Paolo Mieli: I conti con la storia. Per capire il nostro tempo, Rizzoli
PAOLO MIELI E IL TERZISMO COME CATEGORIA STORICA
Paolo Mieli a confronto con un tema caro a Croce
di Luciano Canfora Corriere 5.11.13
Sotto il titolo I conti con la storia. Per capire il nostro tempo , Paolo Mieli ha raccolto per Rizzoli gli interventi e i saggi pubblicati negli ultimi anni su questo giornale, come a suo tempo ne aveva selezionati altri in analoghi volumi (La storia, le storie e La goccia cinese ). Questa volta però ha voluto dare una cornice e far risaltare il filo conduttore, in una introduzione della quale qui diremo. Il filo conduttore è il tema formulato per primo esplicitamente e teoreticamente da Benedetto Croce: «Ogni vera storia è storia contemporanea». Con ciò intendendosi che lo sforzo — sempre in fieri — di comprensione del passato parte dalle nostre categorie e risponde a nostre esigenze attuali e, non da ultimo, per ciò che un fatto storico diviene contemporaneo nell’atto mio medesimo di pensarlo.
Il nuovo libro di Paolo Mieli
Shoah e negazionismo. La Storia non è una vendetta
di Silvia Truzzi il Fatto 10.11.13
Esce domani il libro di Paolo Mieli I conti con la storia (Rizzoli, 420 pagg; 19,50 euro): titolo ambizioso in un Paese contraddittorio, spesso definito senza memoria e contemporaneamente incapace di far “passare il passato”, di emanciparsi da tare genetiche e vizi assurdi.
Lei scrive che il compito dello storico è ricordare. Ma che ci sono momenti in cui dimenticare è un dovere, per ricomporre una comunità. Perché è necessario “sospendere la memoria”?
La premessa è d’obbligo: la missione dello storico è lavorare sul passato, dunque la memoria e il ricordo sono al centro del suo lavoro. Ed è ovvio: lo storico è un uomo del presente, un tempo che naturalmente condiziona il suo lavoro. Però, perché le passioni del presente non invadano l’indagine sul passato, è necessaria una “pausa obliante”. Dovremmo avere meno animosità e sete di vendetta quando andiamo a visitare il passato. Se ci riusciamo, capiremo molto meglio il nostro oggi.
Come si colloca, alla luce di queste considerazioni, l’ipotesi di introdurre il reato di negazionismo?
Parte della mia famiglia è stata sterminata nella Shoah. Ma quando studio la Shoah non lo faccio per vendicare i miei lutti, bensì per capire quali dinamiche sociali e politiche l’hanno permessa. Mi ha molto favorevolmente impressionato che tra i curatori della Storia della Shoah (Utet, 2010, di Enzo Traverso, Simon Levi Sullam, Marcello Flores) ci siano stati i primi firmatari di un manifesto contro l’introduzione del reato di negazionismo.
Leggendo “I conti con la storia” si deduce che lei è contrario...
Sì. Questi provvedimenti possono nascere con le migliori intenzioni, ma è assurdo pensare che si possa stabilire una verità storica “definitiva”. Adriano Prosperi ha scritto: “L’ira è ottima consigliera quando si deve reagire alle ingiustizie, ma non è con l’inchiostro dell’ira che si possono scrivere le leggi”. Condivido. Timothy Garton Ash ha detto che le leggi illiberali restano tali anche se motivate dalle migliori intenzioni. Io aggiungo: di solito ti si ritorcono contro. Nel disegno di legge si propone di infliggere da uno a cinque anni di carcere a chiunque neghi l’esistenza “di crimini di guerra, genocidio o contro l'umanità”. La definizione mi appare ambigua e generica. Quando sono finiti alla sbarra i negazionisti, come David Irving – condannato a tre anni nel 2006 – l’effetto è stato di amplificarne le tesi: dal tribunale alla tribuna il passo è brevissimo. Ai reati di opinione bisogna dire no, anche se si tratta delle opinioni che tu odi.
Che pensa della battuta di Berlusconi sui suoi figli che si sentono come gli ebrei sotto Hitler?
Inqualificabile e disgustosa: chiunque paragoni la Shoah a situazioni attuali commette oltraggio.
Il tema dell’oblio è collegato al dibattito sull’amnistia (che significa letteralmente “divieto di ricordare”). Lei è d’accordo?
Il perdono giudiziale è stato usato continuamente durante la Prima Repubblica: la classe politica in primo luogo amnistiava se stessa. In maniera ridicola, a mio avviso. E l’indulto del 2006 ha molto danneggiato il centrosinistra. L’indulto o l’amnistia sono auspicabili se diventano un modo per voltare pagina, non se sono utili soltanto a ricominciare tutto come prima confidando nella futura impunità. In più, se l’ottica è lo svuotamento delle carceri, sappiamo bene che si tratta di un effetto solo temporaneo. Altro però è stata l’amnistia Togliatti, dopo la guerra civile: secondo me quella è stata sacrosanta.
Non è che questo, ad esempio dopo il Fascismo e dopo Tangentopoli, ha prodotto l’impossibilità di epurazioni nelle classi dirigenti?
Il riciclo è una nostra peculiarità, l’Italia è nata così. Nel 1861 la classe politica dovette formarsi per necessità con persone che avevano prosperato nei regimi degli Stati pre-unitari. Alcuni avevano aderito alla causa risorgimentale all’ultimo, un po’ come quelli che si scoprirono antifascisti il 26 aprile 1945. Un classico è che tutti, dopo, negano appartenenze e filiazioni, con il risultato di essere per decenni ricattabili a causa di compromissioni del passato. Tutti hanno inventato di essersi opposti alle leggi razziali. Conosce qualcuno qui in Italia che non ha avuto almeno un parente che ospitava gli ebrei perseguitati dai nazisti?
E Tangentopoli? Sono spariti i partiti e quei politici si sono riciclati altrove ma sono rimasti.
È stata una stagione fallimentare, per tanti motivi. Anche perché i magistrati sono stati sospettati da una parte dell’opinione pubblica di aver indagato e processato solo una parte politica. Tangentopoli è del ‘92-‘93. Nel ‘94 Berlusconi è stato al potere per otto mesi. Dopo, fino al 2001, ha governato con diverse formule, il centrosinistra. Allora perché si dice che Berlusconi è stato al potere per un ventennio? È una faciloneria mettere tutto sul conto del Cavaliere, di Previti e di Dell’Utri.
C’è di bello che ora governano tutti insieme.
Le larghe intese non sono l’inizio del nuovo, ma la degna conclusione del vecchio. Quando questo periodo sarà Storia, in Italia non troveremo più nessuno che ammetterà di essere stato berlusconiano, tranne le consuete eccezioni. Rimarrà a lungo un mistero chi fu davvero al potere tra il 1992 al 2001.
Che significa?
Che non andrà a finire bene. C’è qualcosa di opaco e poco chiaro. Il fatto che destra e sinistra stiano al governo insieme non è un caso di unità nazionale, come l’abbiamo conosciuta in Germania. Piuttosto è il disvelamento di una menzogna. A febbraio il centrosinistra non era in grado di ripartire con una nuova stagione, perché i suoi uomini erano quelli del ventennio precedente. Le larghe intese andranno avanti ancora a lungo, credo. La capacità che questa formula ha di assorbire gravi incidenti, come quest’ultimo del ministro Cancellieri, dimostra che la forza di questa coalizione sta nell’assoluta mancanza di alternative.
Il ministro doveva dimettersi?
Senza dubbio. Quando qualche politico riteneva che Tortora fosse ingiustamente detenuto, lo diceva pubblicamente. Così avrebbe dovuto fare in luglio la Cancellieri con Giulia Ligresti. E con gli altri 109 casi di cui ha parlato. Io mi attendevo di conoscere tempi e modi di quei 109 interventi del ministro in favore di detenuti non “illustri”, diciamo così. Ci fidiamo sulla parola?
La pausa obliante vale anche per Berlusconi? Lui non ne vuole sapere di essere consegnato alla Storia.
La premessa per poter pensare a una stagione di oblio è che prima si volti pagina. Io Berlusconi non riesco a capirlo quando dice “Napolitano può ancora darmi la grazia”. Mi domando come non comprenda che il farsi da parte, rimanendo il padre nobile del suo partito, sarebbe l’atteggiamento più sensato. Questo modo di rimanere in campo, come direbbe lui, avvantaggia gli avversari e danneggia i suoi. Tutti.
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