martedì 5 novembre 2013

C'è un Toynbee italiano: viene da Potere Operaio ed è l'editore del recensore


Tuttavia va notato come Luciano Canfora si vendichi di tale umiliazione e prenda sottilmente per il culo Paolo Mieli, utilizzando la retorica revisionistica per celebrare la grandezza di Koba il terribile [SGA].

Paolo Mieli: I conti con la storia. Per capire il nostro tempo, Rizzoli

Risvolto
In un Paese lacerato da divisioni che paiono insanabili, l'uso della memoria è utensile prezioso e strumento di potere. Paolo Mieli imbastisce una trama di storie, grandi e piccole, che dal lontano passato si intrecciano con le contraddizioni e gli inganni della recente storia d'Italia: ricostruzioni inconciliabilmente diverse di eventi, falsi storici, revisioni e riscritture. Alla ricerca di una risposta alle questioni più urgenti della nostra vita pubblica: come si esce dalla paralisi di una memoria divisa? Quali inganni si possono nascondere nelle riconciliazioni? È possibile, o utile, o auspicabile, dimenticare? 

PAOLO MIELI E IL TERZISMO COME CATEGORIA STORICA
98 02-01-2014 la repubblica 39


La storia si scrive sempre usando il tempo presente
Paolo Mieli a confronto con un tema caro a Croce
di Luciano Canfora Corriere 5.11.13

Sotto il titolo I conti con la storia. Per capire il nostro tempo , Paolo Mieli ha raccolto per Rizzoli gli interventi e i saggi pubblicati negli ultimi anni su questo giornale, come a suo tempo ne aveva selezionati altri in analoghi volumi (La storia, le storie e La goccia cinese ). Questa volta però ha voluto dare una cornice e far risaltare il filo conduttore, in una introduzione della quale qui diremo. Il filo conduttore è il tema formulato per primo esplicitamente e teoreticamente da Benedetto Croce: «Ogni vera storia è storia contemporanea». Con ciò intendendosi che lo sforzo — sempre in fieri — di comprensione del passato parte dalle nostre categorie e risponde a nostre esigenze attuali e, non da ultimo, per ciò che un fatto storico diviene contemporaneo nell’atto mio medesimo di pensarlo.


Chi abbia esperienza della storiografia sa che non vi è storico, di cui sia rimasta significativa memoria, che non abbia preso le mosse da un impulso o bisogno intellettuale radicato nel presente, nel suo presente etico-politico: da Erodoto a Giuseppe Flavio, da Livio a Eginardo, da Guicciardini a Gibbon, da Droysen a Croce medesimo, da Albert Mathiez a Evgenij Tarle. E si potrebbe seguitare con gli esempi includendovi, in dissenso rispetto ad una celebre partizione dovuta ad Arnaldo Momigliano, anche gli eruditi e gli antiquari, pur essi mossi — da Eusebio di Cesarea a Baronio ai Centuriatori di Magdeburgo — da fortissimi impulsi tratti dal presente.

Di questa fondamentale intuizione si possono dare diversi inveramenti. Lo stesso Croce ne intuisce un possibile uso strumentale in quella che chiama «storiografia di partito» (La storia come pensiero e come azione , 1938, parte V) e addita uno iato tra «gli scrittori di storia, disadattati o alieni alla politica» e gli uomini politici, i quali «ancorché ignorantissimi delle cose della storia, pur menano le cose del mondo».
Al contrario, chi dell’agire politico ebbe un’idea più alta e meno riduttiva poté ribaltare questa visione, pur partendo dalle stesse premesse. Mi riferisco alle considerazioni di metodo che Palmiro Togliatti premise alla sua lezione torinese (aprile 1962) su Le classi popolari nel Risorgimento , dove indicò appunto nel politico, distinto in ciò dallo storico professionale (e in ciò sbagliava), colui che invera il principio della ineluttabile contemporaneità della storia. E concludeva, forse intimidito dall’apparente neutralità degli storici di professione: «Soltanto per il politico ogni storia è sempre storia contemporanea» (ed. postuma in «Studi storici», settembre 1967).
Nel Croce del 1938 operava la forzata lontananza dalla politica e l’esperienza rattristante della qualità intellettuale dei politici di quel tempo; ma Croce stesso si tuffò nella politica già con l’avvio della Liberazione (si pensi al memorabile suo intervento al Congresso dei Cln di Bari all’inizio del 1944). E in Togliatti nel 1962 operava forse la soggezione verso l’apparente apoliticità del ceto accademico di quel tempo, ma soprattutto l’orgoglio di appartenere egli stesso alla specie, oggi quasi estinta, dei politici che erano anche grandissimi intellettuali e in quanto tali studiosi di storia.
Un’altra importante declinazione del tema della contemporaneità della storia è quella, cara a Paolo Mieli, della necessità del revisionismo, inteso — va da sé — non come banale paradosso, ma come costante ripensamento del passato (dei momenti soprattutto nodali del passato), che è frutto al tempo stesso dell’ampliarsi della documentazione e del nuovo presente in cui via via gli studiosi di storia si trovano a vivere e a pensare il passato.
Mieli parte, nelle pagine introduttive, dalla difesa del cardinale filoustascia Stepinac da parte di Alain Finkielkraut e sembra accogliere gli argomenti addotti da costui in favore della wojtyliana beatificazione del cardinale a suo tempo fatto arrestare da Tito con l’accusa di collaborazionismo. Mieli spiega il mutamento di giudizio intorno all’azione politica dell’ingombrante prelato con le parole di Finkielkraut, il quale rampogna «gli attuali difensori degli ebrei» cui «interessa soprattutto riflettersi al meglio nello specchio dell’antifascismo»; e commenta: «Per cinquant’anni, sotto il regime comunista (in Jugoslavia) il male era stato identificato col fascismo». La stessa considerazione però si può esprimere anche nel modo seguente: non sono cambiate retroattivamente le compromissioni di Stepinac con il regime filofascista degli ustascia, ma è il passato ustascia che è stato rivalutato, e con esso Stepinac, dalla Croazia di Tudjman (campione di razzismo antiserbo, antisloveno e antimusulmano: si pensi alla Costituzione croata del 1997 da lui voluta).
L’altro grande esempio che Mieli adduce del processo di revisione, frutto, come s’è detto, della incessante contemporaneità del passato, è il giudizio storico espresso da Norberto Bobbio, in uno scritto del 1986, su Stalin. Era una molto articolata lettera a Paolo Spriano, in cui Bobbio non solo respingeva «fermissimamente» l’insulso accostamento tra stalinismo e nazismo, ma invitava Spriano — richiamandosi al XVII capitolo del Principe — a considerare la grandezza «del vostro, e potrei dire anche nostro, Stalin», «venerando e terribile» al pari di Annibale, in quanto è lecito al Principe violare le regole della morale comune se fa «gran cose». E soggiungeva Bobbio: «La costruzione di una società socialista è gran cosa».
Machiavelli, formulando quell’aspro criterio di giudizio, evocava Annibale. Dunque non introduceva, accanto al criterio della grandezza, anche quello della durata. Machiavelli frequentava poco il greco e forse perciò non gli era presente il celebre giudizio di un grande storico greco, contemporaneo di Filippo il Macedone, creatore della Macedonia come grande potenza e percepito poi nella Germania dell’Ottocento come archetipo di Bismarck. Scriveva Teopompo che «Filippo fu il più grande uomo che l’Europa avesse generato» e contestualmente lo descriveva come violento, fedifrago, sopraffattore. Ciò sbandava il povero Polibio, ma questo non toglie valore all’intuizione di Teopompo.
A quasi un secolo dalla rivoluzione d’Ottobre, a sessant’anni dalla morte di Stalin, a ventidue anni dalla dissoluzione dell’Urss, il fenomeno Stalin è finalmente un grande problema storico, piuttosto che un veicolo di eccitazioni superficiali di vario segno. Il diagramma di come questo problema ci ha accompagnati ed è stato valutato nel tempo — cioè nei vari presenti del nostro passato — è un buon indicatore. Seguiamolo per sommi capi. Nel memorabile discorso al teatro Brancaccio di Roma (23 luglio 1944) Alcide De Gasperi, senza mai attenuare, in nessuna parte di quel discorso, la antitesi sua nei confronti del socialismo sovietico pur da lui definito «eminentemente cristiano», inneggiava al «genio di Giuseppe Stalin» e al «merito immenso, storico, secolare delle armate da lui organizzate» (Discorsi politici , ed. Cinque Lune 1956, p. 15). E di «genio politico» parlò Croce a proposito di Stalin su «La città libera» del 23 agosto 1945. Dell’opera sua come costruttore di uno Stato capace di reggere al micidiale attacco tedesco del giugno 1941 parlò su questo giornale Mario Missiroli nel fondo scritto in morte di Stalin (6 marzo 1953): «Quando suonò l’ora della prova suprema, l’uomo si mostrò pari a se stesso e ai grandi compiti che aveva cercato e che la storia gli aveva assegnato». E Pietro Nenni, commemorando Stalin alla Camera in quello stesso giorno, disse: «La guerra del 1941-45 fu, nel suo barbaro orrore, la prova suprema» e concludeva che, in quella terribile circostanza , «Stalin e il sistema ricevettero il collaudo della storia». E si potrebbe seguitare ricordando la biografia di Stalin scritta da un avversario acerrimo come Deutscher, culminante nel giudizio degno di attenzione: «Scacciò la barbarie dalla Russia con metodi barbari» (Stalin, una biografia , 1949). E Deutscher non aveva certo bisogno, per orientarsi, della drastica demolizione di Stalin attuata dalla parte alla fine vincente dei suoi successori nel XX e XXII Congresso del Pcus.
Poi vennero la crisi dell’Urss e la sua dissoluzione, avvenuta circa quarant’anni dopo la morte di Stalin. E la fine della sua costruzione comportò la revisione, il ridimensionamento e la rozza equiparazione con «gli altri dittatori». Ma le «gran cose» di cui diceva il Machiavelli vanno misurate col metro della durata? Forse no, se si pensa che l’impero creato da Filippo e Alessandro si sgretola neanche quindici anni dopo la morte di Filippo e poco dopo la morte di Alessandro. E lo stesso potrebbe dirsi di Tamerlano, che tanto aveva affascinato lo storico Ibn-Haldun, suo antagonista e ammiratore. Fu dunque l’ipotesi che quella storia novecentesca legata alla figura di Stalin fosse «finita nel nulla» (come scrisse, errando, François Furet nel Passato di un’illusione ) a suscitare non solo la insostenibile equazione Hitler/Stalin, ma più in generale il ridimensionamento di ciò che Bobbio ancora nell’86 definiva «grandi cose».
Ora però il punto di osservazione è cambiato ancora una volta. Gli ultimi vent’anni — di cui bene Mieli scrive che «sono già storia» — hanno imposto, soprattutto in Russia, una ulteriore revisione: una revisione che non può non interessare qualunque storico rifletta su quella vicenda, cioè sull’azione dello statista Stalin nei venticinque anni di potere assoluto (1927-1953) che avevano fatto della Russia una grande potenza rimasta tale anche dopo la fine dell’Urss. Lo segnalò subito, con la consueta sensibilità storica, Vittorio Strada su questo giornale (11 novembre 2004). E del ritorno di Stalin come grande figura della sua storia nazionale c’è ben poco da stupirsi, se si considera che si tratta dello statista al cui nome è legata l’unica guerra (e quale guerra!) vinta dalla Russia in tutta la sua storia, a partire dall’altra epopea, quella contro Bonaparte del 1812. Senza dimenticare la icastica sentenza di Deutscher che s’è prima ricordata.
Credo dunque che Mieli saprebbe ben riconoscersi nella sintetica diagnosi crociana: «Se la storia contemporanea balza direttamente dalla vita, anche direttamente dalla vita sorge quella che si suol chiamare non contemporanea». Altrimenti — scrisse Voltaire nella voce Histoire per l’E
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ncyclopédie — cosa ci importerebbe che un tale sovrano è succeduto ad un altro sulle rive del fiume Oxos o dello Iaxarte?


Il nuovo libro di Paolo Mieli
Shoah e negazionismo. La Storia non è una vendetta
di Silvia Truzzi il Fatto 10.11.13

Esce domani il libro di Paolo Mieli I conti con la storia (Rizzoli, 420 pagg; 19,50 euro): titolo ambizioso in un Paese contraddittorio, spesso definito senza memoria e contemporaneamente incapace di far “passare il passato”, di emanciparsi da tare genetiche e vizi assurdi.
Lei scrive che il compito dello storico è ricordare. Ma che ci sono momenti in cui dimenticare è un dovere, per ricomporre una comunità. Perché è necessario “sospendere la memoria”?
La premessa è d’obbligo: la missione dello storico è lavorare sul passato, dunque la memoria e il ricordo sono al centro del suo lavoro. Ed è ovvio: lo storico è un uomo del presente, un tempo che naturalmente condiziona il suo lavoro. Però, perché le passioni del presente non invadano l’indagine sul passato, è necessaria una “pausa obliante”. Dovremmo avere meno animosità e sete di vendetta quando andiamo a visitare il passato. Se ci riusciamo, capiremo molto meglio il nostro oggi.
Come si colloca, alla luce di queste considerazioni, l’ipotesi di introdurre il reato di negazionismo?
Parte della mia famiglia è stata sterminata nella Shoah. Ma quando studio la Shoah non lo faccio per vendicare i miei lutti, bensì per capire quali dinamiche sociali e politiche l’hanno permessa. Mi ha molto favorevolmente impressionato che tra i curatori della Storia della Shoah (Utet, 2010, di Enzo Traverso, Simon Levi Sullam, Marcello Flores) ci siano stati i primi firmatari di un manifesto contro l’introduzione del reato di negazionismo.
Leggendo “I conti con la storia” si deduce che lei è contrario...
Sì. Questi provvedimenti possono nascere con le migliori intenzioni, ma è assurdo pensare che si possa stabilire una verità storica “definitiva”. Adriano Prosperi ha scritto: “L’ira è ottima consigliera quando si deve reagire alle ingiustizie, ma non è con l’inchiostro dell’ira che si possono scrivere le leggi”. Condivido. Timothy Garton Ash ha detto che le leggi illiberali restano tali anche se motivate dalle migliori intenzioni. Io aggiungo: di solito ti si ritorcono contro. Nel disegno di legge si propone di infliggere da uno a cinque anni di carcere a chiunque neghi l’esistenza “di crimini di guerra, genocidio o contro l'umanità”. La definizione mi appare ambigua e generica. Quando sono finiti alla sbarra i negazionisti, come David Irving – condannato a tre anni nel 2006 – l’effetto è stato di amplificarne le tesi: dal tribunale alla tribuna il passo è brevissimo. Ai reati di opinione bisogna dire no, anche se si tratta delle opinioni che tu odi.
Che pensa della battuta di Berlusconi sui suoi figli che si sentono come gli ebrei sotto Hitler?
Inqualificabile e disgustosa: chiunque paragoni la Shoah a situazioni attuali commette oltraggio.
Il tema dell’oblio è collegato al dibattito sull’amnistia (che significa letteralmente “divieto di ricordare”). Lei è d’accordo?
Il perdono giudiziale è stato usato continuamente durante la Prima Repubblica: la classe politica in primo luogo amnistiava se stessa. In maniera ridicola, a mio avviso. E l’indulto del 2006 ha molto danneggiato il centrosinistra. L’indulto o l’amnistia sono auspicabili se diventano un modo per voltare pagina, non se sono utili soltanto a ricominciare tutto come prima confidando nella futura impunità. In più, se l’ottica è lo svuotamento delle carceri, sappiamo bene che si tratta di un effetto solo temporaneo. Altro però è stata l’amnistia Togliatti, dopo la guerra civile: secondo me quella è stata sacrosanta.
Non è che questo, ad esempio dopo il Fascismo e dopo Tangentopoli, ha prodotto l’impossibilità di epurazioni nelle classi dirigenti?
Il riciclo è una nostra peculiarità, l’Italia è nata così. Nel 1861 la classe politica dovette formarsi per necessità con persone che avevano prosperato nei regimi degli Stati pre-unitari. Alcuni avevano aderito alla causa risorgimentale all’ultimo, un po’ come quelli che si scoprirono antifascisti il 26 aprile 1945. Un classico è che tutti, dopo, negano appartenenze e filiazioni, con il risultato di essere per decenni ricattabili a causa di compromissioni del passato. Tutti hanno inventato di essersi opposti alle leggi razziali. Conosce qualcuno qui in Italia che non ha avuto almeno un parente che ospitava gli ebrei perseguitati dai nazisti?
E Tangentopoli? Sono spariti i partiti e quei politici si sono riciclati altrove ma sono rimasti.
È stata una stagione fallimentare, per tanti motivi. Anche perché i magistrati sono stati sospettati da una parte dell’opinione pubblica di aver indagato e processato solo una parte politica. Tangentopoli è del ‘92-‘93. Nel ‘94 Berlusconi è stato al potere per otto mesi. Dopo, fino al 2001, ha governato con diverse formule, il centrosinistra. Allora perché si dice che Berlusconi è stato al potere per un ventennio? È una faciloneria mettere tutto sul conto del Cavaliere, di Previti e di Dell’Utri.
C’è di bello che ora governano tutti insieme.
Le larghe intese non sono l’inizio del nuovo, ma la degna conclusione del vecchio. Quando questo periodo sarà Storia, in Italia non troveremo più nessuno che ammetterà di essere stato berlusconiano, tranne le consuete eccezioni. Rimarrà a lungo un mistero chi fu davvero al potere tra il 1992 al 2001.
Che significa?
Che non andrà a finire bene. C’è qualcosa di opaco e poco chiaro. Il fatto che destra e sinistra stiano al governo insieme non è un caso di unità nazionale, come l’abbiamo conosciuta in Germania. Piuttosto è il disvelamento di una menzogna. A febbraio il centrosinistra non era in grado di ripartire con una nuova stagione, perché i suoi uomini erano quelli del ventennio precedente. Le larghe intese andranno avanti ancora a lungo, credo. La capacità che questa formula ha di assorbire gravi incidenti, come quest’ultimo del ministro Cancellieri, dimostra che la forza di questa coalizione sta nell’assoluta mancanza di alternative.
Il ministro doveva dimettersi?
Senza dubbio. Quando qualche politico riteneva che Tortora fosse ingiustamente detenuto, lo diceva pubblicamente. Così avrebbe dovuto fare in luglio la Cancellieri con Giulia Ligresti. E con gli altri 109 casi di cui ha parlato. Io mi attendevo di conoscere tempi e modi di quei 109 interventi del ministro in favore di detenuti non “illustri”, diciamo così. Ci fidiamo sulla parola?
La pausa obliante vale anche per Berlusconi? Lui non ne vuole sapere di essere consegnato alla Storia.
La premessa per poter pensare a una stagione di oblio è che prima si volti pagina. Io Berlusconi non riesco a capirlo quando dice “Napolitano può ancora darmi la grazia”. Mi domando come non comprenda che il farsi da parte, rimanendo il padre nobile del suo partito, sarebbe l’atteggiamento più sensato. Questo modo di rimanere in campo, come direbbe lui, avvantaggia gli avversari e danneggia i suoi. Tutti.

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