mercoledì 6 novembre 2013

Il popolo martire per eccellenza


Suad Amiry: Golda ha dormito qui, Feltrinelli

Risvolto
Di cosa è fatta la bellezza di una casa, se non della vita di chi la abita? Ma quando accade che un intero popolo si trovi all’improvviso espropriato delle sue dimore, la domanda che passa, amara, di bocca in bocca è soltanto una: che fine fa quella bellezza, e che fine fa l’anima di chi in quelle case, in quei palazzi, in quei giardini, ci ha vissuto, ci ha pianto e ci ha gioito, per una vita intera? Questa storia ha inizio nel 1948, quando gli inglesi, partendo da Israele, lasciarono due popoli in lotta: l’uno con tutto, l’altro con niente. Suad Amiry, palestinese, racconta quella perdita inestimabile, quella dei muri con dentro le anime, la memoria, i gesti, gli affetti. Muri a cui oggi, ai vecchi proprietari di sempre, è addirittura proibito avvicinarsi, è preclusa la vista, la memoria delle sensazioni. Come all’architetto Andoni, che vorrebbe tornare nell’abitazione che ha progettato e costruito, il “suo gioiello”, e scopre in tribunale di non poterlo fare in quanto “proprietario assente”; o come a Huda, che preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. Insieme agli effetti di un conflitto storico che dura da allora, Suad Amiry, con profonda grazia e humour dissacrante, si confronta con un tema universale e potente com’è quello della casa, che finisce per coincidere con la nostra stessa identità, con la nostra stessa, comune, storia.



Restituitemi casa mia «Noi palestinesi, un popolo di espropriati»
Suad Amiry racconta il nuovo romanzo «Golda ha dormito qui» e dice: siamo invisibili come gli indiani d’America La domanda è che cosa possiamo fare ora, nel presente, per farci «vedere» per essere un popolo che ha una Terra

intervista di Umberto De Giovannangeli l’Unità 6.11.13


ROMA LA CASA COME METAFORA STRUGGENTE DI UNA IDENTITÀ NEGATA. ORGOGLIO, DOLORE, SPERANZA. SONO I SENTIMENTI CHE PERMEANO «GOLDA HA DORMITO QUI» (FELTRINELLI), l’ultima produzione letterariaria di Suad Amiry, la più conosciuta tra le scrittrici palestinesi conteporanee. In Italia per presentare il suo libro, l’Unità l’ha intervistata.
Cosa significa vivere e pensarsi come un «popolo di espropriati»?
«È esattamente il tema principale di questo nuovo libro. Perché poche persone sono consapevoli del fatto che i palestinesi che vivono in Palestina sono considerati “assenti” dagli israeliani. Quando si parla di palestinesi rifugiati, generalmente si pensa o si fa riferimento a persone sparse per il mondo, mentre in realtà sono tutti a Gaza o in Cisgiordania, nei territori occupati, parliamo di milioni di persone che pure se fisicamente presenti in Palestina, sono considerati da Israele “assenti”. Sappiamo che questo fatto dell’essere “invisibili” agli occhi degli occupanti, è un meccanismo tipico della colonizzazione che non è caratteristico solamente del caso d’Israele nei confronti della Palestina, ma è tipico di tutti gli Stati colonizzatori. È il caso, ad esempio, del territorio americano, in cui gli americani dichiaravano di non aver visto, di non aver preso consapevolezza della presenza degli “indiani” d’America; è lo stesso è avvenuto in Algeria, nei Paesi arabi sotto la Francia. Tutto questo non è un fatto casuale, bensì scientificamente pianificato. Tornando a noi, è dal primo giorno, dalla prima dichiarazione che Israele ha sancito che il popolo palestinese non esisteva, benché ci fossero sui Territori in quel momento più di un milione di persone. E questo è un processo che continua, che non riguarda solo il 1948, ma che continua ancora oggi sempre con questa logica dell’alibi della non espropriazione a fronte di un popolo che, secondo loro, non esiste. Emblematico di questo modo di viversi, è quanto ebbe a dire Golda Meir (la Golda del titolo, ndr), riguardo la Palestina e il popolo ebraico: “Un popolo senza terra, per una terra senza popolo”».
Nel libro la casa è un po’ come un ancoraggio materiale e, al tempo stesso, spirituale, alla propria identità personale, familiare, nazionale. Nel libro, c’è un passaggio in cui Huda, una delle protagoniste del romanzo, «non potè fare a meno di ripensare al funzionario israeliano che l’aveva interrogata solo qualche settimana prima». Il funzionario le si rivolge così: «Smettila di vivere nel passato. È il vostro problema. Voi arabi continuate a vivere nel passato». E ancora: «Svegliati, siamo nel 2011, non nel 1948. Khalas Huda, khalas, è tutto finito». È così? Si può immaginare un futuro rimanendo prigionieri del passato? «Questo paragrafo è molto indicativo di questo fatto curioso, cioè che i palestinesi non hanno, secondo Israele, il permesso di ricordare quello che è successo 65 anni fa. Ma d’altro canto, Israele si riallaccia a quello che è successo in questa terra, la Palestina, duemila anni fa. È proprio una questione di “doppio standard”: noi dovremmo dimenticare, mentre loro tendono a giustificare la loro presenza lì proprio dalla storia e dalla memoria. Io ho scritto questo libro non solo per parlare di questa ferita non cicatrizzata, ma anche per dichiarare che per fare pace, perché ci possa essere pace fra Israele e Palestina, è necessario che Israele prenda atto della nostra identità, e di questa nostra memoria, che è una memoria recente. La casa di cui parlo nel libro, è la casa di mio padre, non è la casa di otto generazioni fa, quindi è parte integrante della mia identità. Non è pensabile una pace che possa prescindere dal riconoscimento di questa nostra identità, dal riconoscimento, reciproco, dell’altro da sé. La soluzione dei “due Stati”, è una soluzione che prevede l’accettazione di moltissimo dolore, e per lenirlo almeno in parte, è necessario comunque questa forma di riconoscimento della nostra identità. Possiamo accettare tutto il doloro che fa parte di questa soluzione, ma non possiamo prescindere dal riconoscimento di questa nostra identità. È sempre necessario mettersi nei panni dell’altro. Quando si parla di un “popolo espropriato” delle proprie case, della propria terra, si parla sempre del ‘48, ma questi sono fatti che continuano ancora oggi, quotidianamente, negli insediamenti, a Gerusalemme, in tutti i Territori. La mia domanda, che è una domanda molto concreta, non un mero esercizio intellettuale, è: che cosa possiamo fare ora, nel presente, per fermare questa espropriazione che continua tutti i giorni».
Una risposta la dà Hudna. Nel difendere la casa da cui era stata scacciata la sua famiglia, Hudna preferisce testardamente la cella alla condanna di non poter rientrare nella casa dei genitori. È una sfida o un segno di sconfitta?
«Ne romanzo mi focalizzo su quattro personaggi, tra cui ci sono io stessa e la mia famosa suocera, Umm Salim (protagonista del libro Sharon e mia suocera, Feltrinelli, 2003, ndr). Ognuno di noi fa i conti con la perdita in modo diverso. Per quanto mi riguarda, io non vado a vedere la casa della mia famiglia, perché per me è una emozione troppo forte che preferisco non affrontare. L’altro personaggio, Andoni, che è un architetto, un intellettuale, decide di adottare le vie legali, e prova attraverso un tribunale israeliano di riprendere possesso della sua casa. Huda è una persona di “pancia”, e quindi gestisce e reagisce a questa perdita in maniera molto viscerale, istintiva. I mezzi diversi che i vari personaggi e persone scelgono di usare, sono un modo per fare i conti con questa perdita. Mia sorella che è una psicanalista, dice, per l’appunto, che se hai paura di qualche cosa, bisogna affrontarla, guardarla in faccia. Huda ha sposato questo tipo di atteggiamento. E lo ha fatto anche perché ha visto suo padre che piangeva ripensando a quella casa da cui era stato scacciato, il ricordo del cane che abbaiava. Huda è stata così segnata dall’esperienza traumatica del padre, che dice se io non posso tornare in questa casa, nessuno potrà abitarla in pace».

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