lunedì 18 novembre 2013
Il progetto della moderna socialdemocrazia per un annientamento globale e definitivo della scuola pubblica
Intervista a Michael Barber ex consulente per
l’istruzione di Tony Blair che è a capo di un progetto editoriale per
cambiare l’insegnamento
La Scuola del futuro
“Così trasformiamo l’informazione in conoscenza”
intervista di Enrico Franceschini Repubblica 18.11.13
LONDRA Chiedere di più. Si intitola così, Asking more, il libro
pubblicato in questi giorni a Londra che si appresta a cambiare la
scuola del 21esimo secolo. Lo cura sir Michael Barber, artefice della
riforma dell’istruzione di Tony Blair, oggi responsabile del progetto
con cui la Pearson, gigante dell’editoria scolastica e accademica
mondiale (oltre che proprietaria del Financial Times e dell’Economist),
propone una grande riforma globale dell’insegnamento. A chi “chiedere di
più”? Alle nuove tecnologie della rivoluzione digitale, a se stessi
attraverso un metodo personalizzato di rigorose verifiche, agli altri
tramite un apprendimento collaborativo, da lavoro di squadra, risponde
Barber, delineando gli orizzonti del passaggio dal tradizionale
insegnamento “verticale”, insegnante-allievo, a un insegnamento
“orizzontale” che coinvolge agenti, fonti e piattaforme differenti.
Sir Barber, lei fu l’architetto della riforma dell’istruzione di Blair, a fine anni ’90: quali erano gli obiettivi?
«Migliorare l’alfabetizzazione e risollevare scuole che non sapevano più
insegnare. Era un misto di maggior sostegno e maggiore pressione,
attraverso ispezioni e controlli più assidui e precisi».
Sebbene non sia trascorsa nemmeno una generazione, ora lei delinea una
nuova riforma dell’insegnamento su scala mondiale: perché ne sente il
bisogno?
«Perché è una naturale evoluzione di quella prima riforma, una nuova
tappa che non riguarda più solo scuole e università britanniche, date le
dimensioni della Pearson, ma tutto il pianeta. Significa prestare
attenzione non solo a ciò che si insegna, ma al risultato di ciò che si
insegna, all’efficacia dell’apprendimento, ai suoi effetti nella vita di
chi studia».
E come si misurano efficacia e risultati?
«Non esiste un solo strumento per misurarli. Se devi imparare l’inglese,
cerchiamo di verificare che uso concreto ne viene fatto. Se devi
apprendere un mestiere, che sia l’ingegnere o il designer, guardiamo
alle opportunità che ti offre quello che hai studiato. Tenendo presente
che l’istruzione è un prodotto particolare: funziona solo se lo usi in
modo appropriato. È come un medicinale: la sua efficacia dipende da come
lo applichi, se prendi una pillola tre volte al giorno come prescrive
il medico. La scuola può condurti a un certo livello di apprendimento,
ma molto dipende dal dialogo che si stabilisce tra insegnanti e
studenti, fra studenti e studenti, tra studenti e le innumerevoli
piattaforme di apprendimento che vengono offerte oggi dalla rivoluzione
digitale ».
Dove ci porterà l’e-learning, l’apprendimento digitale?
«La rivoluzione digitale consente di trovare più nozioni, più
velocemente. Ma è molto più di questo. Finora se facevamo un test per
misurare il grado di alfabetizzazione di una scuola o di uno studente,
dovevamo aspettare mesi per conoscerne i risultati. Ora possiamo
misurarne i risultati giorno per giorno, quasi ora per ora. Possiamo
scoprire subito se uno studente rimane indietro e intervenire in tempo
cambiando sistema per dargli l’appoggio di cui ha bisogno».
Al centro di tutto rimane l’insegnante in carne e ossa?
«Sì, ma con finalità nuove. Finora si puntava sul rapporto verticale e
subordinato tra insegnante e allievo. Oggi l’insegnante deve creare le
circostanze per permettere agli allievi di imparare anche gliuni dagli
altri, e da altre fonti, esperienze e piattaforme. L’insegnante del
21esimo secolo deve essere una guida, l’attivatore di un processo di
apprendimento orizzontale».
E lo studente del 21esimo secolo cosa deve imparare?
«La conoscenza, per imparare non solo “cosa”, ma pure “come”, che si
tratti di letteratura, matematica, storia, filosofia, scienze, ovvero
imparare a come usare quello che ha studiato. Poi deve sviluppare le sue
capacità intrapersonali, cioè la deduzione, la logica, la creatività,
ma anche a come usarle rapidamente e sotto pressione. Quindi deve
sviluppare le capacità interpersonali, come collaborare con altri, il
team work insomma, da applicare nell’ambito della scuola ma poi in
futuro anche nella famiglia, nel lavoro e nella società. Infine deve
apprendere una quarta capacità, quella che ti porta ad avere un insieme
di valori etici, quanto mai necessari in un mondo multietnico,
multireligioso, multirazziale».
Sul web si può studiare praticamente gratis, gran parte delle nozioni e
dei corsi non sono a pagamento. Ma qualcuno deve pur pagare per
produrli. Chi?
«La rivoluzione digitale ci ha portati in una nuova frontiera di cui
nessuno conosce i confini definitivi. Il problema di chi paga per
l’e-learning è simile a quello di chi paga per l’informazione online,
per i siti Internet dei giornali. La pubblicità, le donazioni, un
sistema di micro-pagamenti? La mia impressione è che andiamo verso un
mondo in cui molti contenuti saranno gratuiti, ma bisognerà pagare per i
servizi, cioè per chi ti dà qualcosa in più del contenuto puro. Qualche
anno fa, mentre vivevo a Bologna dove mia moglie studiava
cinematografia, passammo una sera a discutere dei Fratelli Karamazovcon
altri studenti. Non ricordavamo il no- dei protagonisti e con Google e
Wikipedia li abbiamo trovati in un attimo. Ma per capire Dostoeveskij
occorrono strumenti che Google da solo non può dare».
Un altro concetto del suo libro è il lifelong learning: studiare tutta la vita.
«Oggi è molto difficile trovare lavoro, anche se hai i migliori
requisiti possibili. Ma fra 10 anni quei requisiti non basteranno più.
Recentemente a Londra un tassista mi raccontava che insegna a suo figlio
il test di conoscenza delle strade della città, per garantire un posto
da tassista anche lui. Gli ho fatto presente che in California si danno
già licenze per auto senza pilota: un giorno i tassisti non serviranno
più. Noi tutti dobbiamo continuamente apprendere, senza fermarci mai».
Tutto cambia, dunque, e in un certo senso niente cambia: quando nel ’97
chiesero a Blair, nella sua prima campagna elettorale, quali sarebbero
state le tre priorità del suo governo, rispose con una battuta diventata
emblematica: l’istruzione, l’istruzione e l’istruzione.
«Valeva allora per la Gran Bretagna, oggi vale per il mondo
globalizzato. I leader politici cominciano a capire ovunque che
l’istruzione è la chiave: non solo per risolvere il problema
dell’occupazione, ma per avere una società sana, civile, omogenea e
democratica. Dalla scuola dipende tutto».
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