lunedì 28 ottobre 2013

Il romanzo di una fine divenuta piccola piccola

Il desiderio di essere come tutti
Francesco Piccolo: Il desiderio di essere come tutti, Einaudi

Risvolto
I funerali di Berlinguer e la scoperta del piacere di perdere, il rapimento Moro e il tradimento del padre, il coraggio intellettuale di Parise e il primo amore che muore il giorno di San Valentino, il discorso con cui Bertinotti cancellò il governo Prodi e la resa definitiva al gene della superficialità, la vita quotidiana durante i vent'anni di Berlusconi al potere, una frase di Craxi e un racconto di Carver... Se è vero che ci mettiamo una vita intera a diventare noi stessi, quando guardiamo all'indietro la strada è ben segnalata, una scia di intuizioni, attimi, folgorazioni e sbagli: il filo dei nostri giorni. Francesco Piccolo ha scritto un libro anomalo e portentoso, che è insieme il romanzo della sinistra italiana e un racconto di formazione individuale e collettiva: sarà impossibile non rispecchiarsi in queste pagine (per affinità o per opposizione), rileggendo parole e cose, rivelazioni e scacchi della nostra storia personale, e ricordando a ogni pagina che tutto ci riguarda. "Un'epoca - quella in cui si vive - non si respinge, si può soltanto accoglierla". 

Goodbye Berlinguer. L’illusione della purezza
Con una scrittura felice Francesco Piccolo dà voce ai sentimenti privati e politici di un uomo di sinistra
di Emanuele Trevi Corriere 28.10.13

Come tutti i desideri che si rispettino, e nonostante la sua ingannevole umiltà, anche Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo è una proiezione di se stesso nell’impossibile, una tensione destinata a non trovare mai il suo punto di approdo e una sfida consapevole al principio di realtà. Se valutassimo questa aspirazione secondo il metro del buon senso, tanto varrebbe desiderare di essere migliori o più belli di tutti gli altri. Nel libro di Piccolo, poi, le cose si complicano notevolmente perché il significato di quei «tutti» non è per nulla generico, non se ne sta lì come un semplice bersaglio di cartone sul quale prendere la mira. Al contrario, si potrebbe dire che il vero argomento affrontato da Piccolo sia la ricerca di un significato possibile a questa parola, «Tutti», che campeggia a caratteri cubitali sulla prima pagina dell’«Unità», all’indomani degli immensi funerali di Enrico Berlinguer, celebrati il 13 giugno del 1984. 


Quel giorno, il ventenne Piccolo se ne era rimasto a casa sua, a Caserta, chiuso nella stanza dei genitori a guardare i funerali in tv, piangendo e sollevando il pugno chiuso, seduto su una scomoda poltroncina, col timore dell’arrivo imprevisto di un genitore o di un fratello. Nessuno, per sua fortuna, violò la solitudine del momento e lo scrittore regala a noi l’imbarazzante privilegio di sorprenderlo in quell’assurda posizione, spiacevole ed enfatica al tempo stesso, dunque inevitabilmente comica. 

Piccolo è diventato nel corso del tempo un maestro di questi rapidi autoritratti, che hanno il merito di rendere credibile il percorso di conoscenza in corso. È vita ed è nello stesso tempo esercizio intellettuale, senza che l’una ostacoli l’altro o viceversa, in una specie di pirandellismo a oltranza, specializzato nel cavare sorprendenti gocce di saggezza dal futile e dall’aleatorio. È un buon metodo, capace di produrre frutti memorabili; ma un bravo scrittore non si può accontentare di questo. Alle soglie dei cinquant’anni, Piccolo ha deciso di allargare decisamente l’orizzonte. 
Il desiderio di essere come tutti è un’autobiografia politica o, meglio, la storia di un individuo che percepisce se stesso come appartenente a una comunità. Fatti di natura privata si intrecciano a un lunghissimo segmento della storia civile dell’Italia, quarant’anni suddivisi in due parti, la prima intitolata a Enrico Berlinguer, la seconda a Silvio Berlusconi. Come si sarà intuito dalla scena dei funerali di Berlinguer seguiti in televisione, il protagonista di questa storia è un ragazzo, poi un uomo di sinistra. 
Come tanti della sua età e delle sue idee, anche Piccolo può affermare che la sorte, dal punto di vista politico, non gli ha riservato nulla di bello, nemmeno una di quelle stagioni esaltanti che ogni generazione aspira a vivere. Lui però, non scrive per lagnarsi. La mancanza di una cosa è un oggetto altrettanto interessante della cosa stessa. La cosa che manca, ed è sempre mancata, è una duratura vittoria della sinistra, assieme a tutte le possibilità storiche che questa avrebbe comportato. 
Ma la sconfitta non è solo la mancanza di vittoria: essa infatti è capace di produrre un intero modo di vedere il mondo e in definitiva un modo di essere. Piccolo descrive un dramma collettivo di proporzioni gigantesche, tale da suggerire anche al suo stile perplesso e suadente certe inusuali punte di solennità o di stizza. Ci racconta una lunga e spaventosa metamorfosi, psicologica ancora prima che ideologica, che ha condotto la sinistra ad albergare in sé un sentimento di «purezza» morale capace di erigere un muro fra sé e l’avversario. E ci fa vedere come questa pretesa di superiorità, che confonde l’etica e la politica come in un gioco delle tre carte, non può che aver trasformato la sinistra in una grande forza conservatrice, custode di valori nobili ma immutabili nel tempo, indiscutibili, impermeabili al cambiamento. 
Come tutti hanno potuto vedere con i propri occhi e come Piccolo racconta magistralmente, questa catastrofe intellettuale della superiorità ha trovato l’impulso finale con l’avvento di Berlusconi. Noto con piacere che Piccolo non manca di aggiungere alla lunga lista dei sintomi di questa specie di malattia mentale collettiva anche il verbo «resistere», svuotato di ogni credibilità da un uso davvero dissennato. Flannery O’Connor una volta ha scritto che c’è gente che vive «in un mondo che Dio non ha mai creato». Mi sembra una splendida definizione di questo carcere piranesiano della purezza e della conservazione descritto da Piccolo. Che invece non ce la fa a sentirsi superiore agli altri per un motivo del tutto opinabile e personale, ma proprio per questo decisivo: lui, in questi vent’anni, ha goduto di una vita felice. Nonostante il fatto che gli eventi della politica producano in lui notevoli riflessi interiori e nonostante il fatto che non ci sia giorno che non gli porti delle amarezze da quella parte, non può tacere questa verità. Se avesse avuto una malattia grave, se avesse perso una persona cara, se fosse finito nei guai con la giustizia, la sua felicità sarebbe stata sicuramente diminuita o estinta. Berlusconi invece non ce l’ha fatta. 
Ne possiamo dedurre, con la certezza di un corollario matematico, che questa sfera d’esistenza rappresentata dalla lotta politica, che appassiona Piccolo così come ci si può appassionare al calcio o all’arte contemporanea, non possiede i requisiti necessari a determinare la soddisfazione, l’interesse, lo spavento, l’erotismo che le esperienze davvero decisive riescono a suscitare in noi. Per utilizzare la celebre distinzione di Jacques Lacan, non si può negare alla politica un grado, seppur minimo, di realtà, ma di sicuro essa non fa parte del «reale», inteso come ciò che ogni singolo individuo sperimenta come «insostenibile», sia nel dolore sia nella gioia. La più profonda verità morale che si possa cavare dagli ultimi venti anni è che Berlusconi è sostenibilissimo. Di certo, perlomeno, non fa parte del reale quella melassa di opinioni, buoni sentimenti e inani risentimenti prodotta da un ambiente intellettuale talmente separato dal mondo da essersi convinto, in buona fede, di vivere sotto il tallone di una dittatura, sempre dichiarando di voler vivere altrove e mai togliendosi effettivamente dai piedi. 
Francamente, mi convince poco la strategia fin dal titolo messa in atto da Piccolo per evadere da questa palude. Sono d’accordo sul fatto che chi la pensa come noi non ha mai nulla di importante da insegnarci, ma non nutro una stima dell’umanità tale da pensare che in quei «tutti» che lo scrittore desidera raggiungere, dall’altra parte dell’inutile barricata, ci sia qualcosa di così prezioso. L’unica cosa davvero trasversale che esiste nelle nostre democrazie è la stupidità. Sarei più incline alla fuga solitaria, al rispondere solo di se stessi, al distacco totale dall’idra morbosa dell’opinione. 
Ma non dimentico che quello che ho appena letto non è un saggio, ma un romanzo. La differenza tra un saggio e un romanzo non è nello stile e nel linguaggio, ma nel fatto che nel secondo si indica una strada che può valere solo, fino in fondo, per chi l’ha scritto. Quello che davvero vale per tutti, invece, è l’amore viscerale di Piccolo per il presente, il suo rimanere ben piantato nella vita che gli è toccata, quell’assoluta, purissima incapacità di stare altrove che ci ha raccontato fin dai suoi primi libri. È con un brivido di empatia e complicità che lo ritroviamo ancora qui, che in fondo è l’unico posto dove si possa stare con dignità e con spirito poetico, sempre a caccia dei suoi momenti di felicità. 
I menagrami e i moralisti non ci crederanno mai, ma è un’attività che basta da sola a riempire un’esistenza. 

Così a San Valentino Craxi uccise un amore (oltre alla scala mobile)

I sindacati divisi e il pupazzo di Snoopy

di Francesco Piccolo Corriere 28.10.13

Alla fine, dopo aver tentato fino all’ultimo secondo di chiudere un accordo condiviso da tutte le parti, il 14 febbraio del 1984 il governo emanò un decreto legge che metteva in moto il processo di abolizione della scala mobile, tagliandola di quattro punti (percentuali). Come si disse più volte nei mesi successivi, si era trasformata in una questione simbolica (nella pratica, il decreto avrebbe inciso pochissimo sugli stipendi, quindi la soluzione era, come volevano i sindacati, blanda); ma era un cambiamento epocale sia rispetto al rapporto tra il salario e l’inflazione sia (soprattutto) rispetto all’idea di condivisione e collaborazione tra governo e parti sociali. Perché quello di Craxi fu uno strappo — dopo mesi di trattative — dalla cui parte si schierarono due grandi sindacati su tre, e che quindi segnò la fine anche dell’armonia sindacale. All’interno della Cgil ci fu la divisione tra socialisti e comunisti; e tra i comunisti ci furono parecchie tensioni, perché non tutti erano d’accordo. Nella sostanza, anche se il cammino fu tortuoso, la storia della scala mobile si risolse di fatto il giorno in cui il governo di Craxi emanò il decreto. 


Quel decreto venne chiamato, ed è ancora oggi chiamato da tutti: il decreto di San Valentino. 

Quindi, quando Elena mi disse che anche il giorno di San Valentino si fa politica, non mi stava soltanto rimproverando, ma stava anche facendo una specie di profezia concreta. Su noi due, e sul Paese. Su noi due si concretizzò all’istante, sul decreto qualche anno dopo. 
Per questo Elena rifiutò il mio regalo, e fece bene. Certo, non mi amava; ma adesso potevo comprendere senza più ambiguità che non mi amava perché una di sinistra non amava uno così. 
Il decreto di Craxi in opposizione alla volontà di Berlinguer fece ingresso nella mia vita per dare il colpo finale anche a quel mio azzardo sotto forma di Snoopy avvolto nella carta rosa. Dimostrava in pratica — quasi si potrebbe dire che quantificava — la grandezza del mio errore, quanto fossi fuori sincrono con il mondo a cui aspiravo, e perfino con l’amore a cui aspiravo. 
Nel giorno di San Valentino, in due tempi diversi, si è perfezionato, anche se a mio sfavore (e né qualche anno prima né in quel momento avrei potuto immaginare quanto), il mio rapporto tra la vita privata e la vita pubblica. Perché da quel giorno il rapporto con l’amore sarebbe cambiato per sempre, trascinandosi dietro un incontrollato desiderio di rivalsa, di riscatto, di vendetta — per sintetizzare, avrei vissuto l’amore per il resto della mia vita con un misto di concretezza (avere a che fare soltanto con amori possibili) e di cinismo (non avere nessun timore di provocare sofferenza, perché ero in credito illimitato con la sofferenza); la mia idea di me stesso, in piedi nel buio con un pupazzo di Snoopy in mano, sarebbe diventata l’immagine di un rimprovero continuo: prima a me stesso, e poi a chiunque volesse amarmi. 
Ma anche la giustificazione a ogni malefatta sentimentale per il resto della mia vita: ne ho diritto perché ho sofferto in modo inconsolabile quando ho amato la prima volta. 
E all’opposto, quattro anni dopo, la mia adesione al Partito comunista eliminò ogni possibile criticità, e cominciò a correre verso la risoluzione delle contraddizioni. 
Oltre che per un’idea concreta e del tutto sincera, da parte di Craxi e del suo governo, di tentare di mettere un freno all’inflazione, il destinatario reale di quel decreto era davvero Berlinguer, era la sfida definitiva lanciata al suo avversario. 
Berlinguer accolse la sfida. 
La scala mobile era il mezzo per la divisione tra due partiti — tra due uomini. Era l’oggetto della disputa, ma era anche il modo di concretizzare una disputa che era nell’aria da tempo, così come Elena aveva usato lo Snoopy per stanare la distanza tra noi due. Quello fu l’ultimo giorno del nostro fidanzamento, quell’altro fu l’ultimo giorno in cui si poté sperare in un dialogo tra le due sinistre.

Il comunismo piccolo piccolo di Piccolo
Massimiliano Parente - il Giornale Dom, 03/11/2013 

Berlinguer ti volevo bene
Francesco Piccolo e la parabola triste di una sinistra perduta Un viaggio esistenziale lungo vent’anni negli errori della politicadi Concita De Gregorio Repubblica 7.11.13

Il libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come TUTTI, è un’autobiografia personale e politica degli ultimi quarant’anni. Quelli della nostra generazione: né giovani né vecchi, la generazione di mezzo. Racconta le illusioni, le debolezze, i dubbi, le felicità di tanti di noi arrivati dalla provincia, da famiglie di gente semplice, pieni di passioni da mettere in campo, gli occhi sgranati a guardare come funziona il mondo. Racconta le cose che abbiamo visto, dice di quel perpetuo senso di estraneità che ci portiamo appresso — ero comunista per mio padre, troppo borghese e superficiale per quelli che avrei voluto fossero i miei amici, troppo impegnato per i miei amici, scrive Piccolo — quell’essere sempre ospite ovunque, sempre dentro a metà. Eravamo ragazzini quando hanno rapito Moro, ragazzi il giorno dei funerali di Berlinguer.
Sentivamo senza saperlo che saremmo diventati adulti nell’epoca dell’Ormai: quando ormai essere comunisti non era più possibile, diceva Occhetto, ormai il progresso e la modernità non appartenevano più alla sinistra ma a nuove spregiudicate bande di attempati festaioli, ormai si doveva assistere al levarsi di scudi, alle opposte trincee in cui si veniva a forza spinti dall’avanzata del pensiero binario, sei maschilista o femminista, forcaiolo o garantista, indiano o cowboy e pazienza per la scomparsa di quel che è complesso e impossibile da dire in 32 secondi in tv, pazienza per lo sparire dei forse, parliamone. Infine era Ormai il tempo, per la sinistra, della minorità triste: il benessere nemico dell’etica (fai il comunista e vai a sciare, sei comunista e ti piacciono le collane), la messa al bando della felicità, roba di destra. Ormai non ci si poteva più sentire a casa in nessun posto, se non a casa nostra.
Dunque mentre racconta i vent’anni decisivi della nostra vita, dalla metà dei Settanta alla metà dei Novanta, e parla di sua madre di sua zia e del terremoto e del colera, Piccolo riscrive la storia politica di questo paese e la parabola triste di una sinistra perduta. La storia grande vista da un luogo periferico, dove sembrava che la storia non dovesse passare mai e invece eccola, prende nota nel diario dei giorni: la lettura del libro di Camilla Cederna confidata sul letto allo zio Nino, la notizia del rapimento di Moro nello sguardo fiero della compagna di banco, il funerale di Berlinguer dalla porta chiusa della camera da letto del padre.
Momenti fissati da allora per sempre alla propria biografia, dunque al senso che per ciascuno di noi ha la storia. A quello che volevamo essere, a come siamo diventati. A come sono diventati gli altri tutto attorno a noi, quando e perché. I giornali, le sezioni, i circoli letterari e cinefili, per esempio, persino le piazze della sinistra che ammettono al loro interno solo propri simili, se possibile devoti e di qualcosa grati, non leali ma fedeli, voci e volti in grado di confermare, rispecchiare e ribadire l’opinione in quel momento dominante: la linea. Una sinistra così spaventata e spalle al mondo pullula di nemici, Piccolo è stato a lungo uno di loro e fa davvero sorridere il coro di lodi che oggi si leva all’autore da quegli stessi dirigenti di partito che fino a qualche anno fa, quando lo leggevano sull’Unità, protestavano indignati chiedendo la sua testa. D’altra parte così vanno le cose: bastava buttare un occhio giorni fa al parterre dell’ultima Leopolda di Renzi. Si cambia idea, no?, si sta dove conviene.
La caccia al nemico interno è stata del resto in questi anni il principale alleato della vocazione alla sconfitta, divenuta in qualche caso un auspicio. La sinistra «preferiva perdere», scrive Piccolo. A volte per astruso calcolo, altre per inerzia elitista: «Non bisognava trovare una soluzione ma tenere alta l’indignazione ». Lo dice usando il noi: noi, la sinistra. «Mai nessuno che metta in dubbio le idee, che si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si domandi perché gli altri riescano a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, se nascondono una virtù che non abbiamo. Siamo assolutamente sicuri di aver ragione e che gli altri hanno torto, ma si ravvederanno».
È un libro, questo, che finge di tessere un elogio della superficialità — la vocazione al benessere che ti salva la vita, quel sentimento per cui tutto quello che succede nel mondo non sta succedendo proprio a te, puoi smettere la maschera del lutto, che sarà mai — mentre perora una causa impopolare e decisiva: quella della corresponsabilità. «Ho smesso di firmare qualsiasi appello così ho trovato il metodo concreto di ricordare a me stesso che io c’entro, che non sono innocente, che non posso tirarmi fuori. Che tutto quello che accade in Italia è anche un po’ colpa mia». E dunque non basta il sentimento etico e antipolitico da moralizzatori per sentirsi in salvo, non serve la presunzione di purezza e infine la violenza judoka di chi in perpetuo dice solo di no sottraendosi alle responsabilità della condivisione, guardatevi attorno e capirete di chi parla. Se è successo quel che è successo e siamo dove siamo è perché lo abbiamo lasciato succedere, perché non abbiamo offerto alternative credibili, perché abbiamo smesso i panni di Berlinguer quando diceva l’alternativa democratica è la condivisione dei rischi, è un compromesso ma è l’unica strada perché il progresso sia di tutti, di TUTTI, come diceva il titolo dell’Unità il giorno dei funerali di Berlinguer: dell’Italia intera non di una parte sola.
Mirabili le pagine sul sequestro Moro, sui guasti di fare pubblico ciò che è privato (a partire dalla lettera di Moro a Cossiga fino alle cronache e alle docufiction su Berlusconi) rendendo così inessenziale ciò che invece è decisivo. E poi, a cascata, il rinchiudersi a tutela della presunta purezza (Bertinotti che fa cadere Prodi), del potere come bene supremo (il governo di D’Alema con Cossiga, e il danno permanente che ne discende), il cinismo, la superiorità morale, il disprezzo degli altri, l’estraneità che ti fa sentire in salvo e invece ti «rende impermeabile alla conoscenza e senza conoscere le ragioni degli altri non si può combatterle». Ti rende migliore, pensi, e corresponsabile, invece. Al centro della scena sempre il circolo dei “giusti”, continuamente indotti ad estendere a chiunque il loro modo di pensare e probabilmente di agire. Qualunque cosa tu faccia è evidente che lo fai perché ti conviene: perché qualcuno ti paga, perché fai un favore a un amico, perché te ne verrà un tornaconto.
Poi ci sono zio Nino e zia Rosa, in questo libro. Vittorio Gassman nella Terrazza e quel racconto di Carver, Elena che ti ha lasciato il giorno di San Valentino perché le avevi regalato un peluche e Craxi del decreto di San Valentino, di nuovo, anche quella una fine, i fischi del palasport di Verona, la tracotanza di Craxi e Milan Kundera che, l’avesse saputo, parlava di Grillo. Ci sono un padre un po’ fascista e un soppalco un po’ abusivo, un po’ di Berlusconi dentro ciascuno: non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me. Ma poi siccome gli uomini delle caverne uscivano a rischiare la vita non solo per procacciarsi la carne da mangiare ma anche i coralli per fare le collane ecco, qual è il momento esatto in cui uscire a cercare coralli è diventato una colpa? Perché se la sinistra non sa fare entrambe le cose, procurarsi cibo per sopravvivere e coralli per essere felice, «diventa elitaria e dispregiativa». L’Italia diventa un paese da cui andarsene per salvarsi e Francesco Piccolo un corpo estraneo da eliminare. «Ma io invece resto qui. Perché non mi voglio salvare », scrive in epilogo. In mezzo c’è tutto il resto. Tutti, anzi TUT-TI quanti noi. Tutti quanti voi, persino quelli che col sopracciglio alzato pensano di no.
Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo (Einaudi, pagg. 272 18 euro)



La parabola triste della falce e martello
Eroine disilluse del socialismo di periferia, modelli smarriti, indignazioni preventive Tre libri spiegano la nostalgia di un progressismo politico che non s’è mai realizzato
8 nov 2013 Libero ANTONIO SOCCI


Ciascuno vede il mondo attraverso le proprie ferite. Ma feriti lo siamo tutti. Perciò, nella sincerità della narrazione di una cicatrice o di una piaga aperta, ci si scopre fratelli. Mio nonno era comunista ( pp. 134, euro 10, Effigi) affascina per questa sincerità. Non cinica, ma leale e dolorosa. Malgrado il titolo e la copertina dove fa capolino il Bobo di Staino, quello di Monica Granchi non è un pamphlet politico. È un delicato, ironico, struggente romanzo autobiografico che racconta l’itinerario interiore di una ragazzina, nata nel mitico ’68, che diventa donna in una famiglia popolare, di militanti comunisti, a Siena, tra gli anni Sessanta e il Duemila. Proprio gli anni in cui il Pci di Berlinguer in Italia, dal più vastosuccesso(nel 1984 addirittura primo partito del Paese), crolla fino alla sparizione del 1990. Proprio gli anni in cui il socialismo reale passa dalla massima espansione planetaria al collasso (ma i paesi dell’Est sono appena rammentati dall’autrice che semmai legge Kerouac e sogna l’America, detestata dal nonno comunista).
Anni vissuti a Siena, che non era solo una delle città più rosse d’Italia, ma anche la strana e bella città del Palio (se ne parla di sfuggita), oggi famosa soprattutto per il caso Monte dei Paschi. Un’adolescenza vissuta fra la mitica sede del Pci di viale Curtatone (le Botteghe oscure della città toscana), le aule del Liceo Galilei e quelle della facoltà di Lettere (luoghi del cuore che mi accomunano all’autrice). Questo autunno 2013 è un po’ il tempo del ripensamento e della perplessità per la generazione che entrò nel Pci dopo il ’68, affascinata dal carisma introverso di Enrico Berlinguer. È appena uscito il libro di Michele Serra, Gli sdraiati, che mostra lo smarrimento dei padri di fronte al mistero dei figli, ma in particolare quello dei «padri progressisti» che pretendevano di saperla sempre lunga su tutto e si ritrovano in casa degli incomprensibili alieni. È un libro a volte tenero e poetico e, anche se esce dalla penna brillantissima dell’intellettuale che non si mette davvero in discussione, il Mistero della vita attraversa le sue pagine, è nella bellezza delle colline, nei silenzi, nei fiori e nel volto dei figli. Il libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come tutti, uscito anch’esso in questi giorni, sembra uno scavo più politico. La pretesa appartenenza al «Club dei giusti», che da sempre caratterizza gli intellettuali di Sinistra, capaci solo di «indignarsi» e non di trovare soluzioni, è sottoposta a uno sguardo molto severo. Piccolo si pone domande scomode, s’interroga sul perché in quel Club «mai nessuno metta in discussione le idee» o «si chieda se c’è qualcosa che non funziona» o «perché gli altri riescano a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, se nascondono una virtù che non abbiamo. Siamo assolutamente sicuri di averragionee che gli altrihanno torto, ma si ravvederanno».
Sono due libri che disegnano, come ha scritto Concita De Gregorio, «la parabola triste di una sinistra perduta». Ma Serra e Piccolo appartengono a quell’élite che nel «Palazzo» del Partitone - ricorda ironicamente Monica Granchi - stava all’ultimo piano: gli intellettuali. Lei invece è la ragazzina della portineria, la nipote del nonno comunista che per anni è stato il centralista e portiere-tuttofare della sede del partito, nella rossa Siena. Lei è la ragazzina che se ne stava su un tavolino a fare i compiti o i disegni, mentre il nonno - all’ingresso - smistava un gran traffico di militanti e dirigenti. La ragazzina per la quale quelle «botteghe oscure» senesi erano una grande famiglia che non c’è più. E che - da adolescente, con tutto il parentado - lavorerà ogni estate per un mese alla Festa dell’Unità. Il suo è un diario intimo che diventa autobiografia collettiva solo di rimbalzo. L’autrice infatti non concede quasi nulla alla storia ufficiale. L’unico evento pubblico è la morte di Berlinguer. Ma anch’esso è vissuto come dramma interiore. Tutto in queste pagine è intimo, è un emergere dell’animae dei suoi incontenibili desideri di libertà in spazi troppo angusti e incapaci di decifrare quel grido, che esplode già dalla lettura adolescenziale di una vita di Vittorio Alfieri. La libertà è il grido di un’anima che si sente esiliata. O negata. Già, l’anima. Con un’impietosa battuta, a proposito dei quadri di una parente, l’autrice sospira: «Nessun sentimento abitava quelle tele in cui riconoscevo solo abili copie senz’anima. Ma l’anima era un concetto sopravvalutato per i comunisti».
Non che la protagonista non sia stata una convinta militante, solo che non poteva trovarsiappagata dall’aspirazione della famiglia operaia, appena inurbata (una di quelle famiglie che dal 1945 hanno portato il Pci a Siena a percentuali altissime): il sogno di avere finalmente un (modesto) appartamento, un salotto ammobiliato, un televisore e figli col titolo di studio.
Tutte mete sacrosante, riconosce l’autrice, aspirazioni nobilissime della povera gente, a cui il Partito cercava di provvedere come un padre di famiglia. Un’aspirazione alla dignità o semplicemente al benessere. Mamete piccolo-borghesi (seppure chiamate «uguaglianza») che, raggiunte, non esauriscono la vastità del desiderio umano, così sentito dalla protagonista adolescente, che si trova a constatare: «Credo che una dose di infelicità fosse connaturata all’idea stessa di comunismo. Come una tassa da pagare».
In realtà era il limite della politica in sé, e per la protagonista il Partito era la politica. Perché - nonostante le illusioni del passato - non può essere la politica a rispondere all’invincibile esigenza di felicità che sale dall’anima. La politica non parla a quella profondità insondabile e misteriosa, abitata da domande vertiginose, quella profondità dove ci si scopre soli e bisognosi di «essere speciali», di sentirsi amati. È da quelle profondità che l’anima grida anche con linguaggi estremi e drammatici, come l’anoressia della protagonista, a 16 anni. O accendeil suo cuorequandolegge Baudelaire, Pavese o Pessoa… Così, in Mio nonno era comunista, la politica torna al suo posto, limitato e laico: quello di «tentare di risolvere i problemi». Nulla di più. Mentre «per mio nonno il comunismo era stato come una religione. Di sicuro era stato la nostra famiglia allargata».
Tuttavia nell’arcipelago di famiglie, zie, nonni e nipoti che popola il libro, fa capolino anche un altro orizzonte religioso, quello dei bisnonni paterni, «i miei nonni cattolici». Da loro, nella campagne di Scansano, la protagonista trascorse i primi sei anni felici della vita. I ricordi sono struggenti: il latte appena munto, le uova benedette di Pasqua… «Ci sostenevamo. Ci facevamo compagnia. I grandi badavano ai più piccoli e i più piccoli aiutavano gli anziani. O forse era che eravamo cattolici. Quella parte della mia famiglia lo era. E anch’io, per volontà di mia nonna, sono stata battezzata. Mail nostro era un cattolicesimo intimo, alla buona. Lontano dalle punizioni severe. Più attento all’idea di misericordia cheaquella di peccato. Lontano soprattutto dal rigore. Rigore che la mia famiglia comunista aveva invece fatto suo».

Purtroppo, per l’autrice, quella misericordia resta solo un remoto ricordo di infanzia, una specie di sogno felice. Che non è mai diventato - come invece è accaduto a me, negli stessi luoghi - un incontro, un incontro vivo nell’età delle grandi domande, un incontro capace di trovarti quando ti perdi negli abissi della giovinezza. Però le ferite di questo libro - così ben scritto - sono anche feritoie da cui si possono intravedere di lontano panorami diversi, terre sognate, mari mai attraversati, paesaggi dove i boccioli di un tempo fioriscono.      

Ma come fa uno a buttarsi a sinistra al 78° minuto di una partita di calcio?
Qualche dubbio su Francesco Piccolo che scopre la militanza a 10 anni durante il match mondiale Germania Est-Germania Ovest; poi, deluso da Bertinotti, fa il riformista. E su tutto ci scrive un libro
8 nov 2013 Libero PAOLO NORI

Un signore che si chiama Viktor Sklovskij, che si potrebbe forse definire come il padre della teoria formalista, «l’unica teoria - scrive Lev Trockij, - che in Russia si sia opposta in questi anni al marxismo», quel signore lì, nel 1923 scrive che «il colore dell’arte non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella del potere»; tutte le volte che, in questi anni, ho pensato a quella frase di Sklovskij, ho pensato che, se è vera, e a me sembra vera, è vero anche il contrario, cioè che il colore dell’arte non riflette mai il colore della bandiera che sventola sulla cittadella dell’opposizione.
In questo senso, mi ha molto incuriosito il libro di Francesco Piccolo Il desiderio di essere come tutti, che è una specie di autobiografia politica nella quale Piccolo identifica anche il momento esatto in cui è nato il suo, per così dire, sentimento comunista: «Il 22 giugno 1974 - scrive Piccolo - al settantottesimo minuto di una partita di calcio, sono diventato comunista». La partita è una partita del mondiale del 1974, Germania Ovest contro Germania Est, ed è stata vinta dalla Gernania Est, uno a zero, gol di Jürgen Sparwasser al settantottesimo minuto, appunto. Ecco io faccio fatica a capire come il gol di Sparwasser ha fatto sì che Piccolo diventasse comunista.
Perché va bene, è normale, per un bambino (Piccolo aveva dieci anni) tenere per i più deboli, ma a quei mondiali partecipava, per esempio, anche Haiti, che si scontrò anche con l’Italia, e andò in vantaggio nel secondo tempo, al quarantanovesimo, con un gol di Sanon, ed è indubitabile che Haiti fosse più debole dell’Italia ma Piccolo, per questo, non diventa un Dinosauro (così venivano chiamati, c’è scritto su Wikipedia, i sostenitori di Jean-Claude Duvalier, alias Baby Doc, il dittatore che all’epoca governava Haiti). Qualcuno potrebbe obiettare che i giocatori di Haiti erano vittime, della dittatura di Baby doc, e che Sanon era tutt’altro che un dinosauro, ma può darsi che lo stesso si possa dire dei giocatori della Germania Est (so pochissimo della Germania Est, oltre che di Haiti, ma sul profilo di Wikipedia di Jürgen Sparwasser, quello che ha fatto diventare Piccolo comunista, la prima cosa che c’è scritta è una frase dello stesso Sparwasser: «Dopo il gol alla Germania Ovest si diceva che ero stato ricompensato generosamente con una macchina, una casa, e un ricco premio in denaro. Ma non è vero»).

Ancora meno capisco quel che è successo a Piccolo il 9 ottobre del 1998, quando Bertinotti ha votato contro il governo Prodi. «Quel giorno, – scrive Piccolo, – è cambiato il mio atteggiamento nei confronti della politica – per sempre. Quel giorno è cambiato il mio atteggiamento verso la vita – per sempre. La purezza, il senso di giustizia, non sono state mai più il mio criterio, nemmeno come amico, o come amante». Quando, qualche anno fa, mi sono chiesto che cos’è il potere, mi sono risposto che il potere è quello che uno è capace di fare, e se penso al potere che Bertinotti ha, o ha avuto, nei miei confronti, mi vien da dire che non ha, e non ha avuto, nessun potere, sulla mia vita, e per me è stupefacente vedere i disastri che ha combinato invece nella vita di Piccolo. Ma la cosa che mi spiego meno di tutte è il finale, del libro di Piccolo, quando Piccolo scrive che voterà «per tutta la vita il partito della sinistra riformista che cercherà di governare secondo i criteri del compromesso e della collaborazione. Che ci riesca, che non ci riesca, che i suoi rappresentanti siano virtuosi o viziosi, scadenti o di grande personalità, io sto insieme a loro» ha scritto Piccolo, e io quando l’ho letto ho pensato a Simon Weil, che nel 1940, nella sua Note sur la suppression générale des partis politiques scriveva: «Quasi ovunque, e spesso anche per questioni squisitamente tecniche, il fatto di prendere partito, di prendere posizione pro o contro, ha sostituito il fatto di pensare? È una peste che si è originata nel contesto politico e si è diffusa a tutto il paese, alla quasi totalità del pensiero». Ecco io non solo non capisco, ma faccio fatica a credere che Francesco Piccolo, per il gusto di prendere partito, rinunci, per tutta la vita, a pensare, e che sia pronto a seguire i rappresentanti del «partito della sinistra riformista che cercherà di governare secondo i criteri del compromesso e della collaborazione» anche se fossero «viziosi o scadenti»; faccio fatica a crederci, ma c’è scritto proprio così.    


Berlinguer non ti voglio bene
Il libro di Francesco Piccolo esalta la Buona Causa Ma ricordo che dalla parte «giusta» stava Craxi, non il Pci
di Pierluigi Battista Corriere La Lettura 24.11.13

Ognuno di noi conserva il ricordo della partita del cuore, la partita della svolta in cui la passione sportiva si è mescolata e fusa con quella esistenziale della politica. La mia è stata la sfida di hockey sul ghiaccio tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969. Il giovane Jan Palach si era appena bruciato nella Praga occupata dai carri armati del Patto di Varsavia, e sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente «Dubcek Dubcek» straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista. La svolta politica di Francesco Piccolo invece, lo racconta nel suo bellissimo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), coincide con il settantottesimo minuto della partita di calcio Germania Ovest contro Germania Est nei Mondiali del ‘74, quando il piccolo Piccolo, accanto e contro il padre di destra che tifava per i tedeschi occidentali, esultò quando Jürgen Sparwasser della Ddr segnò il gol che riscattava i poveri ragazzi infagottati nelle modeste «maglie azzurre con lo scollo a V bianco». Avevano vinto i deboli, erano stati sconfitti i forti e ricchi prepotenti dell’Ovest.
Fu allora che Francesco Piccolo consumò il suo parricidio simbolico. Fu allora che Francesco Piccolo diventò «davvero comunista». Esattamente l’opposto di quanto era accaduto a me. Per me la Ddr incarnava un regime mostruoso, una caserma oppressiva che aveva spinto fino alla perfezione la sua vocazione poliziesca, il cui simbolo erano i VoPos che dall’alto delle torrette sparavano senza pietà a chi scappava nei modi più avventurosi da quello Stato-prigione, come è ancora documentato nel museo situato a Berlino a pochi passi dal Checkpoint Charlie. Per questo mi commossero di più tutti quei giovani entusiasti e ancora increduli che un po’ di anni dopo avrebbero buttato giù a picconate il Muro, mentre Mstislav Rostropovic celebrava con il suo sublime violoncello la fine dell’arroganza totalitaria che lo aveva tirato su.
Questo per dire a Piccolo che i ricordi che formano il tessuto di un’esperienza umana ed emotiva destinata a intrecciarsi con le vicende della politica sono vari e spesso contrastanti tra loro, e non solo nel senso più banalmente anagrafico-generazionale (tra me e lui corrono nove anni di differenza, a mio sfavore). Il suo libro racconta meravigliosamente l’andirivieni contraddittorio di emozioni e sentimenti tra la storia molto personale di un ragazzo borghese nato a Caserta nel ’64 e la storia «grande e terribile», per dirla con Kipling, che lo scaraventa fuori del cortile di casa, e gli fa sentire la morsa di un destino comune condiviso con il resto dell’umanità.
Con Il desiderio di essere come tutti Piccolo si conferma lo strepitoso scrittore che conoscevamo. Basterebbero le pagine sul colera e sul terremoto per dimostrarlo, o quelle sul primo amore che muore nel giorno di San Valentino, per colpa del militantismo ideologico e di un orribile pacchetto in rosa che una commessa sdolcinata aveva confezionato per il regalo d’amore (rifiutato). Però nel libro si parla di Berlinguer, di Craxi, di Moro, del compromesso storico, del berlusconismo, dell’antiberlusconismo come altrettanti momenti della maturazione politica di uno scrittore che sa guardarsi dentro con il dono raro dell’ironia.
E dunque non è infondato rileggere questo romanzo anche dal punto di vista politico. È vero: Piccolo sostiene una posizione molto coraggiosamente minoritaria. Berlingueriano per scelta, non ignora la debolezza di una sinistra in cui «ogni sconfitta politica», dalla Prima alla Seconda Repubblica, «diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese, perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto». È vero, Piccolo addirittura accosta, parlando della sinistra, due aggettivi che, affiancati, suonano come una bestemmia per i sacerdoti della superiorità antropologica della sinistra: «puri e reazionari». È vero, le corrucciate e arcigne vestali dei «pensieri giusti» hanno già provveduto a bacchettare il reprobo Piccolo, come è accaduto sulle colonne del «Fatto Quotidiano».
Però, forse è proprio sbagliato dare per scontato che la parte «giusta» sia stata quella cantata e sferzata al contempo da Piccolo. Piccolo più volte dice di sentirsi affine al Robert Redford che in Come eravamo , incontrando Barbra Streisand ancora impegnata dopo tanti anni a testimoniare qualche Buona Causa, le dice con ammirazione affettuosa: «Tu non molli mai, eh». La citazione significa due cose. Che Piccolo-Redford si sente un po’ in colpa. E che la militante Streisand, pur prigioniera di una purezza politicamente inconcludente, è migliore di chi si rassegna, di chi «molla», di chi non è all’altezza della sua integrità: «Tu non molli mai». Ecco, forse questo implicito presupposto di Piccolo che innerva tutte le pagine del romanzo, non è poi così scontato. Scrive che nei funerali di Berlinguer si riconobbero «tutti». Non è vero: i comunisti erano un terzo degli italiani, gli altri due terzi si commossero per la morte di Berlinguer, ma non per questo sentivano di ammettere la «superiorità» etica del partito di Berlinguer.
Dalla parte «giusta» sulla scala mobile, poi, era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui «riformista» e «socialdemocratico» erano parolacce e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire «riformatore». Sulle riforme istituzionali dalla parte «giusta» era Craxi, con un po’ di anticipo, e non chi gridava al golpe anticostituzionale. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle «narrazioni» successive. O almeno, così ricordo, anche se alla memoria, come al cuore, non si comanda. Al massimo la si può restituire nei suoi aspetti più vividi, compito nel quale Il desiderio di essere come tutti di Piccolo riesce magnificamente.

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