lunedì 18 novembre 2013
Giuseppe Cacciatore e la filosofia ispanofona
Il personaggio di Cervantes come chiave di lettura La «via Mediterranea» delle dottrine teoriche e speculative in Spagna passa anche dalla poetica del cavaliere errante
di Gaspare Polizzi l’Unità 18.11.13
NEL GIOCO DELLE CONTRAPPOSIZIONI BINARIE, L’OPPOSIZIONE TRA FILOSOFIA
ANALITICA E FILOSOFIA CONTINENTALE HA AVUTO GRANDE FORTUNA, SOPRATTUTTO
PER ACCREDITARE LA TRADIZIONE DOMINANTE NEL SECONDO ‘900: la filosofia
analitica di lingua inglese. Del tutto trascurata è stata invece la «via
mediterranea» alla filosofia, riconoscibile nelle culture di lingua
italiana, spagnola e portoghese.
All’indagine sulla filosofia di lingua spagnola e portoghese, diffusa
anche in America Latina, si dedica da tempo Giuseppe Cacciatore,
ordinario di Storia della Filosofia all’Università di Napoli. Fondatore
della Rivista di Filosofia iberica e ibero-americana Rocinante (così Don
Chisciotte chiamò il suo cavallo) e condirettore della rivista «Cultura
Latinoamericana», Cacciatore ha pubblicato vari scritti sul tema,
compreso un volume in spagnolo: El búho y el condor. Ensavos en torno a
la filosofía hispano-americana (Editorial Planeta, 2011).
Il primo nodo di riflessione offerto dalla filosofia spagnola consiste
dell'interrogazione ininterrotta intorno a Cervantes e al Don
Chisciotte. Carlos Fuentes scrive a proposito di Cervantes e di Colombo:
«Nessuno dei due immaginò di essere sbarcato nei nuovi continenti dello
spazio l’America -, e della finzione il romanzo moderno». Detto
altrimenti, pur ignari, Colombo e Cervantes ci indirizzano verso la
modernità.
IL PRIMO ROMANZO MODERNO
È questo un tratto unico della filosofia spagnola, che pone al centro
della ricerca il primo romanzo moderno. Neppure in Italia, dove la
commistione tra filosofia e tradizione letteraria è sempre stata molto
forte, a partire da Dante, Machiavelli e Leopardi, si riconosce in
un'opera letteraria un momento fondativo della cultura filosofica. Da
Miguel de Unamuno a José Ortega y Gasset, da Américo Castro a María
Zambrano, al ricordato Fuentes, la riflessione sul Don Chisciotte
attraversa la filosofia spagnola del Novecento, assumendo una rilevanza
europea.
Il primo capitolo del libro si sofferma su questo carattere
«donchisciottesco» della filosofia spagnola, sulla via verso la
modernità segnata da una dialettica tra realtà e metafora declinata nei
modi più diversi, che conduce a una «filosofia della ragione poetica».
Interrogarsi sul Don Chisciotte, pubblicato nel 1605-15, ma iniziato a
scrivere a Messina nel 1571, significa anche chiedersi quale positiva
contraddizione abbia permesso di accedere al romanzo moderno in una
condizione di decadenza quale appare quella della Spagna della
Controriforma, alla fine del Siglo de Oro. Dalla decadenza, notava
Zambrano, «nasce la grande avventura creativa della letteratura
moderna». E non è inutile il raffronto con la cultura del Rinascimento
italiano, esplosa nel 1492, con l’inizio delle guerre per la spartizione
dell’Italia. Diversamente, oggi declino sociale e culturale sono più
strettamente connessi.
Nell'opera di Cervantes, con i suoi legami sotterranei con l’arabo dei
moriscos, espulsi dalla Spagna nel 1609, è presente una dimensione
tragica che dipende dall'inesistente corrispondenza fra cose e parole:
le vicende cavalleresche diventano parole vuote, ma Don Chisciotte,
nella sua «pazzia» (locura), non se ne accorge, fa emergere l'istinto,
l'ignoto, il sogno. La follia e la fantasia danno luogo nella filosofia
spagnola a quella «ragione poetica» che non può non colpire uno studioso
di lunga lena del nostro Vico e della sua «sapienza poetica», che
dedica l’appendice del libro a un confronto tra Vico e Ortega.
Non ci può forse aiutare ancora la «zattera della cultura» che Ortega
lancia al naufrago del nostro tempo di crisi, richiedendogli un
prospettivismo vitale e postulando «come suo concetto guida il senso del
limite» e «come metodo conoscitivo la coscienza della storicità della
contingenza temporale e la sua traducibilità nel linguaggio narrativo
della storia»? La filosofia della crisi segna la cultura spagnola e
mediterranea, ma anche quello storicismo critico-problematico che
Cacciatore da più di quarant’anni descrive, innanzitutto tramite Wilhelm
Dilthey (discusso in questo libro in rapporto al filosofo basco Xavier
Zubiri).
Ancor più ci è vicina la Zambrano, così segnata dai grandi drammi del
'900 (totalitarismo, guerra, esilio), letti in una dimensione poetica di
genere. Zambrano ricerca una «storia vera» che sorga «soltanto dalla
coscienza, attraverso la perplessità e la confusione». Anche questo ci
insegna la filosofia spagnola, nel solco di un «pensiero mediterraneo»
che faremmo bene a riconoscere nel suo valore, in questi nostri tempi
tormentati dalla crisi della democrazia.
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