mercoledì 13 novembre 2013

L'accusa strisciante di antisemitismo continua a gravare su Sergio Romano


Dai tempi della Lettera a un amico ebreo [SGA].

Il nuovo Medio Oriente

Le sorti dello Stato di Israele

risponde Sergio Romano Corriere 13.11.13




Per natura ricerco sempre la chiarezza e la prego di aiutarmi in questo senso. Spero ricorderà il nostro fugace incontro al Rotary di corso Venezia a Milano. Domanda: lei considerava e considera davvero Israele un «corpo estraneo» (e quindi auspica la sua distruzione?). Spero vorrà rispondermi con la stessa chiarezza. 
Franco Cohen 

Caro Cohen, 
Credevo di avere fatto una banale constatazione. Il tema in discussione, in quel momento, era la situazione d’Israele in una regione sconvolta da rivolte popolari e guerre civili. Rispondendo alla domanda di una persona intervenuta dopo la fine della mia conversazione, ho osservato che la crisi ha privato lo Stato ebraico di alcune delle amicizie su cui aveva fondato la propria politica estera, e che la sua condizione non gli permetteva di dare alcun contributo alla restaurazione di un equilibrio regionale. Questa condizione è, per l’appunto, l’estraneità. La nascita di Israele nel 1948 trovò larghi consensi nella società occidentale per almeno tre ragioni. Il sionismo socialista della sua classe politica suscitava la simpatia delle social-democrazie. I cristiani evangelici, soprattutto negli Stati Uniti, vedevano nel ritorno degli ebrei in Palestina una conferma delle profezie sulla seconda venuta del Cristo. E molti, infine, ritenevano che l’umanità, dopo le persecuzioni degli anni Trenta e il genocidio della Seconda guerra mondiale, avessero contratto con gli ebrei un debito politico e morale. Credo che questi tre motivi bastino a spiegare la simpatia di cui Israele godette sino alla guerra del 1967. 
Ma nessuno di quei sentimenti poteva essere condiviso dalle popolazioni dell’Africa del Nord e del Levante. Gli arabi avevano abitato quelle regioni sin dal settimo secolo dell’era cristiana. Non aspettavano la seconda venuta del Cristo. Non erano responsabili della strategia genocida di Hitler. Esiste infine un’altra considerazione di cui è opportuno tenere conto. La nascita dello Stato d’Israele coincideva con un periodo storico in cui gli imperi coloniali si sarebbero progressivamente ritirati dalla regione e avrebbero infine concesso la piena sovranità ai loro vecchi protettorati. Era davvero sorprendente che l’apparizione di un nuovo Stato europeo apparisse agli occhi delle società arabe come una nuova forma di colonialismo occidentale? 
Israele dovrebbe quindi scomparire dalla carta geografica? La storia produce fatti compiuti che non possono essere cancellati senza provocare danni e ingiustizie ben più gravi di quelli che vorremmo correggere. Il movimento sionista ha vinto guerre, risanato terre incolte, creato una florida economia nazionale, dato una casa e un futuro a più del 40% della popolazione ebraica mondiale. Questi sono i «titoli di proprietà» che garantiscono, più di qualsiasi promessa profetica, il suo diritto di esistere. Ma se non vuole continuare a essere percepito come un corpo estraneo dovrà rendersi conto che anche altri, nella regione, ritengono di avere diritti storici e legittime aspettative. La pace, in ultima analisi, dipende dal riconoscimento di questa duplice legittimità. 

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