venerdì 8 novembre 2013
Qualcosa si muove in Medio Oriente
Chi può temere la pace iraniana
di Sergio Romano Corriere 8.11.13
Sullo
stato reale delle trattative fra l’Iran e i «Cinque più uno» (i membri
permanenti del Consiglio di sicurezza e la Germania) non sappiamo quasi
niente. Le ultime dichiarazioni ufficiali sono generalmente vaghe e
accompagnate dai soliti caveat con cui un buon negoziatore attenua in
una frase quello che ha appena affermato nella frase precedente. Persino
le parole pronunciate domenica scorsa dal Leader supremo, l’Ayatollah
Khamenei, possono essere lette e interpretate in modi totalmente
diversi. Ma sembra ormai chiaro che tutti i Paesi coinvolti vogliano
creare intorno alle trattative un clima di reciproca fiducia e di
benevole aspettative. Non esiste ancora un accordo, ma esiste il
desiderio di evitare che tutto finisca rapidamente su un binario morto. I
due principali negoziatori — Teheran e Washington — sembrano avere
capito che questo nuovo esercizio diplomatico non può correre il rischio
di trasformarsi in una trattativa infinita. O si arriva abbastanza
rapidamente a qualche concreto risultato o la mancanza di una intesa, in
queste particolari circostanze, equivarrebbe al fallimento: una
prospettiva che non sembra piacere né a Barack Obama né a Hassan
Rouhani. Il segnale più promettente sarebbe un alleggerimento delle
sanzioni (vi sono 50 miliardi di dollari, da qualche parte nel mondo,
che l’Iran non riesce a incassare) contro una temporanea sospensione del
programma nucleare di Teheran. Il negoziato, da quel momento,
diverrebbe più disteso e promettente.
Esiste un altro fattore che
sembra confermare, indirettamente, la possibilità di un accordo: il
malumore di coloro che lo considerano come una minaccia ai loro
interessi. È preoccupata l’Arabia Saudita che vede nel grande Stato
sciita un potenziale nemico e già tratta gli Stati Uniti, da qualche
settimana, con ostentata freddezza. Sono preoccupati i piccoli regni
sunniti della regione, dove vivono forti comunità sciite di cui l’Iran
diverrebbe il protettore. È preoccupato Israele che non smette di
lanciare ammonimenti sulla pericolosità e l’inaffidabilità del regime
iraniano. Ed è rabbiosamente ostile negli Stati Uniti una parte
influente del partito repubblicano. Non è altrettanto preoccupata invece
l’Unione europea per cui un accordo con l’Iran sarebbe il solo segnale
di pace proveniente da una regione in cui soffiano, dalla Siria al
Pakistan, soltanto venti di guerra.
Se mai verrà raggiunto,
l’accordo cambierebbe la carta politica del Grande Medio Oriente. L’Iran
diverrebbe una legittima potenza regionale, ufficialmente riconosciuta e
rispettata. Avrebbe un posto al tavolo dei negoziati sulla Siria e
diverrebbe un interlocutore necessario nelle questioni che concernono
l’Afghanistan, l’Iraq, il Libano, alcune vecchie repubbliche sovietiche
del Caspio e del Caucaso. Non sappiamo se agirebbe responsabilmente, ma
Barack Obama sembra disposto a riporre in Rouhani una certa fiducia.
L’accordo, d’altro canto, segnalerebbe una svolta della politica estera
americana. Confermerebbe che gli Stati Uniti, dopo le brutte esperienze
dell’ultimo decennio, non vogliono essere il gendarme del mondo e che il
loro patto di ferro con i sauditi non è più indispensabile (anche
grazie alle rocce scistiche, che contengono depositi di gas più vicini
alla superficie terrestre, resi accessibili dalle nuove tecnologie).
Forse è arrivato il momento in cui gli alleati europei degli Stati Uniti
dovrebbero cominciare a interrogarsi sul modo di badare a se stessi
quando l’America avrà meno bisogno della Nato o la userà soltanto se le
sarà utile.
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