venerdì 22 novembre 2013

La coscienza ebraica dall'esclusione alla cooptazione nell'Occidente bianco: il libro di Enzo Traverso

La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere
Enzo Traverso: La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere, Feltrinelli

Risvolto
La modernità ebraica si snoda tra i Lumi e la seconda guerra mondiale, tra l'Emancipazione e il genocidio nazista, lungo due secoli durante i quali essa ha profondamente segnato il mondo intellettuale, letterario, scientifico e artistico dell'Europa. Oggi la sua traiettoria si è esaurita. Dopo essere stati una fonte del pensiero critico del mondo occidentale, gli ebrei si sono ritrovati, per una specie di paradossale rovesciamento, dalla parte del dominio. Gli intellettuali sono stati richiamati all'ordine, i sovversivi si sono quietati, diventando in molti casi conservatori. L'antisemitismo ha cessato di modellare le culture nazionali, lasciando il posto all'islamofobia, la forma dominante di razzismo in questo inizio di ventunesimo secolo. Trasformata in "religione civile" delle nostre democrazie liberali, la memoria dell'Olocausto ha fatto dell'antico "popolo paria" una minoranza rispettabile, distinta, erede di una storia alla luce della quale l'Occidente democratico misura le proprie virtù morali. Nel suo saggio, Enzo Traverso analizza questa metamorfosi, non per condannare o assolvere bensì per riflettere su un'esperienza compiuta, allo scopo di salvarne il lascito, minacciato tanto da una sterile canonizzazione quanto da una rivisitazione conformista. 


E l’ebreo errante si ritrovò a destra
di Gad Lerner Repubblica 8.12.13

Sarebbe bello poter riflettere serenamente sull’attuale presenza ebraica nelle classi dirigenti occidentali, ma questo rimane un terreno minato su cui pochi studiosi osano avventurarsi. Siamo condizionati dalla frequenza con cui sul web vengono tuttora diffuse oscene liste di proscrizione, miranti a dimostrare che gli ebrei occupano posizioni di rilievo nella finanza, nella ricerca, nell’editoria e nel cinema grazie alla loro presunta «subdola attitudine cospirativa ». Trent’anni fa venne accolta con gelo la ricerca dello storico americano William D. Rubinstein in cui si quantificava la sovrarappresentazione ebraica ai vertici delle professioni intellettuali, dopo che il proletariato ebraico era stato cancellato dal suolo europeo. Gli sopravvivevano delle élites borghesi, finalmente integrate nell’establishment e come tali orientate su posizioni conservatrici.
Ora a occuparsi di questa materia incandescente è uno studioso italiano di formazione marxista, Enzo Traverso, le cui opere sulla Germania nazista e sulla Shoah sono tradotte in una dozzina di lingue. Traverso racconta (non senza rimpianto) il passaggio storico dell’ebraismo in cui si ridimensiona la corrente del pensiero critico, se non addirittura rivoluzionario, da Spinoza a Heine, da Marx a Freud. L’esito è l’esaurimento di una felice anomalia, come recita il titolo del libro:La fine della modernità ebraica. Dalla critica al potere.
Nel mondo contemporaneo emergono altri portavoce del pensiero ebraico, legati organicamente alla cultura liberale conservatrice: da Raymond Aron a Leo Strauss, da Saul Bellow a Elie Wiesel. A simboleggiare il passaggio d’epoca Traverso assume due opposte icone novecentesche: l’ebreo russo Lev Trockij, emblema dell’internazionalismo, e l’ebreo tedesco naturalizzato americano Henry Kissinger, emblema dell’imperialismo statunitense. Naturalmente la prima edizione francese del libro ha già suscitato numerose reazioni stizzite nelle comunità ebraiche.
La nascita dello Stato d’Israele, che molti assumono come baluardo dei valori e degli interessi occidentali nel mondo, accende sentimenti forti. Ma sarebbe meglio evitare schieramenti di comodo. Gli ebrei nei secoli sono stati, anche loro malgrado, protagonisti di una globalizzazione ante-litteram. Dopo la rivoluzione francese si sono ritrovati al centro della modernità nel commercio, nella mediazione linguistica, nel diritto. Il loro cosmopolitismo ne ha fatto il nemico naturale dei nazionalismi. Dai marrani spagnoli e portoghesi fino alla forzata condizione di apolidi o paria descritta da Hannah Arendt, la loro collocazione è risultata necessariamente eccentrica rispetto agli assetti di sistema. Anche coloro che si distaccavano dalla tradizione religiosa, gli “ebrei non ebrei”, impersonavano una disperata speranza messianica (Kafka, Benjamin) — non importa se letteraria o politica — risultata indomabile dallo stesso razionalismo illuminista.
Tutto questo è venuto meno con la distruzione della presenza ebraica in Europa, con l’emigrazione di massa negli Usa e con la nascita dello Stato d’Israele? Anche Traverso riconosce che il passaggio non è così automatico. Una corrente critica persiste e talvolta entra in rotta di collisione col sionismo (si veda in proposito il saggio di Judith Butler Strade che divergono, Cortina). In Israele non manca chi manifesta fastidio per il «filoebraismo invadente», definizione di Yitzhak Laor, che contraddistingue la destra occidentale bisognosa di emendarsi dalla colpa del suo trascorso antisemitismo. Ma si tratta indubbiamente di posizioni minoritarie. Più di frequente il messianesimo ebraico è propenso ad assumere Israele come evento provvidenziale di redenzione. Ne scaturisce una nuova “religione civile” che si legittima rivendicando allo Stato ebraico il ruolo (ambiguo) di unico legittimo portavoce delle vittime della Shoah. Così, per la prima volta nella storia, ebrei e estrema destra non sono più incompatibili, essendo venuta meno la barriera dell’antisemitismo. In Francia un ebreo può votare Le Pen, in Italia può simpatizzare per La Russa. Riuniti spesso anche dal sentimento comune dell’islamofobia.


Nessun commento: