venerdì 8 novembre 2013

Isole immaginarie


Judith Schalansky: Atlante delle isole remote, Bompiani

Risvolto
Con questo atlante Judith Schalansky  ci conduce in cinquanta isole remote, lontane da tutto e da tutti che non troverete mai con Google Earth: da Tristan da Cunha fino all’atollo di Clipperton, dall’Isola di Natale a quella di Pasqua, e ci racconta storie misteriose e bizzarre. Storie di animali rari e di uomini strani, di schiavi naufraghi e solitari studiosi di scienze naturali, esploratori smarriti e folli guardiani del faro, naufraghi dimenticati e marinai ammutinati. Sono le storie di “Robinson” volontari e involontari che dimostrano che i viaggi più avventurosi si svolgono sempre nell’immaginazione, con il dito sulla carta. 



Ufo, inferni e utopie nelle isole sperdute
La tedesca Judith Schalansky ha compilato un atlante con 50 luoghi remoti che non si trovano con Google Earth. Ma dove la storia ha assunto aspetti misteriosi e inaspettati MISKA RUGGERI PAOLO NORI  10 gen 2014 Libero

La designer tedesca Judith Schalansky, autrice del romanzo - dal titolo magnifico - Lo splendore casuale delle meduse, ha impiegato tutta la sua perizia grafica nellarealizzazione dell’Atlante delle isole remote. Cinquanta isole dove non sono mai stata emai andrò( Bompiani, pp. 144, euro 21,50), non a caso premiato come «il più bel libro dell’anno» dalla Fondazione dell’arte del libro, con le variemappe in scala 1:125.000. E in effetti si tratta di un oggetto esteticamente tipograficamente persino olfattivamente perfetto.
Più discutibile la filosofia di fondo, esplicitata nel sottotitolo e nell’affermazione - a chiusura di un appassionato elogio dell’illustrazione cartografica, che rende la Terra comprensibile e piatta - «Ancora oggi preferisco un atlante a ogni guida di viaggio». Qui non ci siamo. Come si fa ad ammirare sulle carte isole così distanti dallamadrepatria da dover essere inserite in un riquadro ad hoc - in un angolino e senza alcuna informazione sulla loro reale posizione, quasi «note a piè pagina della terraferma» - senza avere poi voglia di vederle di persona? Di viverle, esplorarle, calpestarle, catturarne l’anima, respirarne l’aria gelida o afosa? Come resistere al gusto dell’ignoto e dell’avventura?

Perché sì: «il Paradiso è un’isola», posta a settimane di viaggio in nave dalla terra più vicina e quindi luogo ideale per ogni esperimento utopico di libertà o comunismo, e «anche l’Inferno», visto come vanno di solito a finire le cose o il clima estremo. Ma per dirlo serve l’autopsia. Come persino per subire il fascino del Nulla, dei ghiacci eterni dei Poli. Altrimenti, fantasticare seduti alla scrivania, se non si ha il talento di un Salgari, resta un esercizio libresco ed erudito fine a se stesso.

Ciononostante, la Schalansky ci offre un repertorio completo di destinazioni sperdute, inaccessibili come e più della luna, descritte con acribia (ecco, magari una bibliografia non ci sarebbe stata male...). Alcune sono ben note anche al grande pubblico - Sant’Elena per l’esilio e la morte di Napoleone, Robinson Crusoe per motivi letterari, l’Isola di Pasqua per gli inquietanti moai, Pitcairn per gli ammutinati del “Bounty”, Floreana per il giallo dell’Adamo ed Eva di Germania, Fangataufa per i test atomici francesi, Diego Garcia per la base militare statunitense, Iwo Jima per la foto più famosa della Seconda guerra mondiale e il film ( Lettere da Iwo Jima) diretto da Clint Eastwood. Altre, invece, con le loro storie, rappresentano chicche curiose. Tra queste ne scegliamo quattro.


Trindade (Brasile), appena 10 km quadrati in mezzo all’Atlantico a 1.140 km da Vitória e 2.540 da Sant’Elena, scoperta nel 1502 dal portoghese Vasco da Gama, è «un disastro topografico»: scoscesa, ostile, franosa. Capita spesso che le persone spariscano senza lasciare tracce, trascinate via da onde alte metri durante una passeggiata o inghiottite da un cratere. Qui, la mattina del 6 gennaio 1958 (Wikipedia scrive il 16), uncivile a bordo della nave per ricerche oceanografiche “Almirante Saldanha”, Almiro Barauna, sta scattando alcune foto della costa meridionale quando appare in cielo un oggetto chiaro e luminoso, avvolto in una foschia fosforescente, che vola come unpipistrello verso Ponta Cristade Galo; scompare dietro la cima del Pico Desejado, quindi vira e torna indietro. Barauna, mentre sul ponte di comando si è radunata una piccola folla, scatta. Ma le foto sono sovraesposte: si intuisce solo un oggetto metallico simile a un Saturno schiacciato. Gli ufologi ne discutono ancora.

L’Isola del Possesso (Francia), nell’Oceano Indiano a 2.150 km dall’Antartide e 2.370 dal Madagascar, scoperta nel gennaio 1772 dal navigatore francese Marc-Joseph Marion du Fresne (poi mangiato dai cannibali della Nuova Zelanda), ha toponimi stravaganti. Al massiccio montuosopiù a nord è stato dato il nome di Jules Verne, un fiumiciattolo si chiama Moby Dick, a sud lo Stige conduce dal Lac Perdu al mare aperto.

Marc Liblin è un bambino francese di sei anni tormentato da un sogno in cui qualcuno gli parla in una lingua sconosciuta. Presto la impara senza neppure sapere se esista davvero. A 33 anni vive appartato in Bretagna, notato da alcuni ricercatori dell’Università di Rennes che vogliono decifrare quella strana lingua. Tutto inutile. Finché non hanno l’idea di portarlo per i bar del porto per farlo ascoltare dai marinai. A un certo punto uno dice di aver già sentito quei suoni in un’isola sperduta della Polinesia e addirittura di conoscere una donna, moglie divorziata di un militare, che abita vicino e la parla. Marc va da lei, Meretuini Make, la saluta nel suo idioma, l’antico Rapa, la sposa e nel 1983 si trasferiscono a Rapa Iti.
Le ragazze vanno in giro nude, a nessuno interessa se siano vergini quando si sposano (anzi, non esiste neppure la parola che indica la verginità e chi partorisce un figlio illegittimo sale nella considerazione sociale perché ha dimostrato al futuro marito di essere feconda), il sesso è un gioco, la gelosia è sconosciuta. A Robert Dean Frisbie da Cleveland, nel 1924, sembrava un sogno. Semplicemente, si trovava a Pukapuka nelle Tuamotu e passava il tempo, direbbe una canzoncina, a fare fichi fichi.


L’isola c’è ma non si vede 
Alla scoperta di 50 luoghi remoti sperduti negli oceani senza muoversi da casa: l’Atlante di Judith Schalansky
Tonia Mastrobuoni La Stampa


E' una virgola in mezzo al nulla, un’isola microscopica nel Pacifico che può essere oscurata da una nuvola. E per Amelia Earhart non è un dettaglio. Pioniera leggendaria delle trasvolate in solitaria, primo essere umano ad aver attraversato l’Atlantico dopo Lindbergh, questa testarda pioniera sta compiendo anche l’impresa più grande, il giro del mondo sulla sua freccia dei cieli color argento. Quella mattina di luglio del 1937 il suo bimotore parte per l’ultimo tratto prima del traguardo, dopo 22 mila miglia di volo attorno all’Equatore. Ma tra lei e la leggenda c’è solo uno scoglio. Letteralmente. Howland è un ammasso di pietre dalla forma oblunga nel cuore dell’oceano più grande. Amelia sa che è una sfida trovare quel mucchietto di terra, ma sa anche che è là che la attendono i rifornimenti di carburante e un letto per riposarsi. Non ci arriverà mai. 
Howland è una delle 50 isole che la scrittrice tedesca Judith Schalansky racconta nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani), dichiarando da subito che si tratta di isole «dove non sono mai stata né mai andrò», come recita il sottotitolo. Ma la bugia non è solo il fondamento di questo geniale libro, corredato di disegni accuratissimi. È anche, ci ricorda l’autrice, l’essenza di ogni cartina geografica, di ogni mappamondo, di ogni atlante.
Anzitutto lo è per chi è cresciuto nel Meclemburgo, come Schalansky, dove il regime comunista stendeva ipocritamente le Germanie su due pagine lasciando alla «piegatura bianca, lucida e insormontabile tra le due pagine» il compito di dividerle. Ma chiunque abbia studiato un po’ di geografia sa che su qualsiasi cartina le proporzioni sono sballate, distorte, da interpretare. Sull’atlante la Terra è piatta e le grandezze sono menzognere: l’Africa e la Groenlandia sono equivalenti, quando la prima è quattordici volte la seconda. E le autostrade sono del tutto distorte, mastodontiche rispetto alla realtà. Persino sul mappamondo, quel «corrispettivo pornografico», ma più proporzionato e veritiero dell’atlante, ci sono delle bufale: la «Terra australis incognita» fu battezzata così quando non lo era già più. E tra i termini fuorvianti, c’è certamente «remoto». Rispetto a chi? L’isola di Pasqua è definita dai suoi abitanti «l’ombelico del mondo».
L’impresa di Schalansky è proprio quella di esplorare virtualmente i «parìa» delle cartine geografiche, quelle isole talmente lontane dalla terraferma da essere escluse dalle carte ufficiali o relegate «in un angolino, stipate dentro la cornice di un riquadro, sospinte ai margini, con una scala tutta loro, ma senza alcuna reale posizione». 
È a queste «note a piè di pagina della terraferma» che l’autrice dedica 50 magnifici ritratti, e spesso si scopre che sono spazi teatrali dove si condensano assurdità umane che di solito si disperdono, nella sconfinatezza dei continenti. Nell’elenco non ci sono soltanto i luoghi sperduti più famosi della storia, Sant’Elena o gli arcipelaghi delle avventure di Cook e di Magellano o delle esplorazioni di Darwin. Ci sono anche isole dove nascono utopie o piccole tirannidi o dove si ripetono per secoli scempi atroci, cannibalismi, incesti, stupri sistematici. Come sull’isola dei discendenti degli ammutinati del Bounty, dov’è normale abusare di bambini «perché è la consuetudine» sin da quel disgraziato episodio di incursione occidentale.
In questi microcosmi si nascondono spesso mali oscuri, come quello dell’isola britannica di St. Kilda, evacuata negli Anni 30 del secolo scorso, dove i bambini morivano tra il settimo e il nono giorno, forse per la carne oleosa dei fulmari che rendeva acido il latte materno, o forse per le parentele troppo strette. E sull’«isola dei daltonici» Pingelap, in Micronesia, un tifone decimò la popolazione e fece sopravvivere solo una ventina di indigeni; alcuni di essi soffrivano di una mutazione del cromosoma che li rendeva del tutto ciechi ai colori. Oggi un decimo degli abitanti di Pingelap è daltonico. E quando si arriva sull’isola, saltano agli occhi i maiali. Sono bianchi o neri, come per adattarsi al male del luogo. 
Le isole sono anche formidabili laboratori per piccole dittature private. Lo è stata l’ecuadoregna Floreana, dove la baronessa austriaca Eloise Wagner de Bousquet approda nel 1932 con l’idea di costruire un albergo per milionari, trascinandosi dietro mucche, asini, polli, quaranta quintali di cemento, e due amanti, «schiavi dei suoi capricci». Finiranno tutti inghiottiti dal nulla, lasciando sull’isola un solo, misero segno del loro passaggio: l’Hacienda paradiso, un telone teso tra quattro picchetti. Un po’ poco, per una vacanza. 


è una virgola in mezzo al nulla, un’isola microscopica nel Pacifico che può essere oscurata da una nuvola. E per Amelia Earhart non è un dettaglio. Pioniera leggendaria delle trasvolate in solitaria, primo essere umano ad aver attraversato l’Atlantico dopo Lindbergh, questa testarda pioniera sta compiendo anche l’impresa più grande, il giro del mondo sulla sua freccia dei cieli color argento. Quella mattina di luglio del 1937 il suo bimotore parte per l’ultimo tratto prima del traguardo, dopo 22 mila miglia di volo attorno all’Equatore. Ma tra lei e la leggenda c’è solo uno scoglio. Letteralmente. Howland è un ammasso di pietre dalla forma oblunga nel cuore dell’oceano più grande. Amelia sa che è una sfida trovare quel mucchietto di terra, ma sa anche che è là che la attendono i rifornimenti di carburante e un letto per riposarsi. Non ci arriverà mai. 
Howland è una delle 50 isole che la scrittrice tedesca Judith Schalansky racconta nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani), dichiarando da subito che si tratta di isole «dove non sono mai stata né mai andrò», come recita il sottotitolo. Ma la bugia non è solo il fondamento di questo geniale libro, corredato di disegni accuratissimi. È anche, ci ricorda l’autrice, l’essenza di ogni cartina geografica, di ogni mappamondo, di ogni atlante.
Anzitutto lo è per chi è cresciuto nel Meclemburgo, come Schalansky, dove il regime comunista stendeva ipocritamente le Germanie su due pagine lasciando alla «piegatura bianca, lucida e insormontabile tra le due pagine» il compito di dividerle. Ma chiunque abbia studiato un po’ di geografia sa che su qualsiasi cartina le proporzioni sono sballate, distorte, da interpretare. Sull’atlante la Terra è piatta e le grandezze sono menzognere: l’Africa e la Groenlandia sono equivalenti, quando la prima è quattordici volte la seconda. E le autostrade sono del tutto distorte, mastodontiche rispetto alla realtà. Persino sul mappamondo, quel «corrispettivo pornografico», ma più proporzionato e veritiero dell’atlante, ci sono delle bufale: la «Terra australis incognita» fu battezzata così quando non lo era già più. E tra i termini fuorvianti, c’è certamente «remoto». Rispetto a chi? L’isola di Pasqua è definita dai suoi abitanti «l’ombelico del mondo».
L’impresa di Schalansky è proprio quella di esplorare virtualmente i «parìa» delle cartine geografiche, quelle isole talmente lontane dalla terraferma da essere escluse dalle carte ufficiali o relegate «in un angolino, stipate dentro la cornice di un riquadro, sospinte ai margini, con una scala tutta loro, ma senza alcuna reale posizione». 
È a queste «note a piè di pagina della terraferma» che l’autrice dedica 50 magnifici ritratti, e spesso si scopre che sono spazi teatrali dove si condensano assurdità umane che di solito si disperdono, nella sconfinatezza dei continenti. Nell’elenco non ci sono soltanto i luoghi sperduti più famosi della storia, Sant’Elena o gli arcipelaghi delle avventure di Cook e di Magellano o delle esplorazioni di Darwin. Ci sono anche isole dove nascono utopie o piccole tirannidi o dove si ripetono per secoli scempi atroci, cannibalismi, incesti, stupri sistematici. Come sull’isola dei discendenti degli ammutinati del Bounty, dov’è normale abusare di bambini «perché è la consuetudine» sin da quel disgraziato episodio di incursione occidentale.
In questi microcosmi si nascondono spesso mali oscuri, come quello dell’isola britannica di St. Kilda, evacuata negli Anni 30 del secolo scorso, dove i bambini morivano tra il settimo e il nono giorno, forse per la carne oleosa dei fulmari che rendeva acido il latte materno, o forse per le parentele troppo strette. E sull’«isola dei daltonici» Pingelap, in Micronesia, un tifone decimò la popolazione e fece sopravvivere solo una ventina di indigeni; alcuni di essi soffrivano di una mutazione del cromosoma che li rendeva del tutto ciechi ai colori. Oggi un decimo degli abitanti di Pingelap è daltonico. E quando si arriva sull’isola, saltano agli occhi i maiali. Sono bianchi o neri, come per adattarsi al male del luogo. 
Le isole sono anche formidabili laboratori per piccole dittature private. Lo è stata l’ecuadoregna Floreana, dove la baronessa austriaca Eloise Wagner de Bousquet approda nel 1932 con l’idea di costruire un albergo per milionari, trascinandosi dietro mucche, asini, polli, quaranta quintali di cemento, e due amanti, «schiavi dei suoi capricci». Finiranno tutti inghiottiti dal nulla, lasciando sull’isola un solo, misero segno del loro passaggio: l’Hacienda paradiso, un telone teso tra quattro picchetti. Un po’ poco, per una vacanza. 



è una virgola in mezzo al nulla, un’isola microscopica nel Pacifico che può essere oscurata da una nuvola. E per Amelia Earhart non è un dettaglio. Pioniera leggendaria delle trasvolate in solitaria, primo essere umano ad aver attraversato l’Atlantico dopo Lindbergh, questa testarda pioniera sta compiendo anche l’impresa più grande, il giro del mondo sulla sua freccia dei cieli color argento. Quella mattina di luglio del 1937 il suo bimotore parte per l’ultimo tratto prima del traguardo, dopo 22 mila miglia di volo attorno all’Equatore. Ma tra lei e la leggenda c’è solo uno scoglio. Letteralmente. Howland è un ammasso di pietre dalla forma oblunga nel cuore dell’oceano più grande. Amelia sa che è una sfida trovare quel mucchietto di terra, ma sa anche che è là che la attendono i rifornimenti di carburante e un letto per riposarsi. Non ci arriverà mai. 
Howland è una delle 50 isole che la scrittrice tedesca Judith Schalansky racconta nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani), dichiarando da subito che si tratta di isole «dove non sono mai stata né mai andrò», come recita il sottotitolo. Ma la bugia non è solo il fondamento di questo geniale libro, corredato di disegni accuratissimi. È anche, ci ricorda l’autrice, l’essenza di ogni cartina geografica, di ogni mappamondo, di ogni atlante.
Anzitutto lo è per chi è cresciuto nel Meclemburgo, come Schalansky, dove il regime comunista stendeva ipocritamente le Germanie su due pagine lasciando alla «piegatura bianca, lucida e insormontabile tra le due pagine» il compito di dividerle. Ma chiunque abbia studiato un po’ di geografia sa che su qualsiasi cartina le proporzioni sono sballate, distorte, da interpretare. Sull’atlante la Terra è piatta e le grandezze sono menzognere: l’Africa e la Groenlandia sono equivalenti, quando la prima è quattordici volte la seconda. E le autostrade sono del tutto distorte, mastodontiche rispetto alla realtà. Persino sul mappamondo, quel «corrispettivo pornografico», ma più proporzionato e veritiero dell’atlante, ci sono delle bufale: la «Terra australis incognita» fu battezzata così quando non lo era già più. E tra i termini fuorvianti, c’è certamente «remoto». Rispetto a chi? L’isola di Pasqua è definita dai suoi abitanti «l’ombelico del mondo».
L’impresa di Schalansky è proprio quella di esplorare virtualmente i «parìa» delle cartine geografiche, quelle isole talmente lontane dalla terraferma da essere escluse dalle carte ufficiali o relegate «in un angolino, stipate dentro la cornice di un riquadro, sospinte ai margini, con una scala tutta loro, ma senza alcuna reale posizione». 
È a queste «note a piè di pagina della terraferma» che l’autrice dedica 50 magnifici ritratti, e spesso si scopre che sono spazi teatrali dove si condensano assurdità umane che di solito si disperdono, nella sconfinatezza dei continenti. Nell’elenco non ci sono soltanto i luoghi sperduti più famosi della storia, Sant’Elena o gli arcipelaghi delle avventure di Cook e di Magellano o delle esplorazioni di Darwin. Ci sono anche isole dove nascono utopie o piccole tirannidi o dove si ripetono per secoli scempi atroci, cannibalismi, incesti, stupri sistematici. Come sull’isola dei discendenti degli ammutinati del Bounty, dov’è normale abusare di bambini «perché è la consuetudine» sin da quel disgraziato episodio di incursione occidentale.
In questi microcosmi si nascondono spesso mali oscuri, come quello dell’isola britannica di St. Kilda, evacuata negli Anni 30 del secolo scorso, dove i bambini morivano tra il settimo e il nono giorno, forse per la carne oleosa dei fulmari che rendeva acido il latte materno, o forse per le parentele troppo strette. E sull’«isola dei daltonici» Pingelap, in Micronesia, un tifone decimò la popolazione e fece sopravvivere solo una ventina di indigeni; alcuni di essi soffrivano di una mutazione del cromosoma che li rendeva del tutto ciechi ai colori. Oggi un decimo degli abitanti di Pingelap è daltonico. E quando si arriva sull’isola, saltano agli occhi i maiali. Sono bianchi o neri, come per adattarsi al male del luogo. 
Le isole sono anche formidabili laboratori per piccole dittature private. Lo è stata l’ecuadoregna Floreana, dove la baronessa austriaca Eloise Wagner de Bousquet approda nel 1932 con l’idea di costruire un albergo per milionari, trascinandosi dietro mucche, asini, polli, quaranta quintali di cemento, e due amanti, «schiavi dei suoi capricci». Finiranno tutti inghiottiti dal nulla, lasciando sull’isola un solo, misero segno del loro passaggio: l’Hacienda paradiso, un telone teso tra quattro picchetti. Un po’ poco, per una vacanza. 


è una virgola in mezzo al nulla, un’isola microscopica nel Pacifico che può essere oscurata da una nuvola. E per Amelia Earhart non è un dettaglio. Pioniera leggendaria delle trasvolate in solitaria, primo essere umano ad aver attraversato l’Atlantico dopo Lindbergh, questa testarda pioniera sta compiendo anche l’impresa più grande, il giro del mondo sulla sua freccia dei cieli color argento. Quella mattina di luglio del 1937 il suo bimotore parte per l’ultimo tratto prima del traguardo, dopo 22 mila miglia di volo attorno all’Equatore. Ma tra lei e la leggenda c’è solo uno scoglio. Letteralmente. Howland è un ammasso di pietre dalla forma oblunga nel cuore dell’oceano più grande. Amelia sa che è una sfida trovare quel mucchietto di terra, ma sa anche che è là che la attendono i rifornimenti di carburante e un letto per riposarsi. Non ci arriverà mai. 
Howland è una delle 50 isole che la scrittrice tedesca Judith Schalansky racconta nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani), dichiarando da subito che si tratta di isole «dove non sono mai stata né mai andrò», come recita il sottotitolo. Ma la bugia non è solo il fondamento di questo geniale libro, corredato di disegni accuratissimi. È anche, ci ricorda l’autrice, l’essenza di ogni cartina geografica, di ogni mappamondo, di ogni atlante.
Anzitutto lo è per chi è cresciuto nel Meclemburgo, come Schalansky, dove il regime comunista stendeva ipocritamente le Germanie su due pagine lasciando alla «piegatura bianca, lucida e insormontabile tra le due pagine» il compito di dividerle. Ma chiunque abbia studiato un po’ di geografia sa che su qualsiasi cartina le proporzioni sono sballate, distorte, da interpretare. Sull’atlante la Terra è piatta e le grandezze sono menzognere: l’Africa e la Groenlandia sono equivalenti, quando la prima è quattordici volte la seconda. E le autostrade sono del tutto distorte, mastodontiche rispetto alla realtà. Persino sul mappamondo, quel «corrispettivo pornografico», ma più proporzionato e veritiero dell’atlante, ci sono delle bufale: la «Terra australis incognita» fu battezzata così quando non lo era già più. E tra i termini fuorvianti, c’è certamente «remoto». Rispetto a chi? L’isola di Pasqua è definita dai suoi abitanti «l’ombelico del mondo».
L’impresa di Schalansky è proprio quella di esplorare virtualmente i «parìa» delle cartine geografiche, quelle isole talmente lontane dalla terraferma da essere escluse dalle carte ufficiali o relegate «in un angolino, stipate dentro la cornice di un riquadro, sospinte ai margini, con una scala tutta loro, ma senza alcuna reale posizione». 
È a queste «note a piè di pagina della terraferma» che l’autrice dedica 50 magnifici ritratti, e spesso si scopre che sono spazi teatrali dove si condensano assurdità umane che di solito si disperdono, nella sconfinatezza dei continenti. Nell’elenco non ci sono soltanto i luoghi sperduti più famosi della storia, Sant’Elena o gli arcipelaghi delle avventure di Cook e di Magellano o delle esplorazioni di Darwin. Ci sono anche isole dove nascono utopie o piccole tirannidi o dove si ripetono per secoli scempi atroci, cannibalismi, incesti, stupri sistematici. Come sull’isola dei discendenti degli ammutinati del Bounty, dov’è normale abusare di bambini «perché è la consuetudine» sin da quel disgraziato episodio di incursione occidentale.
In questi microcosmi si nascondono spesso mali oscuri, come quello dell’isola britannica di St. Kilda, evacuata negli Anni 30 del secolo scorso, dove i bambini morivano tra il settimo e il nono giorno, forse per la carne oleosa dei fulmari che rendeva acido il latte materno, o forse per le parentele troppo strette. E sull’«isola dei daltonici» Pingelap, in Micronesia, un tifone decimò la popolazione e fece sopravvivere solo una ventina di indigeni; alcuni di essi soffrivano di una mutazione del cromosoma che li rendeva del tutto ciechi ai colori. Oggi un decimo degli abitanti di Pingelap è daltonico. E quando si arriva sull’isola, saltano agli occhi i maiali. Sono bianchi o neri, come per adattarsi al male del luogo. 
Le isole sono anche formidabili laboratori per piccole dittature private. Lo è stata l’ecuadoregna Floreana, dove la baronessa austriaca Eloise Wagner de Bousquet approda nel 1932 con l’idea di costruire un albergo per milionari, trascinandosi dietro mucche, asini, polli, quaranta quintali di cemento, e due amanti, «schiavi dei suoi capricci». Finiranno tutti inghiottiti dal nulla, lasciando sull’isola un solo, misero segno del loro passaggio: l’Hacienda paradiso, un telone teso tra quattro picchetti. Un po’ poco, per una vacanza. 


è una virgola in mezzo al nulla, un’isola microscopica nel Pacifico che può essere oscurata da una nuvola. E per Amelia Earhart non è un dettaglio. Pioniera leggendaria delle trasvolate in solitaria, primo essere umano ad aver attraversato l’Atlantico dopo Lindbergh, questa testarda pioniera sta compiendo anche l’impresa più grande, il giro del mondo sulla sua freccia dei cieli color argento. Quella mattina di luglio del 1937 il suo bimotore parte per l’ultimo tratto prima del traguardo, dopo 22 mila miglia di volo attorno all’Equatore. Ma tra lei e la leggenda c’è solo uno scoglio. Letteralmente. Howland è un ammasso di pietre dalla forma oblunga nel cuore dell’oceano più grande. Amelia sa che è una sfida trovare quel mucchietto di terra, ma sa anche che è là che la attendono i rifornimenti di carburante e un letto per riposarsi. Non ci arriverà mai. 
Howland è una delle 50 isole che la scrittrice tedesca Judith Schalansky racconta nel suo Atlante delle isole remote (Bompiani), dichiarando da subito che si tratta di isole «dove non sono mai stata né mai andrò», come recita il sottotitolo. Ma la bugia non è solo il fondamento di questo geniale libro, corredato di disegni accuratissimi. È anche, ci ricorda l’autrice, l’essenza di ogni cartina geografica, di ogni mappamondo, di ogni atlante.
Anzitutto lo è per chi è cresciuto nel Meclemburgo, come Schalansky, dove il regime comunista stendeva ipocritamente le Germanie su due pagine lasciando alla «piegatura bianca, lucida e insormontabile tra le due pagine» il compito di dividerle. Ma chiunque abbia studiato un po’ di geografia sa che su qualsiasi cartina le proporzioni sono sballate, distorte, da interpretare. Sull’atlante la Terra è piatta e le grandezze sono menzognere: l’Africa e la Groenlandia sono equivalenti, quando la prima è quattordici volte la seconda. E le autostrade sono del tutto distorte, mastodontiche rispetto alla realtà. Persino sul mappamondo, quel «corrispettivo pornografico», ma più proporzionato e veritiero dell’atlante, ci sono delle bufale: la «Terra australis incognita» fu battezzata così quando non lo era già più. E tra i termini fuorvianti, c’è certamente «remoto». Rispetto a chi? L’isola di Pasqua è definita dai suoi abitanti «l’ombelico del mondo».
L’impresa di Schalansky è proprio quella di esplorare virtualmente i «parìa» delle cartine geografiche, quelle isole talmente lontane dalla terraferma da essere escluse dalle carte ufficiali o relegate «in un angolino, stipate dentro la cornice di un riquadro, sospinte ai margini, con una scala tutta loro, ma senza alcuna reale posizione». 
È a queste «note a piè di pagina della terraferma» che l’autrice dedica 50 magnifici ritratti, e spesso si scopre che sono spazi teatrali dove si condensano assurdità umane che di solito si disperdono, nella sconfinatezza dei continenti. Nell’elenco non ci sono soltanto i luoghi sperduti più famosi della storia, Sant’Elena o gli arcipelaghi delle avventure di Cook e di Magellano o delle esplorazioni di Darwin. Ci sono anche isole dove nascono utopie o piccole tirannidi o dove si ripetono per secoli scempi atroci, cannibalismi, incesti, stupri sistematici. Come sull’isola dei discendenti degli ammutinati del Bounty, dov’è normale abusare di bambini «perché è la consuetudine» sin da quel disgraziato episodio di incursione occidentale.
In questi microcosmi si nascondono spesso mali oscuri, come quello dell’isola britannica di St. Kilda, evacuata negli Anni 30 del secolo scorso, dove i bambini morivano tra il settimo e il nono giorno, forse per la carne oleosa dei fulmari che rendeva acido il latte materno, o forse per le parentele troppo strette. E sull’«isola dei daltonici» Pingelap, in Micronesia, un tifone decimò la popolazione e fece sopravvivere solo una ventina di indigeni; alcuni di essi soffrivano di una mutazione del cromosoma che li rendeva del tutto ciechi ai colori. Oggi un decimo degli abitanti di Pingelap è daltonico. E quando si arriva sull’isola, saltano agli occhi i maiali. Sono bianchi o neri, come per adattarsi al male del luogo. 
Le isole sono anche formidabili laboratori per piccole dittature private. Lo è stata l’ecuadoregna Floreana, dove la baronessa austriaca Eloise Wagner de Bousquet approda nel 1932 con l’idea di costruire un albergo per milionari, trascinandosi dietro mucche, asini, polli, quaranta quintali di cemento, e due amanti, «schiavi dei suoi capricci». Finiranno tutti inghiottiti dal nulla, lasciando sull’isola un solo, misero segno del loro passaggio: l’Hacienda paradiso, un telone teso tra quattro picchetti. Un po’ poco, per una vacanza.

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