui pagine di Parliamo dell’Italia
restano le più vive a testimonianza di un amore perduto, di un sogno
civile infranto - sono infatti gli interpreti esemplari che offre, tra i
molti, l’Autore di un’Italia civile purtroppo perduta.
Una nazione in coma, a dirla tutta, è l’esegesi finale di un
anatomopatologo applicato ad una storia infranta chepersgombrare
ilcampodalle illusioni di crede che dopotutto la situazione non sia poi
così grave sceglie le parole di Emile Cioran: «Cadere dalla eternità nel
tempo fu, finora, la regola. Ma si può cadere più in basso: cadere
perfino fuori del tempo. Non è affatto escluso che questa esperienza
diventi, un giorno, da individuale, un fatto che ci riguarderà
tutti...». Chi può dire che questa sorte non sia capitata a noi,
italiani che non sappiamo dire quanto durerà il coma e se mai ne
usciremo?
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