mercoledì 13 novembre 2013
Cronaca e storia nel libro di Guido Crainz sulla crisi italiana
Guido Crainz: Diario di un naufragio, Donzelli pagg. 255 euro 19,50
Risvolto
«Il nesso fra cronaca e storia è centrale nel mio diario: può
aiutare a muoversi fra le nebbie, e spesso fra le melme, della seconda
Repubblica. E può portare ancora più indietro: alla qualità stessa della modernizzazione italiana,
e al rapporto fra istituzioni, sistema politico e paese».
Il presente come storia: in questo suo nuovo libro Guido Crainz racconta
in presa diretta gli ultimi dieci anni di vita italiana. Se il suo
grande affresco in tre volumi sulla storia dell’Italia repubblicana si
fermava alle soglie del nuovo millennio, qui la materia si fa
attualissima, lo stile più perentorio, il giudizio più tagliente. La
forma è quella di un diario che ripercorre anno dopo anno la trama del
nostro passato più recente sul filo di una originalissima «memoria
individuale», intessuta di raffronti tra i giudizi del momento, annotati
da Crainz a ridosso dei singoli accadimenti, e le valutazioni che
l’autore ne può dare oggi. Una parabola – quella di quest’ultimo
decennio – davvero impressionante: dall’apparente consolidarsi della
seconda Repubblica al suo rovinoso crollo. Sullo sfondo, crisi e bufere
globali, dal dramma di Nassiriya al «pericolo greco», dagli attentati di
Londra e Madrid a una crisi economica internazionale che disvela gli
inganni del neoliberismo. Sino al nodo dell’Europa, e all’ «angoscia da
spread». Un interrogarsi, anche, sul lungo permanere della stagione
berlusconiana; sulle radici a cui essa è saldamente ancorata e sulle
deformazioni che induce nel corpo vivo della società italiana; con lo
sprezzo crescente dei valori e dei vincoli collettivi, con il primato
del «sé» sul bene pubblico, con l’erosione quotidiana delle norme
elementari di legalità e diritto. Su tutte, una domanda. Perché questi
processi hanno trovato così deboli anticorpi? Perché la stagione
berlusconiana ha potuto protrarsi così a lungo, inducendo stravolgimenti
gravi nel funzionamento delle istituzioni e in quell’equilibrio fra i
tre poteri dello Stato che è il cardine di ogni democrazia? Nel suo
stesso svolgersi, il libro diventa in primo luogo una riflessione
impietosa sull’inadeguatezza della sinistra italiana, sulla sua
incapacità di progettare il futuro e di modificare radicalmente il
proprio modo di essere restituendo ai cittadini la fiducia nella
democrazia: una fiducia gravemente erosa da una «partitocrazia senza
partiti» sempre più priva di etica, e spesso di decenza. Se una nuova
partenza è possibile, può avvenire solo da qui.
Il nuovo saggio di Guido Crainz
Una stagione che non vuole tramontare
di Guido Craiz Repubblica 13.11.13
Nel
crollo della prima Repubblica ci si illuse che le colpe fossero solo di
un ceto politico incapace e corrotto, e che ad esso potesse
contrapporsi una virtuosa società civile: oggi nessuno può avere questa
illusione e ci si interroga semmai su quanto sia profondo e
irrimediabile l’inabissarsi di entrambi. E se sia possibile costruire
qualche vascello, anche di fortuna, per riprendere il mare. Se nel corpo
del paese ve ne sia sufficiente desiderio e forza, prima ancora che la
possibilità. [...] Dalla cronaca prendono inevitabilmente avvio molte
riflessioni: alla storia però, alla nostra storia, fortissimamente
rimandano un crollo così rovinoso del sistema politico e una involuzione
così profonda del paese. E il nesso fra cronaca e storia è centrale:
proprio quel nesso può aiutare a muoversi fra le nebbie, e spesso fra le
melme, della seconda Repubblica. Nebbie e melme che hanno radici negli
stessi processi che portarono al crollo della prima: gli stessi che
presiedettero poi a una transizione illusoria e fallimentare. E
rimandano ancor più all’indietro: rimandano, a dirla in breve, alla
qualità stessa — o meglio, alle contraddizioni e ai guasti — della
modernizzazione italiana, e al rapporto fra istituzioni, sistema
politico e paese. All’evolversi o al degradare di questo rapporto nel
corso dei decenni.
Al centro vi è dunque una seconda Repubblica
fallita e forse mai nata: illuminata però anche da speranze e impegni
civili, ansie di rinnovamento e di trasformazione. Sempre più flebili,
col passare del tempo: perché? Questa domanda è diventata via via
centrale in una riflessione che era nata come tentativo di cogliere i
tratti profondi della stagione berlusconiana, il suo significato, il suo
collocarsi nella più lunga storia della Repubblica. Di comprendere,
anche, le ragioni del suo permanere: le sue radici e al tempo stesso le
deformazioni che ha indotto e induce nel corpo vivo della nostra
società. Il suo rafforzare e al tempo stesso rimodellare processi già
avviati nel corso degli anni Ottanta: con lo sprezzo crescente dei
valori e dei vincoli collettivi, con il primato del “sé” sul bene
pubblico, con l’erosione quotidiana delle norme elementari di legalità e
diritto. Perché però questi processi hanno trovato così deboli
anticorpi? Perché la stagione di Berlusconi, più volte erosa da se
stessa — dalle sue incapacità e dalla miseria del suo illusionismo — ha
potuto protrarsi così a lungo, inducendo stravolgimenti gravi nel
funzionamento delle istituzioni? Stravolgimenti, anche e soprattutto,
nella cultura del paese: vent’anni fa il primo avviso di garanzia già
incrinò la credibilità di Bettino Craxi, oggi una condanna definitiva è
sembrata sostanzialmente irrilevante a una parte non piccola degli
italiani. Senza contare quelli che la considerano semplicemente iniqua.
Questi
erano e sono dunque i nodi centrali che portano a una riflessione
sempre più insistita sulla inadeguatezza della sinistra. Sulla sua
incapacità di opporsi davvero a queste derive e al tempo stesso
progettare il futuro, delineare un modo diverso di “essere italiani”,
restituire ai cittadini la fiducia nella democrazia: una fiducia
gravemente erosa da una “partitocrazia senza partiti” povera o priva di
etica. Come neIl rinoceronte di Eugène Ionesco la mutazione sembra quasi
senza scampo: così appare, perlomeno, a quella metà degli italiani che è
rifluita nell’astensione o ha votato per il Movimento 5 Stelle. E non
solo a loro. Come si è giunti al deserto di oggi? E vi è qualche
possibile via d’uscita?
Non è certo facile uscire dal disorientamento
o dal rimpianto per quel grande e articolato mondo che è stata la
sinistra italiana, con le sue passioni e i suoi miti, le sue generosità e
i suoi slanci (senza dimenticare naturalmente i suoi errori e le sue
colpevoli rimozioni). Si fa fatica a districarsi fra culture differenti,
da quella comunista a quella azionista, e fra l’accumularsi di crisi
diverse: certo è che alla seconda Repubblica approda una sinistra ormai
priva di alcuni suoi tratti fondamentali e fondanti. Già negli anni
Settanta del resto — cioè nel momento della sua massima espansione e del
suo maggior prestigio — erano entrati progressivamente in crisi alcuni
suoi architravi tradizionali: dai riferimenti internazionali alla
centralità ed egemonia della classe operaia (apparentemente trionfante,
allora, ma quasi espulsa poi dal discorso pubblico in un brevissimo
volger di tempo). Sino all’idea stessa di progresso, di sviluppo lineare
e senza limiti, che stava al fondo già del socialismo ottocentesco: su
questo terreno la crisi petrolifera sancisce uno spartiacque epocale
(forse inavvertito, allora, nella sua interezza). Ce n’è d’avanzo: negli
anni Ottanta la sinistra si trova a navigare nei flutti impetuosi del
neoliberismo e nella crisi del welfare senza più rotta. E con un
elemento ancor più profondo di spaesamento. A dirla in breve: negli anni
Ottanta la modernità inizia a non portare più “automaticamente” con sé
l’allargamento dei diritti collettivi, della partecipazione dei
cittadini, delle acquisizioni sociali. L’innovazione sembra separarsi
dal progressismo politico, il vento della modernizzazione e quello del
progresso civile non soffiano necessariamente insieme. È messo in
discussione in più forme, insomma, il coniugarsi stesso della sinistra
al mutamento e alla speranza di trasformazione: e contemporaneamente la
sua “diversità” inizia ad appartenere al passato. Nel crollo della prima
Repubblica, poi, la sinistra manca in gran parte alla prova, incapace
com’è di rinnovare realmente la politica e il proprio modo di essere:
destinata dunque ad apparire a molti elettori come l’ultima espressione
di un sistema dei partiti fallito. L’ultima incarnazione del vecchio:
poco convincente e poco attrattiva anche quando l’illusorio nuovo del
centrodestra mostra tutta la sua miseria.
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