Riscossa siciliana
Nel XII secolo l’italiano ha avuto la sua prima grande manifestazione poetica in Sicilia Si torna a studiare e pubblicare la lingua e la creatività dell’isola Oggi tre diversi eventi editoriali rendono giustizia ai suoi poeti del ’500 e ’700
di Giulio Ferroni l’Unità 19.11.13
PROTESA AL CENTRO DEL MEDITERRANEO, LA SICILIA È COME IL CUORE
DECENTRATO DELL’EUROPA, APERTA ALL’AFRICA E ALL’ORIENTE: nella sua
storia ha visto intrecciarsi le culture, i popoli, le lingue, le
immaginazioni più varie ed eterogenee, che hanno tratto alimento dal suo
ambiente, dalla sua bellezza e dalla sua desolazione, e insieme lo
hanno plasmato nella ricchezza più sontuosa e nella violenza più atroce.
In Sicilia la lingua italiana ha avuto la sua prima grande
manifestazione poetica, si è provata con le forme della poesia d’amore,
in un formidabile connubio tra nord e sud, per iniziativa di un
imperatore che veniva dal nord (lo svevo Federico II), tra tracce dei
trovatori di Provenza e echi della precedente dominazione araba. Ma pur
avendo dato avvio in modo così prestigioso alla nostra letteratura, in
una lingua dalla forte caratterizzazione dialettale (i cui testi sono
giunti fino a noi in forma toscanizzata), nei secoli successivi la
Sicilia letteraria è sembrata a lungo silenziosa, senza lasciare tracce
determinanti nella tradizione italiana, fino al formidabile scatto
creativo dopo l’unità d’Italia, con quei grandi autori che, da Verga a
Consolo, hanno dato la più viva e determinata immagine critica della
realtà contemporanea.
Eppure nei lunghi secoli dal Duecento all’Ottocento non è mancato un
vivo esercizio della lingua siciliana, una creatività disposta sui più
diversi strati sociali, ingiustamente trascurata a livello nazionale.
Tre diversi eventi editoriali presentano ora tre casi diversi fra loro,
ma collegati dal radicamento nella cultura e nella lingua della Sicilia,
negli intrecci che la costituiscono e che ne fanno davvero il cuore di
un’Europa proiettata sul Sud del mondo (oggi provato dolorosamente
dall’inarrestabile approdo di migranti disperati che attraverso la
Sicilia tentano di affacciarsi sul loro sogno di Europa). Il benemerito
Centro di studi filologici e linguistici siciliani (alla cui cura si
devono già i tre volumi del Meridiano dei Poeti della scuola siciliana,
uscito nel 2008) ha pubblicato a cura di Gaetana Maria Rinaldi
(scomparsa nel 2012), con presentazione di Costanzo Di Girolamo,
l’edizione critica del Libro delle rime siciliane (pp. XLIV-316, euro
35,00), di un singolare poeta del tardo Cinquecento, Antonio Veneziano
(1543-1593), la cui vita avventurosa lo portò anche a contatto (come
prigioniero dei corsari ad Algeri) col grande Miguel de Cervantes. Alle
poche ottave di questo poeta riproposte circa cinquant’anni fa da
Leonardo Sciascia si aggiunge ora una ricchissima serie di testi: con
una eccezionale varietà di prospettive, dove la lingua siciliana sembra
voler prendere superbamente possesso di tutto l’orizzonte immaginario e
simbolico del linguaggio amoroso, dalla poesia classica a quella
petrarchistica, a schemi e motivi di origine popolare, ecc., in
un’accensione senza fine, singolare e coloratissima manifestazione del
manierismo cinquecentesco (è un vasto territorio poetico che
richiederebbe anche un’accurata annotazione: la Rinaldi l’aveva
intrapreso, ma che non è riuscita a portare a termine: qui si dà solo
l’edizione dei testi, essenziale premessa per quella futura edizione
annotata).
Messo in cattiva luce da Sciascia nel romanzo Il consiglio d’Egitto, ma
molto apprezzato ai suoi tempi, perfino fuori d’Italia (da Goethe, tra
gli altri), Giovanni Meli (1740-1815), autore di una vastissima
produzione in cui il dialetto si dispone in abbandonata cantabilità,
secondo quella disposizione musicale che percorre tanta poesia del
Settecento, vede l’avvio della la pubblicazione di tutte le sue opere,
in 10 volumi, sotto la direzione di Salvo Zarcone, per Nuova Ipsa
Editore di Palermo: è già apparso il volume 2, che contiene La
Buccolica, con introduzione e commento di Francesca Fedi e traduzione di
Michele Purpura (pagine XXXVI-291, euro 25,00). Qui, riallacciandosi
all’antico modello pastorale (del siciliano Teocrito), Meli (che era di
professione medico) lo arricchisce con un’attenzione di nuovo tipo alla
natura, non ignara dell’orizzonte scientifico settecentesco e aperta
verso una prospettiva europea (egli sapeva del resto muoversi anche su
di una originale linea di comicità, come mostra il suo più noto poema
scritto sulle orme di Cervantes, Don Chisciotti e Sanciu Panza, tra
quelli più prossimi alla pubblicazione in questa serie editoriale).
Medico palermitano come il Meli era anche Giuseppe Pitrè (1841-1916), il
curatore delle raccolta di fiabe tanto apprezzata da Calvino (cha la
utilizzò nelle sue Fiabe italiane), cioè Fiabe Novelle e racconti
popolari siciliani (apparse la prima volta nel 1875). Etnologo e
storico, Pitrè pubblicò una serie vastissima di studi sulla cultura
siciliana, raccogliendone senza soste le testimonianze (scriveva perfino
nel calesse che lo conduceva alle sue visite di medico), con i 25
volumi della sua Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane:
documentazione determinante, prodotta proprio nei primi decenni
dell’unità d’Italia, su di un universo popolare e contadino, che allora
cominciava a muoversi verso una mutazione che ne avrebbe stravolto
radicalmente i caratteri. Davvero ecceionale impresa editoriale, che
rimette in circolazione la voce a quell’universo di letteratura orale
che senza il lavoro del Pitrè sarebbe andato disperso, è ora quella con
cui Donzelli ripubblica le Fiabe del Pitrè (della presentazione al
Senato si è parlato su l’Unità del 29 ottobre). È un’edizione
«filologica», in 4 volumi che ammontano a circa 2700 pagine (euro 165),
curata da uno dei maggiori studiosi delle fiabe, l’americano Jack Zipes:
i materiali e gli apparati del Pitrè (con le fiabe nei dialetti di vari
centri siciliani) vi sono accompagnati da una chiara ed
equilibratissima traduzione delle fiabe curata da Bianca Lazzaro e da
ulteriori annotazioni dello stesso Zipes, mentre parallelamente Donzelli
pubblica un’altra edizione (intitolata Il pozzo delle meraviglie, pp.
XXXIV-804, euro 30,00), con la stessa traduzione di tutte le 300 fiabe e
con splendide illustrazione di Fabian Negrin, rivolta al semplice
lettore, che così può entrare più agevolmente in quel mondo narrativo.
Scorrere questa edizione porta a riconoscere tutta l’importanza della
raccolta di Pitrè, anche rispetto ad altre celebri raccolte di fiabe
(come quella, risalente al primo Ottocento, dei fratelli Grimm):
diversamente dall’abitudine di molti raccoglitori ottocenteschi, il
medico siciliano si basò su di una grande fedeltà alla lingua dei
narratori semplici ed umili da cui raccoglieva le fiabe, riportando
anche i loro nomi: raccolse gran parte delle fiabe nel quartiere di
palermitano di Borgo (molti da Agatuzza Messia, che lo aveva allevato da
bambino e dalla filatrice Rosa Brusca); e furono circa il 60 per cento
quelle narrategli da donne. Ciò permette a Zipes di suggerire la
possibilità di «mettere a confronto e paragonare il modo in cui donne e
uomini narravano le loro versioni di racconti, leggende e aneddoti ben
noti, e dei proverbi che spesso essi includevano». Si tratta di un
universo fascinoso, pieno di percorsi in tutte le direzioni, di crudeltà
e di libertà, di sogni e di trionfi che si sovrappongono alle penuria,
alla miseria, alla quotidiana difficoltà del vivere, tra sopravvivenza e
onnipotenza, manipolazioni dei più umili oggetti della dura vita
contadina e loro proiezione verso impossibili orizzonti fantastici.
Sotto il segno della ripetizione e dell’iterazione si danno gesti che
trasformano la realtà, la plasmano secondo il desiderio, seguendo
l’immaginazione di sconfinate felicità, riducendo il peso del controllo
razionale, scambiando di posto tra facilità e difficoltà, facendosi
prendere dalla gioia gratuita della sciocchezza senza conseguenze (come
nel caso della popolarissima figura di Giufà): tra materiali che si
ritrovano nelle culture più diverse e che rivelano al massimo grado
quella situazione di interferenza, di rapporti tra mondi molteplici, che
caratterizza la Sicilia, la sua storia e la sua cultura. È un narrare
che esibisce continuamente il proprio carattere di finzione,
proiettandosi anche verso il gioco metanarrativo, in un continuo stacco
tra il proprio spazio e al realtà esterna: proprio tenendo conto di
questo, Pitrè mise all’inizio della raccolta un curioso Cuntu di «Si
raccunta» («Racconto di «Si racconta»), che è quasi la quintessenza di
ogni possibilità metanarrativa. Il senso della finzione allontana
d’altra parte il narratore popolare e i suoi ascoltatori da ogni
illusoria identificazione con la felicità dei personaggi, come mostrano
quelle frequenti battute finali, del tipo, «E rimasero felici e contenti
e noi qui senza niente» (o «col male ai denti»).
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