venerdì 22 novembre 2013
Gli economisti non conoscono la storia ma anche i giornalisti che li assecondano non scherzano
Basti pensare al rapporto tra il duo Giavazzi-Alesina e il Corriere, salvo pubblicare poi queste lacrime di coccodrillo. Paolo Mieli dovrebbe organizzare un corso di recupero [SGA].
Gli economisti? «Per capire le crisi studino la storia»
di Dino Messina Corriere 22.11.13
Gli
economisti sanno qualcosa di storia? Non è una domanda provocatoria ma
una delle questioni attorno a cui ruota l’incontro fra oltre trecento
storici economici italiani che si sono dati appuntamento oggi e domani
all’università Statale di Milano. Come suggerisce il titolo del
convegno, «discorsi sul metodo», organizzato dalla Società italiana di
storici economici presieduta da Antonio Di Vittorio, gli studiosi
vogliono riportare al centro della riflessione economica la storia
perché qualche seria perplessità ce l’hanno. «Vuol sapere la verità? —
chiede retoricamente Giuseppe De Luca, il docente della Statale che
assieme al collega Germano Maifreda ha organizzato il congresso —.
L’ignoranza sulla storia delle crisi è uno dei motivi del crac
economico-finanziario del 2008. Un’ignoranza che ha portato gli esperti
di finanza al perpetuarsi di un’illusione. Si doveva e poteva prevedere
che la bolla sarebbe scoppiata. E qualcuno l’aveva previsto, come
Raghuram Rajan, che nel 2005 era il capo economista del Fondo monetario
internazionale. Ma si è trattato di voci isolate e inascoltate».
Insomma, la principale lezione di metodo che verrà fuori dal convegno
milanese è un ritorno alla storia. «Uno studio utile — spiega il
professor Maifreda — perché cambiano i protagonisti ma le bolle hanno
strutture simili. In anni recenti, poi, ci si è dimenticati del medio e
lungo periodo ma si è stati portati a ragionare sempre e soltanto sul
breve, complice una struttura capitalistica basata sul sistema dei premi
in cui ai grandi manager interessati alle stock option si è alleato un
tipo di ”azionista spot” che punta sulla realizzazione immediata dei
profitti».
È dal 1971, con la denuncia degli accordi di Bretton
Woods del 1944, che l’epoca della stabilità finanziaria è finita, fa
notare De Luca. Da allora è un susseguirsi periodico di scossoni: quello
provocato nel 1987 dalla bolla dei fondi di investimento, o nel 1992 la
crisi valutaria italiana che ci costrinse a uscire dal Sistema
monetario europeo. Agli inizi del 2000 un’altra bolla, che portò per
esempio nel 2003 una società come Finmatica, poi fallita, a
capitalizzare più della Fiat. «Nel 2008 — sintetizza De Luca — abbiamo
assistito al crollo di un modello economico inaugurato alla fine degli
anni Settanta da Margaret Thatcher (la società non esiste, ci sono solo
gli individui) e nel gennaio 1981 da Ronald Reagan (i governi non
possono risolvere problemi, sono loro stessi il problema). Una filosofia
basata sull’assenza di regole che oggi non è più accettabile, come
hanno del resto dimostrato gli interventi statali nell’economia in una
nazione, gli Stati Uniti, tradizionalmente refrattaria a questo tipo di
aiuti».
Nel convegno milanese si parlerà naturalmente della crisi
del 1929, ma anche della prima grande depressione del capitalismo
moderno, successiva al crollo del mercato immobiliare del 1873. «Dopo i
grandi investimenti anche di denaro pubblico per sostenere il
rinnovamento urbanistico di metropoli come Parigi e Vienna e, in Italia,
soprattutto Napoli e Milano — spiega Maifreda — si assistette a
un’esplosione della bolla che partì dall’Austria, investì l’Europa e
arrivò fino agli Stati Uniti. Fu l’inizio di un fenomeno lungo, la vera
prima grande depressione, che durò più di un ventennio (e che comportò
fenomeni sociali come la massiccia ondata emigratoria verso gli Stati
Uniti), almeno fino al 1896, all’epoca delle esposizioni universali e
delle scoperte di giacimenti minerari dal Sudafrica al Klondike». Lo
storico economico che analizzi la crisi attuale non può ignorare il
fattore «debito pubblico», che tanto ci spaventa. «Anche il debito
pubblico — osserva De Luca — non è una novità ma una costante ricorrente
della nostra storia: dall’Inghilterra della guerra dei Cent’anni alla
Spagna di Carlo V, il debito o sparisce con l’inflazione o viene
consolidato, come fece Carlo V, trasformandolo in buoni del tesoro a
lungo termine. Per venire ad anni più recenti, il nostro Luigi Einaudi
nell’immediato secondo Dopoguerra, da governatore della Banca d’Italia
favorì l’inflazione per azzerare il debito e, da ministro del Tesoro
avviò una manovra deflattiva per ridare potere d’acquisto ai lavoratori e
garantire un quadro stabile per la ricostruzione». Lo studio della
storia è poi utile anche per vedere il comportamento dei singoli
individui. Raffaele Mattioli, il più importante banchiere italiano del
Novecento, la cui biblioteca di migliaia di volumi è oggi gestita
dall’università Statale, lasciò una lista di libri che avrebbe voluto
comprare ma che non poteva permettersi. Tra questi la prima edizione del
«Tableau économique» di Quesnay. Oggi la biblioteca Raffaele Mattioli
ha acquisito quel classico del pensiero fisiocratico. Ma, a parte i
gusti raffinati del banchiere-editore, ve lo immaginate oggi un grande
manager, con stock option milionarie, che non riesca a soddisfare un
desiderio come quello del presidente della Comit?
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