di Emanuele Trevi Corriere 28.10.13
Come tutti i desideri che si rispettino, e nonostante la sua ingannevole umiltà, anche Il desiderio di essere come tutti (Einaudi) di Francesco Piccolo è una proiezione di se stesso nell’impossibile, una tensione destinata a non trovare mai il suo punto di approdo e una sfida consapevole al principio di realtà. Se valutassimo questa aspirazione secondo il metro del buon senso, tanto varrebbe desiderare di essere migliori o più belli di tutti gli altri. Nel libro di Piccolo, poi, le cose si complicano notevolmente perché il significato di quei «tutti» non è per nulla generico, non se ne sta lì come un semplice bersaglio di cartone sul quale prendere la mira. Al contrario, si potrebbe dire che il vero argomento affrontato da Piccolo sia la ricerca di un significato possibile a questa parola, «Tutti», che campeggia a caratteri cubitali sulla prima pagina dell’«Unità», all’indomani degli immensi funerali di Enrico Berlinguer, celebrati il 13 giugno del 1984.
Alla fine, dopo aver tentato fino all’ultimo secondo di chiudere un accordo condiviso da tutte le parti, il 14 febbraio del 1984 il governo emanò un decreto legge che metteva in moto il processo di abolizione della scala mobile, tagliandola di quattro punti (percentuali). Come si disse più volte nei mesi successivi, si era trasformata in una questione simbolica (nella pratica, il decreto avrebbe inciso pochissimo sugli stipendi, quindi la soluzione era, come volevano i sindacati, blanda); ma era un cambiamento epocale sia rispetto al rapporto tra il salario e l’inflazione sia (soprattutto) rispetto all’idea di condivisione e collaborazione tra governo e parti sociali. Perché quello di Craxi fu uno strappo — dopo mesi di trattative — dalla cui parte si schierarono due grandi sindacati su tre, e che quindi segnò la fine anche dell’armonia sindacale. All’interno della Cgil ci fu la divisione tra socialisti e comunisti; e tra i comunisti ci furono parecchie tensioni, perché non tutti erano d’accordo. Nella sostanza, anche se il cammino fu tortuoso, la storia della scala mobile si risolse di fatto il giorno in cui il governo di Craxi emanò il decreto.
Il comunismo piccolo piccolo di Piccolo
- il Giornale Dom, 03/11/2013
Berlinguer ti volevo bene
Francesco Piccolo e la parabola triste di una sinistra perduta Un viaggio esistenziale lungo vent’anni negli errori della politicadi Concita De Gregorio Repubblica 7.11.13
Il libro di Francesco Piccolo, Il desiderio di essere come TUTTI, è un’autobiografia personale e politica degli ultimi quarant’anni. Quelli della nostra generazione: né giovani né vecchi, la generazione di mezzo. Racconta le illusioni, le debolezze, i dubbi, le felicità di tanti di noi arrivati dalla provincia, da famiglie di gente semplice, pieni di passioni da mettere in campo, gli occhi sgranati a guardare come funziona il mondo. Racconta le cose che abbiamo visto, dice di quel perpetuo senso di estraneità che ci portiamo appresso — ero comunista per mio padre, troppo borghese e superficiale per quelli che avrei voluto fossero i miei amici, troppo impegnato per i miei amici, scrive Piccolo — quell’essere sempre ospite ovunque, sempre dentro a metà. Eravamo ragazzini quando hanno rapito Moro, ragazzi il giorno dei funerali di Berlinguer.
Sentivamo senza saperlo che saremmo diventati adulti nell’epoca dell’Ormai: quando ormai essere comunisti non era più possibile, diceva Occhetto, ormai il progresso e la modernità non appartenevano più alla sinistra ma a nuove spregiudicate bande di attempati festaioli, ormai si doveva assistere al levarsi di scudi, alle opposte trincee in cui si veniva a forza spinti dall’avanzata del pensiero binario, sei maschilista o femminista, forcaiolo o garantista, indiano o cowboy e pazienza per la scomparsa di quel che è complesso e impossibile da dire in 32 secondi in tv, pazienza per lo sparire dei forse, parliamone. Infine era Ormai il tempo, per la sinistra, della minorità triste: il benessere nemico dell’etica (fai il comunista e vai a sciare, sei comunista e ti piacciono le collane), la messa al bando della felicità, roba di destra. Ormai non ci si poteva più sentire a casa in nessun posto, se non a casa nostra.
Dunque mentre racconta i vent’anni decisivi della nostra vita, dalla metà dei Settanta alla metà dei Novanta, e parla di sua madre di sua zia e del terremoto e del colera, Piccolo riscrive la storia politica di questo paese e la parabola triste di una sinistra perduta. La storia grande vista da un luogo periferico, dove sembrava che la storia non dovesse passare mai e invece eccola, prende nota nel diario dei giorni: la lettura del libro di Camilla Cederna confidata sul letto allo zio Nino, la notizia del rapimento di Moro nello sguardo fiero della compagna di banco, il funerale di Berlinguer dalla porta chiusa della camera da letto del padre.
Momenti fissati da allora per sempre alla propria biografia, dunque al senso che per ciascuno di noi ha la storia. A quello che volevamo essere, a come siamo diventati. A come sono diventati gli altri tutto attorno a noi, quando e perché. I giornali, le sezioni, i circoli letterari e cinefili, per esempio, persino le piazze della sinistra che ammettono al loro interno solo propri simili, se possibile devoti e di qualcosa grati, non leali ma fedeli, voci e volti in grado di confermare, rispecchiare e ribadire l’opinione in quel momento dominante: la linea. Una sinistra così spaventata e spalle al mondo pullula di nemici, Piccolo è stato a lungo uno di loro e fa davvero sorridere il coro di lodi che oggi si leva all’autore da quegli stessi dirigenti di partito che fino a qualche anno fa, quando lo leggevano sull’Unità, protestavano indignati chiedendo la sua testa. D’altra parte così vanno le cose: bastava buttare un occhio giorni fa al parterre dell’ultima Leopolda di Renzi. Si cambia idea, no?, si sta dove conviene.
La caccia al nemico interno è stata del resto in questi anni il principale alleato della vocazione alla sconfitta, divenuta in qualche caso un auspicio. La sinistra «preferiva perdere», scrive Piccolo. A volte per astruso calcolo, altre per inerzia elitista: «Non bisognava trovare una soluzione ma tenere alta l’indignazione ». Lo dice usando il noi: noi, la sinistra. «Mai nessuno che metta in dubbio le idee, che si chieda se c’è qualcosa che non funziona, si domandi perché gli altri riescano a penetrare i desideri di una quantità di gente superiore alla nostra. Mai che andiamo a curiosare chi sono, cosa fanno, se nascondono una virtù che non abbiamo. Siamo assolutamente sicuri di aver ragione e che gli altri hanno torto, ma si ravvederanno».
È un libro, questo, che finge di tessere un elogio della superficialità — la vocazione al benessere che ti salva la vita, quel sentimento per cui tutto quello che succede nel mondo non sta succedendo proprio a te, puoi smettere la maschera del lutto, che sarà mai — mentre perora una causa impopolare e decisiva: quella della corresponsabilità. «Ho smesso di firmare qualsiasi appello così ho trovato il metodo concreto di ricordare a me stesso che io c’entro, che non sono innocente, che non posso tirarmi fuori. Che tutto quello che accade in Italia è anche un po’ colpa mia». E dunque non basta il sentimento etico e antipolitico da moralizzatori per sentirsi in salvo, non serve la presunzione di purezza e infine la violenza judoka di chi in perpetuo dice solo di no sottraendosi alle responsabilità della condivisione, guardatevi attorno e capirete di chi parla. Se è successo quel che è successo e siamo dove siamo è perché lo abbiamo lasciato succedere, perché non abbiamo offerto alternative credibili, perché abbiamo smesso i panni di Berlinguer quando diceva l’alternativa democratica è la condivisione dei rischi, è un compromesso ma è l’unica strada perché il progresso sia di tutti, di TUTTI, come diceva il titolo dell’Unità il giorno dei funerali di Berlinguer: dell’Italia intera non di una parte sola.
Mirabili le pagine sul sequestro Moro, sui guasti di fare pubblico ciò che è privato (a partire dalla lettera di Moro a Cossiga fino alle cronache e alle docufiction su Berlusconi) rendendo così inessenziale ciò che invece è decisivo. E poi, a cascata, il rinchiudersi a tutela della presunta purezza (Bertinotti che fa cadere Prodi), del potere come bene supremo (il governo di D’Alema con Cossiga, e il danno permanente che ne discende), il cinismo, la superiorità morale, il disprezzo degli altri, l’estraneità che ti fa sentire in salvo e invece ti «rende impermeabile alla conoscenza e senza conoscere le ragioni degli altri non si può combatterle». Ti rende migliore, pensi, e corresponsabile, invece. Al centro della scena sempre il circolo dei “giusti”, continuamente indotti ad estendere a chiunque il loro modo di pensare e probabilmente di agire. Qualunque cosa tu faccia è evidente che lo fai perché ti conviene: perché qualcuno ti paga, perché fai un favore a un amico, perché te ne verrà un tornaconto.
Poi ci sono zio Nino e zia Rosa, in questo libro. Vittorio Gassman nella Terrazza e quel racconto di Carver, Elena che ti ha lasciato il giorno di San Valentino perché le avevi regalato un peluche e Craxi del decreto di San Valentino, di nuovo, anche quella una fine, i fischi del palasport di Verona, la tracotanza di Craxi e Milan Kundera che, l’avesse saputo, parlava di Grillo. Ci sono un padre un po’ fascista e un soppalco un po’ abusivo, un po’ di Berlusconi dentro ciascuno: non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me. Ma poi siccome gli uomini delle caverne uscivano a rischiare la vita non solo per procacciarsi la carne da mangiare ma anche i coralli per fare le collane ecco, qual è il momento esatto in cui uscire a cercare coralli è diventato una colpa? Perché se la sinistra non sa fare entrambe le cose, procurarsi cibo per sopravvivere e coralli per essere felice, «diventa elitaria e dispregiativa». L’Italia diventa un paese da cui andarsene per salvarsi e Francesco Piccolo un corpo estraneo da eliminare. «Ma io invece resto qui. Perché non mi voglio salvare », scrive in epilogo. In mezzo c’è tutto il resto. Tutti, anzi TUT-TI quanti noi. Tutti quanti voi, persino quelli che col sopracciglio alzato pensano di no.
Il desiderio di essere come tutti di Francesco Piccolo (Einaudi, pagg. 272 18 euro)
Sono due libri che disegnano, come ha scritto Concita De Gregorio, «la parabola triste di una sinistra perduta». Ma Serra e Piccolo appartengono a quell’élite che nel «Palazzo» del Partitone - ricorda ironicamente Monica Granchi - stava all’ultimo piano: gli intellettuali. Lei invece è la ragazzina della portineria, la nipote del nonno comunista che per anni è stato il centralista e portiere-tuttofare della sede del partito, nella rossa Siena. Lei è la ragazzina che se ne stava su un tavolino a fare i compiti o i disegni, mentre il nonno - all’ingresso - smistava un gran traffico di militanti e dirigenti. La ragazzina per la quale quelle «botteghe oscure» senesi erano una grande famiglia che non c’è più. E che - da adolescente, con tutto il parentado - lavorerà ogni estate per un mese alla Festa dell’Unità. Il suo è un diario intimo che diventa autobiografia collettiva solo di rimbalzo. L’autrice infatti non concede quasi nulla alla storia ufficiale. L’unico evento pubblico è la morte di Berlinguer. Ma anch’esso è vissuto come dramma interiore. Tutto in queste pagine è intimo, è un emergere dell’animae dei suoi incontenibili desideri di libertà in spazi troppo angusti e incapaci di decifrare quel grido, che esplode già dalla lettura adolescenziale di una vita di Vittorio Alfieri. La libertà è il grido di un’anima che si sente esiliata. O negata. Già, l’anima. Con un’impietosa battuta, a proposito dei quadri di una parente, l’autrice sospira: «Nessun sentimento abitava quelle tele in cui riconoscevo solo abili copie senz’anima. Ma l’anima era un concetto sopravvalutato per i comunisti».
Non che la protagonista non sia stata una convinta militante, solo che non poteva trovarsiappagata dall’aspirazione della famiglia operaia, appena inurbata (una di quelle famiglie che dal 1945 hanno portato il Pci a Siena a percentuali altissime): il sogno di avere finalmente un (modesto) appartamento, un salotto ammobiliato, un televisore e figli col titolo di studio.
In realtà era il limite della politica in sé, e per la protagonista il Partito era la politica. Perché - nonostante le illusioni del passato - non può essere la politica a rispondere all’invincibile esigenza di felicità che sale dall’anima. La politica non parla a quella profondità insondabile e misteriosa, abitata da domande vertiginose, quella profondità dove ci si scopre soli e bisognosi di «essere speciali», di sentirsi amati. È da quelle profondità che l’anima grida anche con linguaggi estremi e drammatici, come l’anoressia della protagonista, a 16 anni. O accendeil suo cuorequandolegge Baudelaire, Pavese o Pessoa… Così, in Mio nonno era comunista, la politica torna al suo posto, limitato e laico: quello di «tentare di risolvere i problemi». Nulla di più. Mentre «per mio nonno il comunismo era stato come una religione. Di sicuro era stato la nostra famiglia allargata».
Tuttavia nell’arcipelago di famiglie, zie, nonni e nipoti che popola il libro, fa capolino anche un altro orizzonte religioso, quello dei bisnonni paterni, «i miei nonni cattolici». Da loro, nella campagne di Scansano, la protagonista trascorse i primi sei anni felici della vita. I ricordi sono struggenti: il latte appena munto, le uova benedette di Pasqua… «Ci sostenevamo. Ci facevamo compagnia. I grandi badavano ai più piccoli e i più piccoli aiutavano gli anziani. O forse era che eravamo cattolici. Quella parte della mia famiglia lo era. E anch’io, per volontà di mia nonna, sono stata battezzata. Mail nostro era un cattolicesimo intimo, alla buona. Lontano dalle punizioni severe. Più attento all’idea di misericordia cheaquella di peccato. Lontano soprattutto dal rigore. Rigore che la mia famiglia comunista aveva invece fatto suo».
Berlinguer non ti voglio bene
Il libro di Francesco Piccolo esalta la Buona Causa Ma ricordo che dalla parte «giusta» stava Craxi, non il Pci
di Pierluigi Battista Corriere La Lettura 24.11.13
Ognuno di noi conserva il ricordo della partita del cuore, la partita della svolta in cui la passione sportiva si è mescolata e fusa con quella esistenziale della politica. La mia è stata la sfida di hockey sul ghiaccio tra Unione Sovietica e Cecoslovacchia del 21 marzo 1969. Il giovane Jan Palach si era appena bruciato nella Praga occupata dai carri armati del Patto di Varsavia, e sentire dagli spalti del pubblico di Stoccolma il grido rabbioso e commovente «Dubcek Dubcek» straziò il cuore del giovane e sconsiderato estremista che ero. E lo rese per sempre anticomunista. La svolta politica di Francesco Piccolo invece, lo racconta nel suo bellissimo Il desiderio di essere come tutti (Einaudi), coincide con il settantottesimo minuto della partita di calcio Germania Ovest contro Germania Est nei Mondiali del ‘74, quando il piccolo Piccolo, accanto e contro il padre di destra che tifava per i tedeschi occidentali, esultò quando Jürgen Sparwasser della Ddr segnò il gol che riscattava i poveri ragazzi infagottati nelle modeste «maglie azzurre con lo scollo a V bianco». Avevano vinto i deboli, erano stati sconfitti i forti e ricchi prepotenti dell’Ovest.
Fu allora che Francesco Piccolo consumò il suo parricidio simbolico. Fu allora che Francesco Piccolo diventò «davvero comunista». Esattamente l’opposto di quanto era accaduto a me. Per me la Ddr incarnava un regime mostruoso, una caserma oppressiva che aveva spinto fino alla perfezione la sua vocazione poliziesca, il cui simbolo erano i VoPos che dall’alto delle torrette sparavano senza pietà a chi scappava nei modi più avventurosi da quello Stato-prigione, come è ancora documentato nel museo situato a Berlino a pochi passi dal Checkpoint Charlie. Per questo mi commossero di più tutti quei giovani entusiasti e ancora increduli che un po’ di anni dopo avrebbero buttato giù a picconate il Muro, mentre Mstislav Rostropovic celebrava con il suo sublime violoncello la fine dell’arroganza totalitaria che lo aveva tirato su.
Questo per dire a Piccolo che i ricordi che formano il tessuto di un’esperienza umana ed emotiva destinata a intrecciarsi con le vicende della politica sono vari e spesso contrastanti tra loro, e non solo nel senso più banalmente anagrafico-generazionale (tra me e lui corrono nove anni di differenza, a mio sfavore). Il suo libro racconta meravigliosamente l’andirivieni contraddittorio di emozioni e sentimenti tra la storia molto personale di un ragazzo borghese nato a Caserta nel ’64 e la storia «grande e terribile», per dirla con Kipling, che lo scaraventa fuori del cortile di casa, e gli fa sentire la morsa di un destino comune condiviso con il resto dell’umanità.
Con Il desiderio di essere come tutti Piccolo si conferma lo strepitoso scrittore che conoscevamo. Basterebbero le pagine sul colera e sul terremoto per dimostrarlo, o quelle sul primo amore che muore nel giorno di San Valentino, per colpa del militantismo ideologico e di un orribile pacchetto in rosa che una commessa sdolcinata aveva confezionato per il regalo d’amore (rifiutato). Però nel libro si parla di Berlinguer, di Craxi, di Moro, del compromesso storico, del berlusconismo, dell’antiberlusconismo come altrettanti momenti della maturazione politica di uno scrittore che sa guardarsi dentro con il dono raro dell’ironia.
E dunque non è infondato rileggere questo romanzo anche dal punto di vista politico. È vero: Piccolo sostiene una posizione molto coraggiosamente minoritaria. Berlingueriano per scelta, non ignora la debolezza di una sinistra in cui «ogni sconfitta politica», dalla Prima alla Seconda Repubblica, «diventa un rafforzativo delle proprie idee. Una conferma che il mondo è corrotto e che il progresso è malato. Una conferma che le persone giuste e i pensieri giusti sono minoranza, fanno parte di un mondo altro, che non comunica più con il Paese, perché il resto del Paese, impuro e corrotto, si è perduto». È vero, Piccolo addirittura accosta, parlando della sinistra, due aggettivi che, affiancati, suonano come una bestemmia per i sacerdoti della superiorità antropologica della sinistra: «puri e reazionari». È vero, le corrucciate e arcigne vestali dei «pensieri giusti» hanno già provveduto a bacchettare il reprobo Piccolo, come è accaduto sulle colonne del «Fatto Quotidiano».
Però, forse è proprio sbagliato dare per scontato che la parte «giusta» sia stata quella cantata e sferzata al contempo da Piccolo. Piccolo più volte dice di sentirsi affine al Robert Redford che in Come eravamo , incontrando Barbra Streisand ancora impegnata dopo tanti anni a testimoniare qualche Buona Causa, le dice con ammirazione affettuosa: «Tu non molli mai, eh». La citazione significa due cose. Che Piccolo-Redford si sente un po’ in colpa. E che la militante Streisand, pur prigioniera di una purezza politicamente inconcludente, è migliore di chi si rassegna, di chi «molla», di chi non è all’altezza della sua integrità: «Tu non molli mai». Ecco, forse questo implicito presupposto di Piccolo che innerva tutte le pagine del romanzo, non è poi così scontato. Scrive che nei funerali di Berlinguer si riconobbero «tutti». Non è vero: i comunisti erano un terzo degli italiani, gli altri due terzi si commossero per la morte di Berlinguer, ma non per questo sentivano di ammettere la «superiorità» etica del partito di Berlinguer.
Dalla parte «giusta» sulla scala mobile, poi, era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» sulla trattativa per salvare la vita di Moro c’era Craxi, non Berlinguer. Dalla parte «giusta» del riformismo moderno era Craxi, non il partito berlingueriano in cui «riformista» e «socialdemocratico» erano parolacce e al massimo, pudicamente e ipocritamente, si poteva dire «riformatore». Sulle riforme istituzionali dalla parte «giusta» era Craxi, con un po’ di anticipo, e non chi gridava al golpe anticostituzionale. E sul finanziamento illecito non c’erano partiti puri e partiti impuri, malgrado le unilateralità e gli strabismi delle «narrazioni» successive. O almeno, così ricordo, anche se alla memoria, come al cuore, non si comanda. Al massimo la si può restituire nei suoi aspetti più vividi, compito nel quale Il desiderio di essere come tutti di Piccolo riesce magnificamente.
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