«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti noi con l’ameba da una parte e con lo schizofrenico dall’altra?». In questa provocazione di Gregory Bateson, celebre autore diVerso un’ecologia della mente, è contenuta la grande sfida dell’antropologia. Riuscire a dirci qualcosa sul filo che tiene uniti e separati uomo e natura. E ogni uomo agli altri uomini. Senza lasciare sempre l’ultima parola alle neuroscienze. Erano queste le domande dell’antropologia d’antan, giovane e piena di belle speranze. Poi con la maturità è venuto meno lo slancio degli inizi. E si sono ridimensionate ambizioni e interrogazioni dei padri fondatori. Quelli che andavano a cercare le risposte ai confini del mondo. A scoprire qualcosa di sé e della propria cultura in civiltà diverse dalla nostra. Echi remoti di un’umanità comune. Come Bronislaw Malinowski, che al tempo della prima guerra mondiale vive per anni nelle isole Trobriand mettendosi nei panni dei nativi e inventa l’osservazione partecipante. Come il giovanissimo Claude Lévi-Strauss che, negli anni Trenta, compie il suo viaggio iniziatico tra gli Indios del Brasile centrale. Trasformando la missione dell’etnologo in una critica radicale dell’Occidente coloniale e dei suoi valori. Perché una ricerca etnografica, diceva l’autore diTristi Tropici, non è semplicemente «una professione come un’altra, con la differenza che l’ufficio o il laboratorio distano alcune migliaia di chilometri da casa», ma una vera e propria uscita da sé per riconoscersi in altri sé. Sono gli anni in cui lo stesso Bateson va a cercare nella trance sacra dei Balinesi, posseduti dagli dèi, una chiave per comprendere le malattie mentali della nostra società.
martedì 19 novembre 2013
Antropologi d'Italia
Con la globalizzazione il mondo è diventato più piccolo e “l’altro” è spesso tra noi Ma alcuni esploratori “romantici” vogliono tornare a viaggiare
Gli ultimi antropologi
Quelli che non hanno smesso di cercare i “tristi tropici”
di Marino Niola Repubblica 19.11.13
«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti noi con l’ameba da una parte e con lo schizofrenico dall’altra?». In questa provocazione di Gregory Bateson, celebre autore diVerso un’ecologia della mente, è contenuta la grande sfida dell’antropologia. Riuscire a dirci qualcosa sul filo che tiene uniti e separati uomo e natura. E ogni uomo agli altri uomini. Senza lasciare sempre l’ultima parola alle neuroscienze. Erano queste le domande dell’antropologia d’antan, giovane e piena di belle speranze. Poi con la maturità è venuto meno lo slancio degli inizi. E si sono ridimensionate ambizioni e interrogazioni dei padri fondatori. Quelli che andavano a cercare le risposte ai confini del mondo. A scoprire qualcosa di sé e della propria cultura in civiltà diverse dalla nostra. Echi remoti di un’umanità comune. Come Bronislaw Malinowski, che al tempo della prima guerra mondiale vive per anni nelle isole Trobriand mettendosi nei panni dei nativi e inventa l’osservazione partecipante. Come il giovanissimo Claude Lévi-Strauss che, negli anni Trenta, compie il suo viaggio iniziatico tra gli Indios del Brasile centrale. Trasformando la missione dell’etnologo in una critica radicale dell’Occidente coloniale e dei suoi valori. Perché una ricerca etnografica, diceva l’autore diTristi Tropici, non è semplicemente «una professione come un’altra, con la differenza che l’ufficio o il laboratorio distano alcune migliaia di chilometri da casa», ma una vera e propria uscita da sé per riconoscersi in altri sé. Sono gli anni in cui lo stesso Bateson va a cercare nella trance sacra dei Balinesi, posseduti dagli dèi, una chiave per comprendere le malattie mentali della nostra società.
«Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti noi con l’ameba da una parte e con lo schizofrenico dall’altra?». In questa provocazione di Gregory Bateson, celebre autore diVerso un’ecologia della mente, è contenuta la grande sfida dell’antropologia. Riuscire a dirci qualcosa sul filo che tiene uniti e separati uomo e natura. E ogni uomo agli altri uomini. Senza lasciare sempre l’ultima parola alle neuroscienze. Erano queste le domande dell’antropologia d’antan, giovane e piena di belle speranze. Poi con la maturità è venuto meno lo slancio degli inizi. E si sono ridimensionate ambizioni e interrogazioni dei padri fondatori. Quelli che andavano a cercare le risposte ai confini del mondo. A scoprire qualcosa di sé e della propria cultura in civiltà diverse dalla nostra. Echi remoti di un’umanità comune. Come Bronislaw Malinowski, che al tempo della prima guerra mondiale vive per anni nelle isole Trobriand mettendosi nei panni dei nativi e inventa l’osservazione partecipante. Come il giovanissimo Claude Lévi-Strauss che, negli anni Trenta, compie il suo viaggio iniziatico tra gli Indios del Brasile centrale. Trasformando la missione dell’etnologo in una critica radicale dell’Occidente coloniale e dei suoi valori. Perché una ricerca etnografica, diceva l’autore diTristi Tropici, non è semplicemente «una professione come un’altra, con la differenza che l’ufficio o il laboratorio distano alcune migliaia di chilometri da casa», ma una vera e propria uscita da sé per riconoscersi in altri sé. Sono gli anni in cui lo stesso Bateson va a cercare nella trance sacra dei Balinesi, posseduti dagli dèi, una chiave per comprendere le malattie mentali della nostra società.
Poi l’antropologia ha cominciato a guardare sempre più vicino,
soprattutto da quando il mondo è diventato così piccolo da fare apparire
il viaggio quasi superfluo. Anche perché l’altro ci è arrivato sotto
casa. E così ha perso poco a poco il respiro ideale e teorico necessari
per affrontare le questioni ultime. E si è trasformata in disciplina di
servizio. Immigrazione, cooperazione con i paesi terzi, volontariato,
processi di governance. Sono questi i nuovi terreni di studio e di
azione che l’hanno resa «una professione come un’altra». Acquistando
forse in utile ciò che perdeva certamente in fascino.
Eppure l’apertura romantica e avventurosa verso l’altro, che ha fatto
grande e popolare l’antropologia fino agli anni Settanta, non ha mai
smesso di far battere il cuore dei ricercatori. Hacontinuato a scorrere
come un fiume carsico nelle viscere delle scienze umane. E sta
riaffiorando alla grande negli ultimi anni. Grazie soprattutto a molti
giovani che inaugurano una nuova stagione esotica della ricerca.
Recuperando, in piena globalizzazione, la missione originaria di
coscienza critica dell’etnocentrismo occidentale.
Ecco i nomi. Adriano Favole, professore a Torino, autore di importanti
ricerche nelle isole dei Mari del Sud, quelle che ispirarono a Rousseau e
Diderot il mito del buon selvaggio. Futuna, Vanuatu e la Nuova
Caledonia. Paradisi del primitivismo. Anche se ormai i villaggi dei
celebri cacciatori di teste kanaki, che tanto impressionarono il
capitano Cook, hanno ceduto il posto a capolavori di architettura
contemporanea, come il centro culturale Jean-Marie Tjibaou di Nouméa,
progettato da Renzo Piano e ispirato alle forme e alle consuetudini
dell’abitare locale. Non meno esotico il terreno di Chiara Pussetti,
dottore di ricerca a Torino e adesso ricercatrice a Lisbona, che lavora
sui riti di possessione femminile a Bubaque, la più grande delle Bijagó,
isole gettate come dadi nell’Oceano Atlantico al largo della Guinea
Bissau, dove scimmie, lamantini, antilopi striate, coccodrilli e
ippopotami d’acqua salata convivono nelle lagune tra le foreste di
mangrovia, in uno scenario di mare e di costa degno di Joseph Conrad.
E se il viaggio verso terre lontane è da sempre il nocciolo duro della
formazione dell’antropologo, Matteo Aria ne è il manifesto vivente.
Navigatore, skipper ed etnologo, Aria — laurea a Pisa e dottorato a
Napoli — è uno specialista delle Isole del Vento. Tahiti e Moorea, nel
cuore di quella Polinesia che divenne patria elettiva di artisti come
Paul Gauguin e Jacques Boullaire. In fuga da se stessi e dalla propria
civiltà.
Altrettanto originale è il lavoro di Claudio Sopranzetti, laureato alla
Sapienza e PhD a Harvard, autore di una raffinata indagine-inchiesta a
Bangkok sulle rivolte del popolo dei mototaxisti, gli unici a sapersi
muovere a occhi chiusi nel labirinto inestricabile della megalopoli
asiatica che cambia forma ogni giorno sotto i piedi degli abitanti. Il
suo libroRed Journeys è stato giudicato negli Usa il miglior libro di
antropologia urbana del 2012. Non è da meno Francesco Ronzon,
estetologo-etnologo, che è disceso nel mistero tenebroso della magia di
Haiti, per studiare i risvolti politici dei riti voodoo nello scenario
drammatico del dopoterremoto che ha colpito l’isola caraibica.
E,last but not least,la trentenne Gaia Cottino, addottorata alla
Sapienza, che non ha resistito al mito polinesiano, ma ha scelto di
guardarlo con gli occhi del presente. Il suo libro,Il peso del corpo, è
dedicato alla guerra delle taglie che gli isolani delle Tonga, dove
essere grassi è bello, combattono contro l’Occidente. Che tenta di
imporre i suoi parametri estetici e medici in base ai quali i tongani
risultano tutti brutti e obesi. Bisognosi della nostra industria
farmaceutica.
Insomma in questi cervelli “made in Italy” in cerca di futuro è
scoppiata di nuovo quell’inquieta fame di mondo che Einstein chiamava
heilige Neugier,santa curiosità. Preziosa soprattutto nei momenti di
crisi, quando c’è bisogno di nuove idee. Lo ha capito bene l’esercito
italiano che ha appena lanciato unacall for jobsagli antropologi
italiani di ultima generazione. Per farne la task force della conoscenza
dell’umanità di domani.
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