Che l'autore non sia proprio un'aquila si capisce dal fatto che scappò ad Ovest qualche mese prima che aprissero i varchi. Comunque, pur di riassaporare le atmosfere grigie e malinconiche - ma così dignitose - della DDR, la nostra Ostalgie perdona anche questo frutto tardivo della Guerra Fredda culturale [SGA].
Eugen Ruge: In tempi di luce declinante, Mondadori, pagg. 348, euro 21
Risvolto
Tutto è pronto per il novantesimo compleanno di Wilhelm: la lunga fila
di libri di Lenin, il pugnale dell'attore western più famoso della DDR,
il piatto di Cuba regalato dai compagni dell'officina Karl Marx. La
famiglia al gran completo è riunita, suo malgrado, e sta per celebrare
il patriarca dal petto gonfio di medaglie e di ricordi, non sempre
veritieri. Wilhelm sta già raccontando qualche nuova prodezza del
passato, seducendo gli ospiti, e non sa che due eventi eccezionali, per
lui ugualmente catastrofici, lo attendono al brindisi: il Muro di
Berlino sta crollando, suo nipote Alexander non arriva, è fuggito
dall'altra parte.
Dalla tavola in festa prende avvio una grandiosa saga, che racconta il
destino di una famiglia borghese nella Gemania dell'Est, nel lungo
dispiegarsi del secolo breve tra grandi speranze e gigantesche
disillusioni.
Una storia di padri e di figli. Wilhelm e sua moglie, comunisti
convinti, che tornano dal Messico nel '52 per dare il loro contributo
alla formazione del nuovo stato nella Germania Democratica. Il figlio
Kurt, emigrato in Russia da dove fa ritorno portando con sé, assieme ai
segni e agli incubi del gulag, una moglie russa che non si adatterà mai
al grigio rigore della DDR e una suocera che si accontenta di vodka e
conserve fatte in casa. E poi Alexander, il giovane nipote, che rischia
di finire schiacciato da una soffocante nostalgia per i tempi che furono
e che per questo fugge a ovest.
In tempi di luce declinante
racconta tre generazioni divise dalla fede cieca di Wilhelm nel sogno
comunista, dalla fiducia di Kurt in una riforma possibile del sistema, e
dal disincanto di Alexander. Con straziante tenerezza e forte umorismo,
Eugen Ruge cattura cinquant'anni cruciali della storia d'Europa in
un'istantanea folgorante che ha conquistato più di mezzo milione di
lettori. Il ritratto di un mondo intero colto appena prima che la luce
declini.
Il libro: In tempi di luce declinante
I Buddenbrook della Ddr sulla giostra del comunismo
di Susanna Nierenstein Repubblica 27.10.13
Uno
straordinario tuffo nel comunismo reale che si rivela pezzo a pezzo
così come è stato nelle vite di chi l’ha abitato, abbagliante e cupo,
fatto di visioni e convinzioni ferree quanto di parole vuote e tronfie, e
di silenzi, e di cinismo, di coraggi inauditi e vigliaccherie senza
fine mai confessate neppure a se stessi, di piccole normalità
quotidiane, speranze, mistificazioni, tradimenti, miseria, privilegi,
paura, morte. E di poche cose che rimangono in mano. Non c’è bisogno di
troppi resoconti storici in questo bell’esordio — che ha vinto il German
Book Prize 2011 — del cinquantaseienne Eugen Ruge, anche lui, come il
protagonista del romanzo Alexander, fuggito a Berlino Ovest a pochi mesi
dalla caduta del Muro, nell’89, per poi fare lo sceneggiatore e il
regista. Bastano un’automobile Trabant, l’assassinio di Trotskij, un
accenno a Stalin, Gagarin che sfreccia nel cielo, i cetriolini
sott’aceto, i muri sbreccati, la notte bianca, il primo Sputnik che fa
bip a immergerci Oltrecortina: l’invenzione è la saga, lo scorrere di
quattro generazioni in una famiglia della Germania dell’Est, il
linguaggio degli uni che diventa incomprensibile ai figli e ancor di più
ai nipoti — come nei Buddenbrook — ,la “fede” che traballa sempre più
mentre passano, tra un esilio e l’altro, la parola di Mosca, donne che
imbracciano il fucile contro i tedeschi e sognano nuove piastrelle per
il bagno, donne della nomenklatura che aspirano ad essere loro stesse
dirigenti, gulag che ingoiano figli ed è meglio non parlarne, perenni
medaglie d’oro a capostipiti - eroi che invece si sospetta non abbiano
commesso che errori e delitti, ripensamenti e a volte vergogna sulla
militanza svolta — anche questi mai ammessi — camminate nella neve in
cerca di un ristorante senza code, litigate su Gorbaciov, passaggi
all’Ovest...
In tempi di luce declinante: il titolo dice già molto.
Il
romanzo è vibrante, vivo, intelligente, spiritoso, triste, tessuto con
arte in un avanti e indietrocronologico, passando e ripassando a volte
sulla stessa trama, perfino sugli stessi episodi, a seconda dei punti di
vista, accendendo via via nuove luci, nuove prospettive, nuovi
smarrimenti. Al primo posto Alexander, detto Sasha, che nel 2001 apre il
racconto quando ha appena saputo di avere un linfoma incurabile e
decide di abbandonare il padre, Kurt, un celebrato storico del passato
regime (come il babbo di Eugen Ruge), ormai solo e demente:Sasha vuol
fare un viaggio della memoria, cercare il quid della propria famiglia,
trovare risposte alle mezze verità, stare al sole, vuole andare in
Messico, dove i suoi nonni, Charlotte e Wilhelm — personaggi quasi
mitici, fondatori del partito comunista tedesco negli anni Venti,
coinvolti in chissà quali atti gloriosi e giustizie sommarie — hanno
vissuto un lungo esilio, non proprio dorato ma quasi. Nel frattempo i
figli sono stati in Russia, finiti in un gulag da cui solo uno, Kurt,
tornerà. Siamo nel 1952 e un raggiante Wilhelm insieme alla brillante e
timorosa Charlotte (li porteranno subito alla Lubjanka o le promesse di
reintegrazione erano sincere?) tornano dal Messico in una Berlino Est
ancora devastata dalla guerra, ed è sempre qui che nel 1961, a Muro
costruito, intorno al tavolo da pranzo si dibatte di democratizzazione e
stalinismo:senza Wilhelm però, lui non lo permetterebbe, a lui la
divisione forzosa dall’Ovest va assolutamente a genio, lui ce l’ha
sempre con i disfattisti. Va molto meno a genio a Alexander, invece:
militare nel 1973 a guardia della frontiera, si dispera perché non
ascolterà mai i Rolling Stones dal vivo. Sarà capace di andarsene solo
nell’89, ironia della sorte, a pochi giorni dalla fine del
totalitarismo. Alle spalle ha lasciato una moglie e un ragazzino di
dodici anni, che vanno comunque al novantesimo compleanno di Wilhelm, il
bisnonno comunista di ferro, un compleanno che vedremo e rivedremo
perché riflette tutta la disintegrazione della famiglia e del sistema:
per ora il piccolo Markus guarda come fosse «un party di dinosauri » la
festa in cui niente funziona mentre si appuntano medaglie e si cantano
canzoni nostalgiche sul Partito che non sbaglia mai. Per Markus quegli
pterodattili non significano nulla, non gli stanno lasciando nulla:
quando pochi anni dopo, nella Germania riunita, andrà via da casa dove
sua madre si è risposata con un pastore (un pastore in una famiglia di
atei!), non gli resterà che rifugiarsi in sostanze di vari colori.
Difficile
raccontare una storia che ruota come una giostra e man mano mostra
nuove figure, aspetti, le ambizioni sfrenate della nomenklatura, Berlino
Est nel ‘52 senza luce né gas, Kurt nel gulag, Kurt traditore della
moglie Irina che pare uscita da un ritratto di Cechov, le infinite
discussioni di politica, la devozione ideologica, gli hippy alla deriva
tra cui si trova Alexander, ormai alla fine, perso tra persi... Ruge, da
buon regista, la scrive con una messa in scena complessa, accattivante,
ipnotica. Speriamo che diventi un film.
Dai crimini (tabù) dei gulag staliniani, all’infelicità della vita quotidiana una straordinaria saga famigliare della ex Ddr
tonia mastrobuoni La Stampa 29/10/2013 -
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